LE MEMORIE DI SAITO Capitolo 9: “La trasferta a San José e Penelope” Avevo ventitré anni, da due ero entrato per età nella categoria senior. Frequentavo sempre il centro nazionale a Tokyo. Mi ero anche laureato quale educatore alla Tsukuba University, l’università di Jigoro Kano. Mio padre aveva insistito al riguardo. “Nella vita non si sa mai. Un certificato potrà anche non servire, tuttavia se si ha l’occasione di ottenerlo è meglio approfittarne. Il periodo agonistico non dura per sempre ed è buona cosa prepararsi al seguito. Non vorrai sprecare l’intera tua vita praticando judo?” Non ero il migliore in assoluto della mia categoria; tuttavia, ero tra coloro che avrebbero potuto prendere parte ai prossimi giochi olimpici previsti a Los Angeles. Il mio avversario principale si chiamava Takeshi, aveva sette anni più di me. A livello internazionale aveva ottenuto risultati importanti. Non aveva tuttavia mai vinto una medaglia ai mondiali. All’ultima edizione dei giochi, tenutesi a Mosca, il Giappone non aveva preso parte, allineandosi alle decisioni degli Stati Uniti e di diversi paesi occidentali. Il presidente americano Jimmy Carter aveva decretato il boicottaggio per protestare contro l’invasione dell’Afghanistan.[1] Nell’antichità i giochi erano un periodo di tregua tra città greche rivali; nel mondo moderno invece sembravano essere divenuti l’occasione per mettere in risalto le contrapposizioni esistenti tra paesi dell’area liberale e paesi del blocco comunista. Non mi interessavo di politica, tuttavia, non avevo apprezzato come per altro nessuno della squadra nazionale, la rinuncia ai giochi del 1980. Mio padre si espresse pubblicamente al riguardo; disse e ripeté più volte che era una vergogna allinearsi al volere di chi aveva occupato per anni il nostro paese. Non apprezzava le arti marziali e, ancora meno, le imposizioni dei politici su questioni non di loro competenza. Il mondo dello sport avrebbe dovuto essere esente da influenze esterne, un’oasi di pace in un mondo caratterizzato da conflitti latenti pronti ad esplodere. Il mio percorso verso i giochi olimpici fu lungo e sofferto, tre anni di costante impegno per un obiettivo tutt’altro che facile da raggiungere. In più ero solo: i miei genitori avevano mantenuto il loro atteggiamento contrario al judo. Anche mia sorella risiedeva nel Kyushu, troppo lontana per sostenermi come aveva fatto un tempo. Ci sentivamo regolarmente per telefono ma non era esattamente la stessa cosa. Di quegli anni ricordo la trasferta a San José, in California. La nostra nazionale era stata invitata da un certo Joshiro Uchida[2] per tre settimane di allenamento con i migliori judoka degli States. Uchida era stato il coach della nazionale statunitense ai giochi del 1964; all’epoca aveva da poco superato i sessant’anni. Per la sua età era ancora particolarmente attivo. Era il patron della squadra universitaria di San José, la più titolata nella storia delle competizioni tra scuole americane. I responsabili della nostra nazionale decisero di inviare un gruppo composto dai numeri due delle varie categorie. Fui quindi convocato. Partendo per San José nutrivo parecchi dubbi circa l’utilità di una tale trasferta. Ero anche preoccupato per le mie palesi carenze linguistiche. Il judo americano non era paragonabile al nostro. Mi resi però presto conto che allenarsi con chi praticava un judo diverso non era una perdita di tempo, anzi. Tra un allenamento e l’altro a San José conobbi una ragazza di nome Penelope Garcia Rodriguez. Era una giovane californiana d’origine messicana che, per potersi pagare gli studi in psicologia ai quali era iscritta, serviva alla mensa dell’università dove eravamo alloggiati. Penelope era uno schianto: 1.70, fisico da sportiva, capelli corvini, occhi scuri. Era una ragazza piena di vita, verso la quale era impossibile rimanere indifferenti. Era l’oggetto delle occhiate furtive di tutti i componenti della nostra squadra e non solo. Tra tutti volle stringere amicizia con il sottoscritto. Ricordo mi disse: “Al dojo dell’università ho visto passare tanti judoka, provenienti da tutto il mondo. Mi piace guardare gli allenamenti, osservo il judo sin da quando ero bambina. Mio padre ha praticato per tanti anni. Le proiezioni sono uno spettacolo, anche per chi assiste da esterno. Sinceramente trovo il tuo judo una rarità. Hai una posizione ideale e l’esecuzione delle proiezioni è bella esteticamente. A guardarti viene voglia di salire sui tatami. Fosse così semplice!” Nelle tre settimane di permanenza a San José ci frequentammo trascorrendo momenti indimenticabili in riva all’Oceano. Tra l’altro fu una bella occasione per migliorare il mio stentato inglese. L’ultima sera il promotore Uchida organizzò una cena. Nel corso della cena ci narrò quando, ragazzino, aveva conosciuto Jigoro Kano e il suo accompagnatore Maruyama. Ricordava che entrambi si erano complimentati con lui per l’impegno dimostrato sui tatami, invitandolo a non abbandonare mai il judo ed a promuoverlo, secondo lo spirito che Kano aveva avuto modo di spiegare nel corso di una conferenza tenuta all’Università della California del sud durante i giochi del 1932. L’incontro con il Fondatore l’aveva segnato e, in cuor suo, si era ripromesso di assolvere l’invito che gli era stato formulato. Pur essendo divenuto professionalmente un biologo per tutta la vita si dedicò anche al judo. Non prestai allora particolare attenzione al racconto, altrimenti il nome Maruyama avrebbe dovuto dirmi qualche cosa. Trascorso il periodo di permanenza previsto dovetti salutare Penelope. Impossibile a quel momento era comprendere se le promesse che ci formulammo avrebbero potuto realizzarsi nel tempo a venire. In ogni caso ci ripromettemmo di mantenere i contatti; in fondo - ci dicemmo non senza un briciolo di spensierata ironia - Tokyo e San José distano solamente 8’335 km! Penelope era la prima ragazza per la quale avevo nutrito interesse e con la quale avevo trascorso momenti felici. Il suo ottimismo e la sua simpatia erano contagiosi. Al suo fianco mi sentivo ricaricato, pronto ad affrontare ogni ostacolo. Pensare che la nostra amicizia sarebbe sopravvissuta alla lontananza era tipico per dei giovani convinti che il futuro non avrebbe potuto essere che roseo.
[1] Jimmy Carter (1924/2024) decretò il boicottaggio il 21.3.1980. Ai giochi di Mosca presero parte 80 nazioni, dodici in meno rispetto alla edizione di Montreal (1976) e quarantadue in meno rispetto a Monaco (1972). [2] Yoshiro Uchida (1920/2024) promotore del judo negli Stati Uniti. È stato nominato 10° dan dall’IJF nel 2013.
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