LE MEMORIE DI SAITO Capitolo 10: “La trasferta in Brasile e la scelta per i giochi” L’anno seguente la nazionale venne invitata in Brasile dal direttore tecnico Massao Shinohara.[1] Partecipai anche a quella trasferta. Il judo brasiliano era superiore a quello statunitense, anche perché i carioca avevano sviluppato una loro forma di ju-jutsu incentrata sul combattimento al suolo. L’occasione per effettuare dei randori costruttivi in ne-waza venne sfruttata al meglio. Anche a San Paulo rimanemmo tre settimane. Durante gli allenamenti apprezzai in particolare un mediomassimo di nome Douglas.[2] Oltre ad essere abile al suolo, era particolarmente rapido nell’esecuzione delle proiezioni. Inoltre, era caratterialmente gentile ed umile. Aveva la particolarità, non scontata, di saper adeguare il randori praticando con judoka di peso inferiore. Tra i brasiliani vi era anche un certo Aurelio,[3] diciannovenne, che di lì a poco avrebbe partecipato ai mondiali juniores. In quel periodo il giovane si stava allenando senza tregua, aveva ottenuto anche risultati importanti in alcuni tornei in Europa. Al termine della permanenza Shinohara tenne a narrarci le imprese di Mitsuyo Maeda[4] che dopo avere tradito le aspettative del Kodokan ed avere partecipato per decenni alle sfide nei music hall per denaro, sotto lo pseudonimo Conde Koma, si era ritirato in Brasile dove aveva creato una famiglia. Maeda era morto nel 1941 dopo avere insegnato judo alla prima generazione della famiglia Gracie, che viene considerata la fondatrice del brazilian-jujutsu. Allenarsi con i brasiliani fu un’occasione per apprendere a gestire la loro capacità di sorprendere. Vi erano degli ottimi judoka che tuttavia alternavano momenti di grande euforia ad altri di scarsa resa. Per tre settimane ci ritrovammo catapultati in un contesto gioioso, totalmente differente per rapporto alle nostre abitudini. Sarà stato che il periodo della trasferta coincideva con quello del Carnevale carioca; l’impressione, tuttavia, era che i brasiliani praticavano judo divertendosi. Trovai interessante tale approccio. In effetti, anche io avevo scelto liberamente il judo. Nessuno me lo aveva imposto, anzi. Dalla trasferta in Brasile devo riconoscere che mi capitò più spesso di sorridere sui tatami, anche durante il massimo sforzo. Faticare e sudare non implicano automaticamente la rinuncia al divertimento. Anzi, come ebbi modo di verificare sulla mia persona, il sorriso - anche nei momenti più duri - aiuta sempre. Contrariamente a quanto era capitato l’anno precedente non strinsi particolari amicizie, anche se non mancavano ragazze brasiliane appariscenti e intraprendenti. Con Penelope ero rimasto in contatto e, in qualche modo, mi sentivo impegnato. Durante le ferie estive ero tornato a San José. Avevamo trascorso una decina di giorni insieme, anche se Penelope era parecchio occupata con gli esami di facoltà. Mi ero allenato al dojo dell’università, dove avevo ritrovato Uchida. Avevo conosciuto i genitori. Mi avevano invitato nella loro abitazione e mi avevano offerto la quesadillas de flor de calabaza, una tortilla ripiena di formaggio, fagioli e verdure, in particolare fiori di zucca e il pulque[5] la tipica bevanda che l’accompagnava. Il padre mi disse di avere praticato judo in gioventù divenendo anche campione messicano. Trasferitosi in America non aveva più avuto tempo per il judo; mantenere una famiglia numerosa - Penelope era la prima di sei figli - richiedeva impegno totale. Le avevo proposto di incontrarci verso fine anno in Giappone ma non era stato possibile. Avrei voluto presentarle i miei genitori anche se si dichiaravano contrari ad ogni relazione con una ragazza americana. Non riuscimmo tuttavia a combinare. Fu un peccato. Ero certo che il fascino di Penelope avrebbe fatto breccia nelle convinzioni aprioristiche di Kozue e Yuna. La guerra era terminata da quarant’anni e non tutti gli americani andavano considerati come il nemico. All’epoca i responsabili della nostra nazionale avevano l’abitudine di definire con qualche mese di anticipo chi avrebbe partecipato ai giochi olimpici. Nel triennio, oltre ai ritiri in California e in Brasile, avevo avuto modo di partecipare a tornei internazionali importanti riuscendo sempre ad ottenere un podio; al contrario Takeshi era meno costante nelle sue prestazioni. Agli ultimi mondiali combattuti a Mosca era stato addirittura sconfitto al primo turno dal tedesco occidentale Neureuther.