LE MEMORIE DI SAITO Capitolo 12: “La vacanza in Australia” La vittoria ai giochi mi aveva assicurato un periodo di pausa. Disponevo di due mesi di piena libertà prima di ripresentarmi al centro nazionale di Tokyo. Ne approfittai, come ci eravamo ripromessi, per organizzare una vacanza con Penelope. Scegliemmo di visitare l’Australia, paese misterioso che entrambi avremmo voluto conoscere. Raggiunsi Penelope all’aeroporto di Los Angeles. Ci imbarcammo alla volta di Sidney. Il volo aveva una durata di oltre quindici ore. Benché schiacciato nel ristretto posto di economy, fu piacevole rimanerle accanto. Da pochi mesi si era laureata in psicologia e, al rientro, avrebbe iniziato a lavorare. Aveva trovato un posto di assistente in un centro d’aiuto a ex galeotti. Personalmente ero preoccupato. Avevo capito che le persone che avrebbe dovuto frequentare professionalmente potevano risultare pericolose. Penelope invece era felice, aveva studiato per aiutare chi aveva bisogno e non vedeva l’ora di mettersi alla prova. Credeva fermamente alla capacità di ricupero che le strutture carcerarie potevano promuovere. “Anche il peggiore degli uomini può redimersi” era usa dire. “La pena deve essere proporzionata e permettere la risocializzazione. A cosa servirebbe altrimenti la prigione?” amava affermare citando in parte Cesare Beccaria.[1] Quella vacanza doveva anche essere un banco di prova per verificare i nostri sentimenti e la nostra compatibilità. Non ci era mai capitato di vivere insieme così a lungo. La nostra relazione durava oramai da più di due anni, visto la distanza tuttavia il tempo effettivamente trascorso insieme si riduceva in modo drastico. L’esito di quella convivenza avrebbe potuto portare novità. A Sidney visitammo il Municipio, il Palazzo della dogana e i Royal Botanic Gardens. Dalla terrazza panoramica della Sidney Tower osservammo il porto rimirando incantati la Sidney Opera House dalla struttura moderna a forma di vela. Molta acqua era passata sotto i ponti da quando, nel 1788 i primi coloni britannici si insediarono nel territorio costituendo la colonia penale. A partire dal secondo dopo guerra Sidney aveva conosciuto uno sviluppo straordinario divenendo la città più popolata del continente oceanico. La popolazione era formata da immigrati europei ed asiatici, l’atmosfera assolutamente cosmopolita. La seconda sera decidemmo di concederci un momento artistico. Al teatro dell’opera davano Adriana Lecouvreur di Francesco Cilea. Penelope amava i melodrammi. Era di origine messicana e la musica latina faceva parte del suo DNA. Aveva una collezione di vecchi dischi d’opera e registrazioni delle più note canzoni tradizionali del suo paese d’origine quali Jurame, Cielito lindo, Besame mucho e molte altre. Il suo cantante preferito era Pedro Infante, famoso attore messicano morto in un incidente aereo nel 1957. Io non avevo idea di cosa aspettarmi dalla rappresentazione, ero felice però di condividere il suo entusiasmo per la serata. Penelope mi confidò che da bambina a Città del Messico aveva avuto modo di assistere a La Traviata di Giuseppe Verdi, l’autore di opere in lingua italiana che considerava un genio inarrivabile. Con palpabile soddisfazione mi disse che in quella rappresentazione aveva avuto modo di ascoltare un giovane tenore spagnolo divenuto una star internazionale, un certo Placido Domingo. In realtà sia il nome Verdi, sia il nome Domingo non mi dicevano assolutamente nulla. Unicamente negli anni a seguire ebbi modo di appassionarmi ai melodrammi, forse in ricordo di Penelope. Quella sera protagonista era il soprano australiano Joan Sutherland, diretta dal marito Richard Bonynge. Penelope mi narrò brevemente la storia dell’opera che era stata rappresentata la prima volta nel 1902 a Milano. A suo dire non era possibile assistere ad uno spettacolo senza conoscere, per lo meno a grandi linee, la trama. Lo spettacolo fu affascinante. La musica, il canto ed anche il balletto