Nr.117 / 30 giugno 2026 

TICINO DOJO JOHO

Notizie e approfondimenti sul JUDO, a cura dell’ATJB


 

In questo numero due parole sullo stage del DYK appena concluso a Arzo, sul Grand Slam di Ulaan Baatar e su di una serie coreana da vedere in Netflix dedicata all'istruzione. 

Si ritrovano poi il nono capitolo de "Le memorie di Saito" e la rubrica "I libri sul judo".

Indice di TDJ nr. 117:

  1. Lo stage del DYK Chiasso - Marco Frigerio
  2. Il Grand Slam di Ulan Baator  - Marco Frigerio
  3. "Teach you a lesson"  - Marco Frigerio
  4. Le memorie di Saito: capitolo 9 - Marco Frigerio
  5. I libri sul judo - Marco Frigerio
  6. Notizie in breve - Marco Frigerio

LO STAGE DEL DYK CHIASSO

La 16esima edizione dello stage organizzato dal DYK Chiasso aveva per tema la storia svizzera.

La tradizionale rappresentazione proposta alla serata genitori ha cercato di raccontarla in quattro quadri: il patto dei Waldstätten 1281, la figura leggendaria di Guglielmo Tell che non si inchina al cappello del balivo, S.Nicolao de la Flüe e la dieta di Stanz, per finire con la guerra del Sonderbund e la costituzione federale del 1848.

Un occhio particolare al territorio del Ticino ha permesso di ricordare le ragioni storiche per cui il nostro cantone (che esiste in buona parte grazie a Napoleone) è collegato a nord piuttosto che a sud.

Il tema è stato trattato anche in alcune lezioni e ripreso nei giochi, come ad esempio nella sfida tra le squadre ispirata alla Battaglia di Marignano e nelle prove della Festa Federale proposte da Manrico Frigerio.

 

Ma al di là del filo conduttore i 33 ragazzi presenti (3 dei quali provenienti dal DYK Paradiso) hanno potuto allenarsi tre volte al giorno, approfondendo temi che non necessariamente vengono studiati durante la stagione come ad esempio i kata. Chi scrive ha proposto il ju-no-kata e il serioku zen'yo kokumin taiiku, nonché una lezione sulla storia dei kata.

Paolo Levi ha tenuto i corsi sul tatami e quelli di condizione.

In vari momenti si è pure parlato della Trilogia del judo, il libro che raccoglie i tre racconti pubblicati anche in questa newsletter, con il finale inedito e i riscontri ricevuti dall'autore. Giornalmente si è proceduto con la lettura di parte di un capitolo, seguita dal gioco di carte ispirato alla Trilogia che costituiva il gioco jolly dello stage.

La carta Kano attribuiva 3 punti, la carta Arthur Trump causava la penalità, le carte quiz portavano punti unicamente in caso di risposta positiva.

 

Altre attività particolari hanno caratterizzato lo stage come ad esempio la lezione di giapponese tenuta da Miyuki Morello, l'escursione alla pozza (particolarmente apprezzata visto la temperatura) e il quiz sulle città svizzere.

 

Al termine dei cinque giorni è stata la squadra di Asakusa, capitanata da Oliver Cetti, ad avere la meglio sulle squadre di Miyazu, Kumamoto e Kodokan. L'attribuzione del titolo Shihan è avvenuta grazie alla carte, avendo più partecipanti identificato il personaggio misterioso. Mikael Abusenna ha avuto la fortuna di pescare la carta rappresentante Jigoro Kano.

Ha così ricevuto una copia dell'opera completa con dedica.

 

Un grazie

a tutto lo staff: Marco e Paolo per il judo, Nadia, Giulia e Nicola per l'assistenza, Manrico e Mattia per l'attività proposta,

ai giovani aiutanti Illia e Ivan,

ai ragazzi che hanno partecipato con entusiasmo a quanto proposto,

ai genitori che hanno marcato presenza alla serata a loro dedicata nella quale, oltre alla rappresentazione in 4 quadri, Mattia Frigerio ha sviluppato alcune interessanti riflessioni sulll'applicazione dei 3 principi del judo nella vita quotidiana.

 

Arrivederci al prossimo anno.

 


IL GRAND SLAM DI ULAAN BAATAR

 

58 nazioni per 454 combattenti hanno dato vita al Grand Slam di Ulan Baator.

Daniel Eich (-100 kg) e Aurelien Bonferroni (-81 kg) erano presenti per la Svizzera.

Sconfitto negli ottavi dal russo Adamian il primo, sconfitto al primo turno il secondo.

 

Nazionale giapponese in gran spolvero.

