Nr.118 / 15 luglio 2026 

TICINO DOJO JOHO

Notizie e approfondimenti sul JUDO, a cura dell’ATJB


 

In questo numero qualche pensiero su imparare giocando, i tre principi del judo e i risultati del turno combattuto in trasferta dal Judo Team.

Si ritrovano poi il decimo capitolo de "Le memorie di Saito" e la rubrica "I personaggi della storia".

 

Il nr.119 verrà pubblicato il 15 agosto 2026; in estate, così come a dicembre "saltiamo" un numero della newsletter.

Indice di TDJ nr. 118:

  1. Giocando (anche con la Trilogia) si impara - Marco Frigerio
  2. I tre principi del judo  - Marco Frigerio
  3. Judo Team: prima trasferta positiva - Michele Citriniti
  4. Le memorie di Saito: capitolo 10 - Marco Frigerio
  5. I protagonisti della storia - Marco Frigerio
  6. Notizie in breve - Marco Frigerio

GIOCANDO (ANCHE CON LA TRILOGIA) SI IMPARA 

 

Il gioco, ci insegnano educatori rinomati, è un mezzo importante di apprendimento.

Imparo a praticare judo giocando. "Gioca-judo" è il termine che viene utilizzato (alle nostre latitudini) per designare i corsi destinati a chi non ha ancora l'età scolastica.

L'apprendimento è certo limitato a qualche caduta, alla ricerca dell'equilibrio negli spostamenti e a qualche tecnica stilizzata in piedi o al suolo. Se il movimento viene proposto come "un gioco" diventa più facile riuscire a trasmetterlo.

 

Anche i ragazzi più grandicelli vengono maggiormente coinvolti se le teorie classiche sui principi e sulla storia del judo vengono proposte in una forma ludica.

Giochi sui tatami possono avere luogo anche in età più avanzata tuttavia va tenuto ben presente che gli stessi hanno un senso unicamente se collegati alla pratica del judo. 

È certo divertente giocare a calcio in materassina, magari anche con un pallone di gomma piuma che esclude rischi, l'esercizio tuttavia non apporta nulla a chi ha scelto di praticare judo. Il rischio è di occupare inutilmente uno spazio temporale durante il quale ci si dovrebbe dedicare al judo: tempo sprecato quindi. 

 

Chi scrive ha diretto quattordici stages, ai quali hanno partecipato ragazzi dai 9 ai 16 anni. Il gioco è un ingrediente importante in uno stage giovanile: contribuisce a creare il gruppo e - se ben proposto - permette di trasmettere nozioni.

Quest'anno si è giocato anche con la "Trilogia del judo" (opera completa recentemente pubblicata che vuole trasmettere i valori del judo); è stato creato un gioco di carte che ha permesso di raccontare le storie legate ai vari personaggi, anche a chi non conosceva i racconti. I personaggi di fantasia hanno permesso di esprimere pensieri sul senso della pratica e sulla storia del judo.

Dato il contesto diverso di riferimento ci si augura che qualche cosa in più sia rimasto a chi ha partecipato.

Di seguito un passaggio della recensione della pediatra dott. Cristina Massai:

"È ... un dono prezioso trovare dei libri che ci diano un messaggio educativo corretto ...
insegnando a "non aver paura di cadere: se non provi non sarai mai pronto.”
In una società di social dove si mostrano solo gli aspetti belli e facili, senza un supporto educativo corretto, i nostri ragazzi hanno paura di fallire, non sanno sbagliare, non sanno cadere.
Il judo, ci insegna Jigoro Kano tramite la preziosa trilogia ... ci mostra che non ci sono
scorciatoie. Si cresce a velocità diverse, ognuno a suo tempo e modo. Si impara sbagliando e cadendo, tenendo però sempre in mente l'obiettivo che si vuole raggiungere. Scopo del judo è creare persone fisicamente sane, mentalmente forti, socialmente utili. Li riconosco come i miei obiettivi di pediatra e genitore.
Altri preziosi messaggi arrivano dai libri, per esempio l'importanza di apprezzare quello che abbiamo raggiunto, anche se non è esattamente l'obiettivo prefissato. Imparare cioè l'adattabilità. Un altro insegnamento che ritengo importante, sia per i nostri ragazzi che per i genitori, è quello che “non esiste vittoria o sconfitta, ma solo il piacere dell'apprendimento.” Di nuovo, in una società dove la competizione è tutto, si riscopre il piacere del praticare e dell'imparare.
Altro punto basilare: il rispetto dell'altro. Nel judo si cresce insieme, si vince con dolcezza, si parla di prosperità e mutuo benessere ... Il tutto arriva tramite una interessante narrazione, un excursus storico e geografico sul judo, ed una preziosa
riflessione su vari aspetti della vita, delle sue disuguaglianze, di cosa possiamo fare per rendere migliore il mondo in cui viviamo, accettando sempre i nostri limiti.
Lettura decisamente consigliata!”