del terzo atto mi coinvolsero pienamente. Pur non comprendendo le parole partecipai al dramma dei protagonisti. Il finale, con Adriana morente tra le braccia dell’amato Maurizio, fu particolarmente toccante. La protagonista moriva per avvelenamento, dopo avere inspirato il profumo fatale delle violette che la contessa di Bouillon, sua rivale in amore, le aveva inviato. Al termine della rappresentazione applausi a non finire, da parte dei tremila spettatori provenienti da tutto il mondo, per il notissimo soprano di casa e per il cast protagonista di una esibizione di altissimo livello. Scherzando, uscendo da teatro, ricordo che Penelope mi disse “Speriamo che la nostra storia sia a lieto fine. I melodrammi sono sempre caratterizzati da morti violente. Esigenze di spettacolo naturalmente. La vita è generalmente più tranquilla.” Dopo tre giorni, ci trasferimmo in treno a Melbourne. Dieci ore di viaggio per arrivare alla capitale culturale dell’Australia, nota come “Città giardino”. Visitammo il Royal Exibition Building, lo Shrine of Remebrance,[2] il Queen Victoria Market e camminammo per il centro città e l’Albert Park. In fase di costruzione vi era una torre in cui avrebbe trovato posto l’Osservatorio Deck. Approfittai della vacanza per assumere informazioni circa la pratica del judo in Australia. Scoprii che la prima dimostrazione di judo avvenne nel 1897, grazie a marinai nipponici. A quella dimostrazione, tenutasi a Melbourne, ne seguirono altre tra queste quella del 1906 alla presenza del trentenne Nango Jiro.[3] Il primo club venne però fondato solamente nel 1928. Bisognerà poi attendere il 1952 per la costituzione della federazione “Judo Australia” che riunisce le associazioni di otto stati. Per quanto attiene ai risultati agonistici, già ai giochi di Tokyo 1964, un combattente australiano, Theodore Boronowski, riuscì a ottenere un bronzo nella categoria OPEN. Da allora tuttavia nessun altro judoka era riuscito a ripetere l’impresa.[4] Non riuscii ad ottenere altre informazioni. Devo anche dire che, per una volta, non cercai un dojo dove praticare. Ero in vacanza con Penelope e altre erano le mie priorità. La vacanza si concluse a Kangaroo Island dove, immersi nella natura paradisiaca, ci riposammo in un albergo ubicato direttamente su una delle più belle spiagge del continente oceanico. Sull’isola effettuammo diverse escursioni che ci permisero di vedere leoni marini, canguri e koala. Trascorremmo momenti indimenticabili. Con l’avanzare degli anni ho iniziato a pensare che le vacanze sono pericolose in quanto trasmettono l’idea di un possibile quotidiano, diverso da quello della vita reale. Lasciarsi coinvolgere troppo dai ricordi delle vacanze, rischia di influenzare negativamente l’approccio alla vita di tutti i giorni. All’epoca però non potevo che essere felice, la convivenza con Penelope era stata perfetta. Sentivo che avremmo potuto avere un grande futuro insieme. Non sapevo ancora che quella vacanza sarebbe invece stata il punto finale della nostra relazione.
[1] “Dei delitti e delle pene” è il principale scritto dell’illuminista milanese Cesare Beccaria (1738/1794). Il saggio costituisce una pietra miliare del diritto penale: "Perché ogni pena non sia una violenza di uno o di molti contro un privato cittadino, dev'essere essenzialmente pubblica, pronta, necessaria, la minima delle possibili nelle date circostanze, proporzionata ai delitti, dettata dalle leggi" (vedi cap XLVII). [2] Ispirato al Mausoleo di Alicarnasso l’edificio ricorda i caduti della Prima Guerra Mondiale. [3] Nango Jiro (1876/1951) nipote di Jigoro Kano e secondo presidente del Kodokan. [4] Bisognerà attendere i giochi di Sidney nel 2000 per la seconda medaglia australiana ufficiale ottenuta da Maria Pekli (1972/…) judoka d’origine ungherese. Da ricordare vi è comunque l’oro ottenuto da Suzanne Williams (1957/…) ai giochi di Seul del 1988 dove però le competizioni femminili erano considerate dimostrative. |