LE MEMORIE DI SAITO Capitolo 11: “Il titolo olimpico” Nelle competizioni importanti non sempre vince il più forte. A volte concorrono forze incontrollabili che partecipano a produrre risultati sorprendenti. Non ero il favorito ai giochi di Los Angeles, ma vinsi quel titolo entrando nella storia. Arrivai a quei giochi in perfetta forma fisica e mentale. La mia vita aveva preso una direzione tale da garantirmi pienezza e soddisfazione. Avevo compreso l’importanza di praticare judo con piacere e mi divertivo a farlo. Non avevo mai subito infortuni. Ero riuscito a mantenere i contatti con Penelope che sentivo regolarmente e che cercavo di incontrare un paio di volte l’anno, anche se i miei genitori non apprezzavano la nostra relazione. Ogni occasione per Kozue era buona per ricordarmi l’assoluta immoralità degli yankees che, con il lancio della bomba atomica su Nagasaki, avevano distrutto la sua famiglia d’origine. Le competizioni di judo di quei giochi erano previste alla Eagle’s Nest Arena, a sostenermi nel palazzetto, ritrovai diversi judoka del dojo di San José. Penelope, contrariamente al pensiero di mio padre, aveva mantenuto la promessa ed era riuscita a comporre una numerosa claque di tifosi. Quando al primo incontro compresi di avere buona parte del pubblico a mio favore mi sentii galvanizzato. Ricordo che Daigo il responsabile nazionale mi guardò e mi chiese se avessi parenti in California. Risposi sornione “Non ancora”. La competizione fu un successo assoluto. Misi in fila: il francese al primo turno, il coreano al secondo,[1] Günter il tedesco in semifinale e Douglas, il brasiliano conosciuto a San Paulo, nell’incontro decisivo. Non ci furono discussioni, quel giorno ero superiore a tutti come non mi sarebbe più capitato. Sentirsi vivo, pronto ad affrontare ogni prova ed avere successo è straordinario. Guardando issare Hinomaru sul pennone più alto ascoltando Kimi ga yo[2] mi sentivo pienamente appagato. Quindici anni di judo in buona parte a ritmi vertiginosi. Un pizzico di fortuna (l’infortunio di Takero). Un incontro decisivo dal quale trarre energia (Penelope). La vittoria ai campionati nazionali sul favorito Takeshi. Una soddisfazione immensa! I miei genitori non c’erano. Nemmeno per i giochi olimpici avevano ritenuto di fare una eccezione. Mia sorella Shigeko, Penelope Garcia Rodriguez e il clan di San José erano invece in tribuna ad applaudirmi. Il titolo vinto venne festeggiato come se fossi stato un judoka dell’università californiana che avevo visitato. Gli americani potevano comunque gioire per le due medaglie ottenute dai propri judoka, in particolare per l’argento di Bob Berland[3] che in seguito sarebbe diventato anche il presidente della federazione di judo statunitense. A ventisei anni avevo raggiunto il top. Sapevo che non avrei avuto un altro momento come quello. Nella vita non si possono pretendere solo giorni belli. I momenti bui prima o poi arrivano per cui è opportuno prepararsi. Venni premiato da Shigeyoshi Matsumae,[4] il presidente della IJF in carica. Ricordo mi sussurrò “Ninmu wa tassei sa remashita![5] La nostra squadra raggiunse l’obiettivo ottenendo quattro primi posti su otto categorie. Eravamo un gruppo vincente e ci eravamo preparati a dovere. Naturalmente a Los Angeles i paesi del blocco sovietico pensarono bene di restituire lo sgarbo avuto quattro anni prima.[6] Non erano quindi presenti i judoka dell’est. Tant’è! “Chi è assente ha sempre torto” recita un vecchio adagio. Salendo sul gradino più alto del podio, in quello splendido giorno di agosto in cui compivo ventisei anni, non mi passò per la mente che, forse, presenti il tedesco orientale campione del mondo in carica e il russo vicecampione del mondo il risultato sarebbe stato diverso. Quella sera venni autorizzato a festeggiare il titolo olimpico con mia sorella, Penelope e i sostenitori dell’Università di San José. Le due donne non si erano mai incontrate. Shigeko fu gentile, anche se l’atteggiamento di Penelope, allegro e disinibito, la metteva a disagio. Le ragazze giapponesi, allora, erano particolarmente legate a determinati comportamenti. L’esuberanza di Penelope la sorprendeva e la turbava. La serata fu comunque piacevole. Prima di essere accompagnata all’hotel Shigeko mi recitò una poesia Tracce d’un sogno di guerrieri nell’erba d’estate.[7] Con Penelope riuscimmo a ritagliarci il finale di serata. Sarei rimasto a Los Angeles con la nazionale sino al termine delle competizioni di judo. Sarei poi dovuto rientrare a Tokyo. Ci ripromettemmo di effettuare una vacanza memorabile appena possibile. Rientrato tardissimo al villaggio olimpico non mi fu facile prendere sonno. Ero divenuto campione olimpico, ero giovane ed ero innamorato. Cosa altro potevo pretendere?
[1] L’autore si scusa con il coreano Hyung-Zoo Ha (1962/…) campione olimpico -95 kg ai giochi di Los Angeles, sostituito - per ragioni di narrazione - dal protagonista del presente racconto Riku Saito (personaggio di fantasia) sul primo gradino del podio. [2] Hinomaru è il termine che designa la bandiera giapponese costituita dall’immagine del sole rosso su sfondo bianco. Kimi ga yo è l’inno nazionale giapponese (tradotto abitualmente con “Il regno dell’imperatore”). L’inno ha una origine antica, riprendendo in parte il testo di una poesia risalente al periodo Heian (784/1185) considerato l’età d’oro della cultura giapponese. [3] Robert (Bob) Berland (1961/…) ottenne la medaglia di argento nei -86 kg, sconfitto in finale dall’austriaco Peter Seisenbacher. [4] Shigeyoshi Matsumae (1901/1991) ha lavorato ed insegnato judo in Germania, ha partecipato alla Seconda guerra mondiale, è stato membro del gruppo di studio degli effetti della bomba atomica. È stato anche presidente dell’IJF dal 1979 al 1986 e tra i fondatori dell’Università Tokai di Tokyo. [5] Ninmu wa tassei sa remashita letteralmente “missione compiuta”. [6] L’8 maggio 1984 l’Unione sovietica annunciò che avrebbe boicottato i giochi di Los Angeles. La seguirono tutti i paesi dell’est Europa eccetto la Romania che si classificò seconda nel medagliere. I paesi presenti ai giochi furono 144 (un record), tra questi – per la prima volta dopo 36 anni – la Cina. [7] Haiku di Matsuo Basho (1644/1694). |