I TRE PRINCIPI DEL JUDO

 

I principali libri di judo indicano in due i principi che Jigoro Kano ha espresso.

Nella realtà - a ben guardare - i principi del judo sono tre.

 

Il primo principio del judo (“ju-no-ri”) è espresso nel nome scelto da Jigoro Kano per distinguere la propria disciplina dalle altre scuole.

Il suffisso “ju” si traduce come cedevolezza o adattabilità. L’apprendimento di questo principio passa attraverso la pratica, richiede sforzi, pazienza, costante attenzione e un attento progredire.

Nella vita di tutti i giorni è il principio che aiuta a porsi di fronte a situazioni problematiche che necessitano di una soluzione in un breve lasso di tempo, pochi secondi, cogliendo l’opportunità giusta.

 

Il secondo principio del judo è noto con i termini “miglior impiego dell’energia” oppure “massima efficacia con il minimo sforzo” oppure ancora “utilizzo ottimale della propria energia” (in giapponese sei-ryoku-zen-yo).

Il concetto è da applicarsi alle situazioni concrete. Il judo vuole insegnare a scegliere, fra le varie soluzioni possibili, quella che richiede il minor dispendio di energia fisica e mentale conducendo al massimo risultato. Ritenuto comunque che, per poter raggiungere l’obiettivo, sarà sempre necessario impegnarsi al massimo.

Il principio è da ritenersi applicabile in ogni ambito del quotidiano.

 

Il terzo principio del judo è identificato dai termini “prosperità e mutuo benessere” oppure “tutti insieme per progredire” oppure ancora “prosperità condivisa” (in giapponese ji-ta-kyo-ei).

Il miglioramento del judoista non è operazione egoistica fine a sé stessa ma indirizzata verso un ideale più alto: il miglioramento del gruppo e più in generale della società

Contrariamente agli sport a squadre (dove è la fusione dei talenti a contare), nel judo ci viene insegnato che il progresso è dato da un costante sforzo individuale al servizio degli altri e che è questa la via per progredire e far progredire.

Per una vera crescita nel judo è infatti essenziale il contesto e la collaborazione tra i singoli che si sviluppa nel gruppo. Non è possibile apprendere il judo operando individualmente. Il judo rende più forti ma per essere più liberi. Non è un mezzo per vincere sugli altri ma per vincere sul proprio egoismo andando incontro agli altri.

 


JUDO TEAM: PRIMA TRASFERTA POSITIVA

 

 

Sabato 20 giugno, la squadra cantonale ha svolto la prima trasferta stagionale a Ebikon, disputando gli incontri di ritorno contro ZSJJV1 e Judo Team O-Nami.

Contro la squadra della svizzera centrale ZSJJV1, prima in classifica, il Team Ticino si è imposto per 6-4 grazie alle vittorie di Corno, Anzani, Kocher.

Melera e Mignola sono invece stati sopraffatti dagli avversari nonostate incontri di spessore.

Presi dall'entusiasmo e dall'ottima prestazione iniziale i ticinesi si sono ripetuti andando a  vincere anche nel secondo incontro di giornata. Kocher dopo un combattimento degno di nota è stato superato per poco, mentre Corno, Melera, Anzani e Arrigoni si sono imposti portando il punteggio sull' 8-2 .

 

La giornata è stata sicuramente positiva, si sono visti miglioramenti da parte di tutto il gruppo. Il prossimo impegno, sarà dopo la pausa estiva, il 19 settembre a Regensdorf.