[6] I campionati nazionali costituivano l’appuntamento decisivo per ottenere il biglietto per i giochi. Negli ultimi mesi avevo studiato con attenzione il mio avversario. Ero convinto che durante l’attacco di seoi-nage, tecnica che lo contraddistingueva, vi fosse un brevissimo istante in cui Takeshi risultava sbilanciato. Riflettendo mi ero ripromesso di tentare il tutto e per tutto anticipando la difesa, per inserirmi con un hane-goshi a sinistra nel corso del suo attacco. Per fare ciò, tuttavia, era necessario portare la presa a sinistra. Mi auguravo che il cambiamento della presa, inabituale per il mio modo di combattere, non avesse ad insospettirlo. L’incontro di quella finale fu il mio capolavoro. La tecnica che mi ero immaginato e che avevo preparato funzionò alla perfezione. Takeshi non fece caso al cambio di presa. Un indiscutibile ippon di hane-goshi a sinistra mi permise di ottenere la convocazione ai giochi di Los Angeles. Negli ultimi mesi che ci separavano dal torneo olimpico, io ed i colleghi selezionati interrompemmo le competizioni concentrandoci sulla preparazione. Al centro nazionale tutta l’attenzione era posta sulla prima squadra. Dopo otto anni, avremmo dovuto rinverdire e confermare la supremazia del Giappone. Ai giochi di Monaco (1972) e ai giochi di Montreal (1976) ci eravamo imposti in tre delle sei categorie previste. A Mosca (1980) non fu possibile partecipare a causa del boicottaggio. A Los Angeles (1984) le categorie in programma erano otto e l’obiettivo posto dalla federazione era l’ottenimento di almeno quattro titoli. In quei mesi tutto il mio essere era concentrato sulla preparazione. Non vi era spazio per distrazioni famigliari e/o sentimentali. Dentro di me sentivo che non avrei avuto un’altra occasione per vincere quel titolo divenuto in assoluto il più importante. Una vittoria ai giochi mi avrebbe poi garantito una carriera di istruttore a livello di nazionale. In quei mesi sentivo telefonicamente Penelope. Un giorno mi disse che stava organizzando una claque. San José non è particolarmente distante da Los Angeles e la ragazza sosteneva che al dojo dell’università che avevo frequentato in due occasioni vi erano diversi judoka pronti a tifare per me. Riferii ciò ai miei genitori sperando che fosse l’occasione per portarli, una buona volta, sulle tribune di una competizione per altro unica. Niente da fare. Mio padre riuscii a dire “Yankees che fanno il tifo per un giapponese. Non ci crederò mai. È un popolo che pensa solamente a sé. Ti illudi! Con questa ragazza perdi solamente tempo.” Mia sorella per contro prese le ferie, pur di essere a Los Angeles nei giorni previsti. Non l’ho mai ringraziata abbastanza per la sua vicinanza. Avrete notato che di mio fratello maggiore ho poco da riferire. È sempre stato il cocco di famiglia. Ha sempre seguito i dettami di nostro padre risultando quel figlio perfetto impossibile da avvicinare o da raggiungere. È stato un peccato non avere mai trovato un interesse comune o un argomento sul quale trovarci. La nostra vita, pur avendo avuto una origine comune, fu totalmente autonoma. Del judo non si è mai interessato. L’impressione era che i miei successi agonistici gli fossero indifferenti. Non saprei dire se in tale atteggiamento vi fosse una certa invidia, in ogni caso con lui ebbi poco a che spartire. Il fatto di essere nato dai medesimi genitori non sempre comporta affinità.
[1] Massao Shinohara (1925/2020) fu direttore tecnico ai giochi di Los Angeles dove il Brasile vinse tre medaglie nel judo. [2] Douglas Vieira (1960/…) è stato il primo judoka brasiliano a conquistare una medaglia ai giochi olimpici. [3] Aurelio Miguel (1964/…) vinse i campionati del mondo juniores 1983 e divenne campione olimpico nel 1988. Combatté fino al 1996 vincendo un bronzo ai giochi di Atlanta. [4] Mitsuyo Maeda (1878/1941) fu un judoka che scelse di praticare wresling per denaro. Venne promosso postumo 7° dan dal Kodokan. [5] Il pulque, unitamente alla tequila, è il liquore tradizionale messicano; si produce fermentando la linfa dell’agave. [6] Günter Neureuther (1955/…) argento ai giochi di Montreal 1976 e bronzo mondiale nel 1979, 1983 e 1985.
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