LE MEMORIE DI SAITO Capitolo 8: “L’abbandono di Maruyama” Dopo quei campionati, come mi ero ripromesso, cambiai categoria. Non ebbi quindi più occasione di incontrare in una competizione ufficiale Takero Maruyama. Lo ritrovavo però agli allenamenti della nazionale. Praticavamo uchi-komi ad un ritmo forsennato e randori proiettandoci reciprocamente. L’occasione per la rivincita non mi venne mai data. Mi era capitato - scherzando - di invitarlo a cambiare categoria, così da poterlo incontrare una seconda volta. In queste occasioni mi guardava sorridendo. Credo fosse certo che mi avrebbe nuovamente battuto. Devo dire che, in quei miei primi due anni a Tokyo, ci allenammo parecchio insieme. Apprezzavo molto il suo stile di judo e il suo splendido osoto-gari. Ricordo che cercò di insegnarmi il ju-no-kata, affermando che era il primo kata che Kano proponeva ai suoi allievi e che l’esercizio era utile per migliorare la concentrazione, le posizioni e la respirazione. Nel mio percorso di judo, sino ad allora, non avevo mai avuto occasione di praticare i kata. Lo ritenevo un esercizio riservato agli anziani. Allora contava solo la competizione. Per curiosità mi resi però disponibile. Sotto lo sguardo sorpreso dei responsabili e dei nostri coetanei io e Takero prendemmo l’abitudine di dedicare, al termine dell’ultima lezione giornaliera, una quindicina di minuti allo studio del ju-no-kata. Appresi così i rudimenti delle quindici tecniche con le quali Kano intendeva esprimere il principio ju. Ripensandoci oggi furono momenti particolari, totalmente anomali per dei combattenti di alto livello. Ricordando forse quegli istanti passati insieme, Takero mi autorizzò a rendergli un ultimo saluto quando, saputolo malato, chiesi al suo allievo Hifumi di poterlo incontrare un’ultima volta. Takero vinse ancora un campionato nazionale. Sfortuna volle però che, anche quella volta, prima della competizione internazionale per la quale si era qualificato, si infortunò seriamente a un ginocchio. Dovette essere operato ai legamenti e rimanere inattivo per alcuni mesi. Ad un certo punto, senza un saluto, sparì dal centro nazionale. Chiesi lumi ai responsabili, i quali mi dissero che aveva deciso di interrompere il judo competitivo, non essendo più interessato. La circostanza mi sorprese parecchio. Terminare la carriera agonistica a ventidue anni non era usuale. Oltretutto ricordavo che per combattere aveva rotto i legami con il padre, un tradizionalista che non amava le gare. Andai a trovarlo alcune volte nel piccolo appartamento in cui si era trasferito. Appresi così che aveva assunto un impegno quale insegnante in una scuola media e che la trasmissione del sapere ai giovani gli procurava delle belle soddisfazioni. Della ragione per cui aveva rotto con l’agonismo non disse nulla. Non ritenni opportuno porgli domande. Dopo qualche tempo, i nostri contatti cessarono. Le occasioni di incontro si erano ridotte. I nostri interessi erano oramai differenti; per diversi anni non mi capitò più di praticare i kata. Lo rividi molto tempo dopo. Scoprii così che, dopo essere rimasto a Tokyo alcuni anni, era ritornato a Miyazu dove insegnava judo al dojo che era stato del padre. Ai giovani della regione proponeva la competizione, tuttavia, non insisteva al riguardo. Partecipava regolarmente al torneo giovanile del Kansai con la propria squadra di ragazzi, senza però ottenere grandi risultati. Sembrava felice così, lontano dalle luci della ribalta. Mi capitò di assistere al Butokuden Hall di Kyoto ad una edizione del torneo giovanile. La formazione di Miyazu arrivò, sorprendentemente, seconda. Nella cinquina vi era un giovane che destò il mio interesse per alcuni ippon di osoto-gari di cui si era reso protagonista. Ricordavo bene la perfetta esecuzione di quella tecnica, da parte di Takero, nella nostra finale del campionato nazionale. Dopo la premiazione andai così a complimentare la squadra di Miyazu per il bel judo espresso. A Takero dissi che, per il giovane che avevo visto realizzare quattro ippon, vi sarebbe stato un posto al centro nazionale di Tokyo, se fosse stato interessato a trasferirsi per la frequentazione del liceo. Maruyama rispose che avrebbe parlato con Shinnosuke, il giovane in questione, senza però cercare di influenzarlo.
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