LE MEMORIE DI SAITO

 

Capitolo 10: “La trasferta in Brasile e la scelta per i giochi”

 

L’anno seguente la nazionale venne invitata in Brasile dal direttore tecnico Massao Shinohara.[1]

Partecipai anche a quella trasferta. Il judo brasiliano era superiore a quello statunitense, anche perché i carioca avevano sviluppato una loro forma di ju-jutsu incentrata sul combattimento al suolo.

L’occasione per effettuare dei randori costruttivi in ne-waza venne sfruttata al meglio.

Anche a San Paulo rimanemmo tre settimane.

Durante gli allenamenti apprezzai in particolare un mediomassimo di nome Douglas.[2] Oltre ad essere abile al suolo, era particolarmente rapido nell’esecuzione delle proiezioni. Inoltre, era caratterialmente gentile ed umile. Aveva la particolarità, non scontata, di saper adeguare il randori praticando con judoka di peso inferiore. Tra i brasiliani vi era anche un certo Aurelio,[3] diciannovenne, che di lì a poco avrebbe partecipato ai mondiali juniores. In quel periodo il giovane si stava allenando senza tregua, aveva ottenuto anche risultati importanti in alcuni tornei in Europa.

Al termine della permanenza Shinohara tenne a narrarci le imprese di Mitsuyo Maeda[4] che dopo avere tradito le aspettative del Kodokan ed avere partecipato per decenni alle sfide nei music hall per denaro, sotto lo pseudonimo Conde Koma, si era ritirato in Brasile dove aveva creato una famiglia.

Maeda era morto nel 1941 dopo avere insegnato judo alla prima generazione della famiglia Gracie, che viene considerata la fondatrice del brazilian-jujutsu.

Allenarsi con i brasiliani fu un’occasione per apprendere a gestire la loro capacità di sorprendere.

Vi erano degli ottimi judoka che tuttavia alternavano momenti di grande euforia ad altri di scarsa resa.

Per tre settimane ci ritrovammo catapultati in un contesto gioioso, totalmente differente per rapporto alle nostre abitudini. Sarà stato che il periodo della trasferta coincideva con quello del Carnevale carioca; l’impressione, tuttavia, era che i brasiliani praticavano judo divertendosi.

Trovai interessante tale approccio. In effetti, anche io avevo scelto liberamente il judo. Nessuno me lo aveva imposto, anzi. Dalla trasferta in Brasile devo riconoscere che mi capitò più spesso di sorridere sui tatami, anche durante il massimo sforzo. Faticare e sudare non implicano automaticamente la rinuncia al divertimento. Anzi, come ebbi modo di verificare sulla mia persona, il sorriso - anche nei momenti più duri - aiuta sempre.

Contrariamente a quanto era capitato l’anno precedente non strinsi particolari amicizie, anche se non mancavano ragazze brasiliane appariscenti e intraprendenti.

 

Con Penelope ero rimasto in contatto e, in qualche modo, mi sentivo impegnato.

Durante le ferie estive ero tornato a San José. Avevamo trascorso una decina di giorni insieme, anche se Penelope era parecchio occupata con gli esami di facoltà. Mi ero allenato al dojo dell’università, dove avevo ritrovato Uchida. Avevo conosciuto i genitori. Mi avevano invitato nella loro abitazione e mi avevano offerto la quesadillas de flor de calabaza, una tortilla ripiena di formaggio, fagioli e verdure, in particolare fiori di zucca e il pulque[5] la tipica bevanda che l’accompagnava. Il padre mi disse di avere praticato judo in gioventù divenendo anche campione messicano. Trasferitosi in America non aveva più avuto tempo per il judo; mantenere una famiglia numerosa - Penelope era la prima di sei figli - richiedeva impegno totale.

Le avevo proposto di incontrarci verso fine anno in Giappone ma non era stato possibile. Avrei voluto presentarle i miei genitori anche se si dichiaravano contrari ad ogni relazione con una ragazza americana. Non riuscimmo tuttavia a combinare. Fu un peccato. Ero certo che il fascino di Penelope avrebbe fatto breccia nelle convinzioni aprioristiche di Kozue e Yuna. La guerra era terminata da quarant’anni e non tutti gli americani andavano considerati come il nemico.