Su tutte va segnalata la 12esima vittoria in un torneo del Grand Slam di Uta Abe, un primato assoluto. In finale avrebbe dovuto incontrare l'italiana Odette Giuffrida la quale tuttavia infortunata nell'incontro precedente ha preferito non presentarsi.

Dopo sei mesi dall'ultimo torneo Uta Abe si conferma combattente di altissimo livello.

Otto su quattordici i titoli rimportati da judoka giapponesi (2 categorie maschili e 6 categorie femminili). Unicamente la categoria -78 kg non è stata vinta da una giapponese. Kurena Ikena non è infatti andata oltre gli ottavi fermata dall'olandese Yael Van Heemst giunta poi quinta. 

Tra gli uomini da segnalare le vittorie di Takeshi Takeoka a -66 kg e di Sanshiro Murao a -90 kg, uno dei migliori tecnici in circolazione, già vicecampione olimpico.

 

Sorpresa nei +100 kg dove il coreano Minjong Kim ha sconfitto il russo Inal Tasoev, giunto poi terzo, grazie ad un contraccolpo valutato ippon.

Kim è stato campione del mondo 2024 e vicecampione olimpico a Parigi, in stagione tuttavia Tasoev non aveva ancora mancato un appuntamento con il gradino più alto del podio.

 

 

Questi i vincitori:

-60 kg Balabay Aghaiev AZE

-66 kg Takeshi Takeoka JPN

-73 kg Ankhzaya Lavjargal MGL

-81 kg Joohwan Lee KOR

-90 kg Sanshiro Murao JPN

-100 kg Gennaro Pirelli ITA

+100 kg Minjong Kim KOR

 

-48 kg Wakana Koga JPN

-52 kg Uta Abe JPN

-57 kg Akari Omori JPN

-63 kg Haruka Kaju JPN

-70 kg Shiho Tanaka JPN

-78 kg Yelyzaveta Lytvynenlo UAE

+78 kg Mao Arai JPN


"TEACH YOU A LESSON"

 

Chi è abbonato a Netflix ha la possibilità di guardare un'interessante serie coreana chiamata "Teach you a lesson".

Il tema è l'istruzione.

Il punto di partenza è il riconoscimento della insufficienza delle misure di intervento oggi ammesse. La serie propone una storia diversa per ognuna delle 10 puntate: licei dove tranquillamente si spaccia, giovani che (essendo minorenni e sapendo che non potranno essere puniti particolarmente) causano danni e usano violenza per divertirsi, situazioni di bullismo esasperate, insegnanti corrotti che attribuiscono note a dipendenza delle mazzette ricevute, genitori che impongono ritmi di studio ai propri figli inadeguati (non riconoscendo i loro limiti) arrivando anche a fornire pillole per lo studo.

 

Soluzione coreana ?

La creazione del "Bureau dell'istruzione" atto a garantire il diritto all'istruzione, con ispettori legittimati a ricorrere ad ogni mezzo per imporlo, là dove vi sono situazioni eccezionali.

 

Ed ecco allora che un capitano dell'esercito prestato al Bureau a colpi di arti marziali sistema (fisicamente) i bulli del liceo.

Il sergente donna, pure prelevata dall'esercito, si inserisce nel sistema fingendo di essere un'allieva, per acquisire le prove dello spaccio di sostanze psicotrope illecite e intervenire - sempre a colpi di arti marzali - con chi non rispetta le regole.

Un "nerd" imbranato, grazie a telecamere nascoste, assume le prove necessarie a comprovare le situazioni estreme che le scuole presentano.

 

La serie è interessante in quanto individua situazioni riscontrabli anche alle nostre latitudini, si spera in una forma meno estrema. 

Il diritto all'istruzione porta cultura, chi acquisisce cultura aumenta le proprie conoscenze ed avrà maggiori possibilità di realizzarsi. La scuola deve poter trasmettere cultura senza essere limitata da chi non è interessato e/o da chi ha altri obiettivi rispetto all'insegnare.

"Teach you a lesson" rompe gli schemi con il buonismo che non educa.

Non è normale che un insegnante debba temere un allievo e/o i suoi genitori ripete a diverse riprese il Ministro dell'istruzione che dirige il Bureau.

 

Un plauso, da parte mia, a chi con coraggio ha saputo esprimere un pensiero diffuso, seppur controcorrente, ed è tornato ad indicare che chi sbaglia - anche se minorenne - va sanzionato e chi persiste va fermato prima che sia troppo tardi per lui e (soprattutto) per i compagni. 

 

 

P.S.

Jigoro Kano ha sanzionato anche i suoi allievi più noti quali Yokoyama (il primo 8° dan della storia) e Saigo (l'allievo con la miglior tecnica).


LE MEMORIE DI SAITO

 

Capitolo 9: “La trasferta a San José e Penelope”

 

Avevo ventitré anni, da due ero entrato per età nella categoria senior.