 

All’epoca i responsabili della nostra nazionale avevano l’abitudine di definire con qualche mese di anticipo chi avrebbe partecipato ai giochi olimpici. Nel triennio, oltre ai ritiri in California e in Brasile, avevo avuto modo di partecipare a tornei internazionali importanti riuscendo sempre ad ottenere un podio; al contrario Takeshi era meno costante nelle sue prestazioni. Agli ultimi mondiali combattuti a Mosca era stato addirittura sconfitto al primo turno dal tedesco occidentale Neureuther.[6]

I campionati nazionali costituivano l’appuntamento decisivo per ottenere il biglietto per i giochi. Negli ultimi mesi avevo studiato con attenzione il mio avversario. Ero convinto che durante l’attacco di seoi-nage, tecnica che lo contraddistingueva, vi fosse un brevissimo istante in cui Takeshi risultava sbilanciato. Riflettendo mi ero ripromesso di tentare il tutto e per tutto anticipando la difesa, per inserirmi con un hane-goshi a sinistra nel corso del suo attacco. Per fare ciò, tuttavia, era necessario portare la presa a sinistra. Mi auguravo che il cambiamento della presa, inabituale per il mio modo di combattere, non avesse ad insospettirlo.

L’incontro di quella finale fu il mio capolavoro. La tecnica che mi ero immaginato e che avevo preparato funzionò alla perfezione. Takeshi non fece caso al cambio di presa. Un indiscutibile ippon di hane-goshi a sinistra mi permise di ottenere la convocazione ai giochi di Los Angeles.

 

Negli ultimi mesi che ci separavano dal torneo olimpico, io ed i colleghi selezionati interrompemmo le competizioni concentrandoci sulla preparazione.

Al centro nazionale tutta l’attenzione era posta sulla prima squadra.

Dopo otto anni, avremmo dovuto rinverdire e confermare la supremazia del Giappone. Ai giochi di Monaco (1972) e ai giochi di Montreal (1976) ci eravamo imposti in tre delle sei categorie previste. A Mosca (1980) non fu possibile partecipare a causa del boicottaggio. A Los Angeles (1984) le categorie in programma erano otto e l’obiettivo posto dalla federazione era l’ottenimento di almeno quattro titoli.

In quei mesi tutto il mio essere era concentrato sulla preparazione. Non vi era spazio per distrazioni famigliari e/o sentimentali. Dentro di me sentivo che non avrei avuto un’altra occasione per vincere quel titolo divenuto in assoluto il più importante. Una vittoria ai giochi mi avrebbe poi garantito una carriera di istruttore a livello di nazionale.

In quei mesi sentivo telefonicamente Penelope. Un giorno mi disse che stava organizzando una claque. San José non è particolarmente distante da Los Angeles e la ragazza sosteneva che al dojo dell’università che avevo frequentato in due occasioni vi erano diversi judoka pronti a tifare per me.

Riferii ciò ai miei genitori sperando che fosse l’occasione per portarli, una buona volta, sulle tribune di una competizione per altro unica. Niente da fare. Mio padre riuscii a dire “Yankees che fanno il tifo per un giapponese. Non ci crederò mai. È un popolo che pensa solamente a sé. Ti illudi! Con questa ragazza perdi solamente tempo.” Mia sorella per contro prese le ferie, pur di essere a Los Angeles nei giorni previsti. Non l’ho mai ringraziata abbastanza per la sua vicinanza.

 

Avrete notato che di mio fratello maggiore ho poco da riferire. È sempre stato il cocco di famiglia. Ha sempre seguito i dettami di nostro padre risultando quel figlio perfetto impossibile da avvicinare o da raggiungere. È stato un peccato non avere mai trovato un interesse comune o un argomento sul quale trovarci. La nostra vita, pur avendo avuto una origine comune, fu totalmente autonoma. Del judo non si è mai interessato. L’impressione era che i miei successi agonistici gli fossero indifferenti. Non saprei dire se in tale atteggiamento vi fosse una certa invidia, in ogni caso con lui ebbi poco a che spartire. Il fatto di essere nato dai medesimi genitori non sempre comporta affinità.