Frequentavo sempre il centro nazionale a Tokyo. Mi ero anche laureato quale educatore alla Tsukuba University, l’università di Jigoro Kano. Mio padre aveva insistito al riguardo. “Nella vita non si sa mai. Un certificato potrà anche non servire, tuttavia se si ha l’occasione di ottenerlo è meglio approfittarne. Il periodo agonistico non dura per sempre ed è buona cosa prepararsi al seguito. Non vorrai sprecare l’intera tua vita praticando judo?”

Non ero il migliore in assoluto della mia categoria; tuttavia, ero tra coloro che avrebbero potuto prendere parte ai prossimi giochi olimpici previsti a Los Angeles.

Il mio avversario principale si chiamava Takeshi, aveva sette anni più di me. A livello internazionale aveva ottenuto risultati importanti. Non aveva tuttavia mai vinto una medaglia ai mondiali.

All’ultima edizione dei giochi, tenutesi a Mosca, il Giappone non aveva preso parte, allineandosi alle decisioni degli Stati Uniti e di diversi paesi occidentali. Il presidente americano Jimmy Carter aveva decretato il boicottaggio per protestare contro l’invasione dell’Afghanistan.[1]

Nell’antichità i giochi erano un periodo di tregua tra città greche rivali; nel mondo moderno invece sembravano essere divenuti l’occasione per mettere in risalto le contrapposizioni esistenti tra paesi dell’area liberale e paesi del blocco comunista. Non mi interessavo di politica, tuttavia, non avevo apprezzato come per altro nessuno della squadra nazionale, la rinuncia ai giochi del 1980. Mio padre si espresse pubblicamente al riguardo; disse e ripeté più volte che era una vergogna allinearsi al volere di chi aveva occupato per anni il nostro paese. Non apprezzava le arti marziali e, ancora meno, le imposizioni dei politici su questioni non di loro competenza. Il mondo dello sport avrebbe dovuto essere esente da influenze esterne, un’oasi di pace in un mondo caratterizzato da conflitti latenti pronti ad esplodere.

 

Il mio percorso verso i giochi olimpici fu lungo e sofferto, tre anni di costante impegno per un obiettivo tutt’altro che facile da raggiungere. In più ero solo: i miei genitori avevano mantenuto il loro atteggiamento contrario al judo. Anche mia sorella risiedeva nel Kyushu, troppo lontana per sostenermi come aveva fatto un tempo. Ci sentivamo regolarmente per telefono ma non era esattamente la stessa cosa.

Di quegli anni ricordo la trasferta a San José, in California.

La nostra nazionale era stata invitata da un certo Joshiro Uchida[2] per tre settimane di allenamento con i migliori judoka degli States. Uchida era stato il coach della nazionale statunitense ai giochi del 1964; all’epoca aveva da poco superato i sessant’anni. Per la sua età era ancora particolarmente attivo. Era il patron della squadra universitaria di San José, la più titolata nella storia delle competizioni tra scuole americane. I responsabili della nostra nazionale decisero di inviare un gruppo composto dai numeri due delle varie categorie.

Fui quindi convocato. Partendo per San José nutrivo parecchi dubbi circa l’utilità di una tale trasferta. Ero anche preoccupato per le mie palesi carenze linguistiche.

Il judo americano non era paragonabile al nostro. Mi resi però presto conto che allenarsi con chi praticava un judo diverso non era una perdita di tempo, anzi.

Tra un allenamento e l’altro a San José conobbi una ragazza di nome Penelope Garcia Rodriguez.

Era una giovane californiana d’origine messicana che, per potersi pagare gli studi in psicologia ai quali era iscritta, serviva alla mensa dell’università dove eravamo alloggiati. Penelope era uno schianto: 1.70, fisico da sportiva, capelli corvini, occhi scuri. Era una ragazza piena di vita, verso la quale era impossibile rimanere indifferenti. Era l’oggetto delle occhiate furtive di tutti i componenti della nostra squadra e non solo.

Tra tutti volle stringere amicizia con il sottoscritto.

Ricordo mi disse: “Al dojo dell’università ho visto passare tanti judoka, provenienti da tutto il mondo. Mi piace guardare gli allenamenti, osservo il judo sin da quando ero bambina. Mio padre ha praticato per tanti anni. Le proiezioni sono uno spettacolo, anche per chi assiste da esterno. Sinceramente trovo il tuo judo una rarità. Hai una posizione ideale e l’esecuzione delle proiezioni è bella esteticamente. A guardarti viene voglia di salire sui tatami. Fosse così semplice!”

Nelle tre settimane di permanenza a San José ci frequentammo trascorrendo momenti indimenticabili in riva all’Oceano. Tra l’altro fu una bella occasione per migliorare il mio stentato inglese.