 



[1] Massao Shinohara (1925/2020) fu direttore tecnico ai giochi di Los Angeles dove il Brasile vinse tre medaglie nel judo.

[2] Douglas Vieira (1960/…) è stato il primo judoka brasiliano a conquistare una medaglia ai giochi olimpici.

[3] Aurelio Miguel (1964/…) vinse i campionati del mondo juniores 1983 e divenne campione olimpico nel 1988. Combatté fino al 1996 vincendo un bronzo ai giochi di Atlanta.

[4] Mitsuyo Maeda (1878/1941) fu un judoka che scelse di praticare wresling per denaro. Venne promosso postumo 7° dan dal Kodokan.

[5] Il pulque, unitamente alla tequila, è il liquore tradizionale messicano; si produce fermentando la linfa dell’agave.

[6] Günter Neureuther (1955/…) argento ai giochi di Montreal 1976 e bronzo mondiale nel 1979, 1983 e 1985.





I PROTAGONISTI DELLA STORIA: Haruki Uemura (1951)

Uemura è stato campione “All Japan” 1973 e 1975, vincitore della categoria Open alle Olimpiadi di Montreal (1976) e dei campionati mondiali di Vienna (1975), medaglia di argento ai mondiali di Losanna (1973). Sua particolarità era sapere utilizzare al meglio le prese “rilassando la forza” quando necessario per poter passare da un movimento all’altro (pur essendo alto unicamente 1.74).

La sua carriera agonistica terminò con l’ascesa di Yasuhiro Yamashita che dal 1976 al 1985 dominò la scena mondiale. In una recente intervista Uemura ha indicato come tutti gli agonisti studiano come vincere un incontro, lui invece - oltre a ciò - riteneva opportuno studiare anche come non perdere. Il suo modo di praticare non permetteva all’avversario di portare attacchi significativi.

 

È stato il direttore tecnico della squadra maschile giapponese alle olimpiadi del 1988 e 1992.

Dal 1° aprile 2009 è divenuto il quinto presidente del Kodokan e presidente della “All Japan Judo Federation” (AJJF), carica dalla quale dimissionò in conseguenza allo scandalo del 2013. Una commissione di inchiesta accertò che vi erano state appropriazioni indebite da parte di funzionari dell'AJJF. 

È il primo presidente del Kodokan a non appartenere alla famiglia Kano. A suo modo di vedere il ruolo del Kodokan oggi è quello di trasmettere alle nuove generazioni le peculiarità del judo. È stato uno dei promotori delle nuove regole di arbitraggio, entrate in vigore nel 2010 e nel 2013, che avevano lo scopo di migliorare la postura dei combattenti e di distinguere il judo dalla lotta. Nel 2019, in occasione dei campionati del mondo di Tokyo, è stato tra i promotori del “Kodomo-no-kata” un kata base destinato ai bambini.

Attualmente è 9° dan.

 

Haruki Uemura detiene la "tripla corona" avendo vinto Olimpiadi, mondiali e All Japan.

Dal 2009 è presidente del Kodokan.

In una intervista di qualche anno fa ha dichiarato: "Lo studio del judo non ha una meta finale; è un processo continuo, a prescindere da quanto tempo si pratichi questo sport o dal ruolo e dal livello in cui si opera."


NOTIZIE IN BREVE

 

Timeo Cori, giovane judoka del JC Morges, ha conquistato la medaglia di bronzo ai campionati d'Europa U18 a -60 kg. Cinque gli incontri vinti.

Complimenti e auguri per una crescita nel cammino del judo.

 

 

Stevan Maitin ha ottenuto un buon terzo posto alla Europa Cup U21 di Praga a -73 kg.

Il podio è stato ottenuto grazie alla vittoria al golden score sul kazako Iskakov.

 

 

Fabio Ciceri ha completato la propria formazione IJF "Judo adattato", unitamente ad altri cinque judoka svizzeri.

La formazione per l'insegnamento del judo a praticanti con disabilità si è conclusa a Poznan (Polonia) con la consegna dei diplomi.

Complimenti per l'impegno e l'interesse dimostrato per una materia che non è per tutti.

 

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