L’ultima sera il promotore Uchida organizzò una cena. Nel corso della cena ci narrò quando, ragazzino, aveva conosciuto Jigoro Kano e il suo accompagnatore Maruyama. Ricordava che entrambi si erano complimentati con lui per l’impegno dimostrato sui tatami, invitandolo a non abbandonare mai il judo ed a promuoverlo, secondo lo spirito che Kano aveva avuto modo di spiegare nel corso di una conferenza tenuta all’Università della California del sud durante i giochi del 1932.

L’incontro con il Fondatore l’aveva segnato e, in cuor suo, si era ripromesso di assolvere l’invito che gli era stato formulato. Pur essendo divenuto professionalmente un biologo per tutta la vita si dedicò anche al judo.

Non prestai allora particolare attenzione al racconto, altrimenti il nome Maruyama avrebbe dovuto dirmi qualche cosa.

 

Trascorso il periodo di permanenza previsto dovetti salutare Penelope. Impossibile a quel momento era comprendere se le promesse che ci formulammo avrebbero potuto realizzarsi nel tempo a venire. In ogni caso ci ripromettemmo di mantenere i contatti; in fondo - ci dicemmo non senza un briciolo di spensierata ironia - Tokyo e San José distano solamente 8’335 km!

Penelope era la prima ragazza per la quale avevo nutrito interesse e con la quale avevo trascorso momenti felici. Il suo ottimismo e la sua simpatia erano contagiosi. Al suo fianco mi sentivo ricaricato, pronto ad affrontare ogni ostacolo.

Pensare che la nostra amicizia sarebbe sopravvissuta alla lontananza era tipico per dei giovani convinti che il futuro non avrebbe potuto essere che roseo.



[1] Jimmy Carter (1924/2024) decretò il boicottaggio il 21.3.1980. Ai giochi di Mosca presero parte 80 nazioni, dodici in meno rispetto alla edizione di Montreal (1976) e quarantadue in meno rispetto a Monaco (1972).

[2] Yoshiro Uchida (1920/2024) promotore del judo negli Stati Uniti. È stato nominato 10° dan dall’IJF nel 2013.



I LIBRI SUL JUDO: Les clefs de bras

In un'epoca oramai lontana in cui non esisteva internet e non si aveva accesso a filmati dimostrativi o di competizione l'apprendimento passava anche dai libri.

Nella mia biblioteca oramai impolverata ritrovo il libro pubblicato nella collana "Les maîtres du judo" nel 1995 dedicato alle leve.

 

L'autore è Neil Adams; britannico medaglia d'argento ai giochi olimpici, oggi commentatore di Judo TV ma non solo.

Adams ebbe l'onore di essere chiamato al Kodokan a presentare juji-gatame.

La leva è protagonista del libro, Adams la applicava con maestria in competizione. Oltre ad una serie di passagi che portano alla sua applicazione Adams mostra anche alcune modalità per allungare il braccio di uke per l'esecuzione della tecnica.

 

ll libro propone anche quattro pagine di storia delle leve.

Adams indica che lo sviluppo delle leve, nel judo, è stato influenzato dai combattenti russi. In particolare le applicazioni di leva moderne si sarebbero sviluppate grazie al sambo, la lotta russa nata attorno al 1930.

Nulla indica invece dell'importanza delle tecniche al suolo sviluppate nelle scuole Ko Sen in Giappone. Che Jigoro Kano si sia interessato poco al combattimento al suolo è noto la scuola Ko Sen tuttavia era considerata maestra in quest'ambito.

 

Neil Adams, oggi commentatore di Judo TV, è stato un grande combattente. La sua specialità erano le leve articolari, in particolare juji-gatame.


NOTIZIE IN BREVE

 

L'associazione ranking Ticino annuncia di avere previsto l'organizzazione di un torneo ranking 1000 il 24/25 aprile 2027.

Il programma è stato definito con la FSJ. I club ticinesi sono invitati a presenziare.

 

 

Sabato 27 giugno ha avuto luogo il Swiss Judo Day a Grenchen.

L'evento è stato impreziosito dalla presenza di Joshiro Maruyama.

 

 

Al Gran Prix di Quingdao (CHN) svoltosi dal 26 al 28 giugno erano presenti tre combattenti svizzeri. Aurelien Bonferroni (-81 kg) è stato il migliore con due incontri vinti prima di inchinarsi al campione olimpico azero Heydarov.

Sconfitta al primo turno invece per April Fohouo e Gioia Vetterli a -70 kg.

Al torneo era presente un forte rappresentativa giapponese tra questi il doppio campione olimpico Hifumi Abe vincitore a -66 kg.

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