LE MEMORIE DI SAITO
Capitolo 5: “I miei primi campionati nazionali” Terminato il liceo mi iscrissi alla Nagasaki Nihon University. L’università era stata fondata nel 1949 raggruppando una serie di scuole superiori già presenti sul territorio. Per due anni frequentai la facoltà dell’educazione. L’insegnante di judo era l’anziano Katsuhiro. Di lui si diceva che in gioventù avesse frequentato il Bu Sen, la scuola professionale degli istruttori della Dai Nihon Butokukai di Kyoto. Aveva idee totalmente opposte a quelle di Shuzo. La loro rivalità era storica e risaliva a quando entrambi avevano concorso per il ruolo di insegnante all’università. Katsuhiro riteneva che la pratica del judo dovesse andare oltre il combattimento. Senza forzarci invitava regolarmente noi allievi a leggere gli scritti di Jigoro Kano sul senso della disciplina. Nei due anni di formazione ebbi così modo di leggere, per la prima volta, i principali scritti di Jigoro Kano. Non sempre mi risultavano di immediata comprensione. Il germe di un pensiero differente, per rapporto alle parole di Shuzo, tuttavia, iniziò a diffondersi. Pur avendo ben presente, a quel momento che prioritaria era la competizione, avevo iniziato a pormi delle domande sul reale senso della pratica del judo. Avevo effettuato le prime esperienze di gara a tredici anni con la squadra delle scuole medie di Nagasaki. Mensilmente avevamo occasione di esprimerci, partecipando ai tornei che all’epoca venivano indetti sull’isola di Kyushu nelle varie prefetture. Il campionato scolastico delle medie durava un intero semestre. Le competizioni erano un fatto naturale ed erano previste senza distinzione di peso. Come capita nel randori potevi ritrovare il leggero ma anche il peso massimo. A quell’epoca ci sembrava normale praticare e quindi combattere con tutti. Non era per altro detto che il più pesante fosse destinato a vincere sempre contro chi era più leggero. In ogni caso questo modo di combattere permetteva di superare ogni timore per l’avversario. Negli anni del liceo, complice l’impronta data da Shuzo, vincere era divenuto imperativo. Le competizioni si erano ridotte ma l’intero programma di preparazione era studiato in funzione delle principali. In quegli anni mi ero specializzato nell’esecuzione di tecniche d’anca. Avevo anche appreso ad applicarle in combinazione, a partire da un primo attacco di gamba. All’ultimo anno di liceo divenni campione del Kyushu, partecipai così alle mie prime finali del campionato nazionale che si disputavano ad Osaka. Alle finali fui fermato al secondo turno a seguito di una discutibile decisione arbitrale. Non protestai, al contrario di Shuzo che iniziò a sbraitare. Era totalmente inutile. I giudici conoscevano Shuzo; lo lasciarono fare sorridendo ironicamente per il suo “nuovo show”. Io mi concentrai sugli incontri di finale. Osservai così, non senza una certa ammirazione e invidia, un giovane del Kansai di nome Takero Maruyama. Doveva avere all’incirca la mia età. Vederlo combattere era uno spettacolo. Aveva una posizione perfetta, reazioni immediate e un innato senso dell’equilibrio. A guardarlo sembrava che combattere fosse la cosa più naturale del mondo. Aveva vinto il suo primo campionato nazionale a sedici anni. A quanto si diceva si era presentato alla competizione all’insaputa del padre che gestiva un piccolo dojo di provincia a Miyazu. Si era poi trasferito a Tokyo al centro nazionale. Takero incarnava le speranze della dirigenza federale: esprimeva un bel judo, eseguiva delle ottime tecniche, disponeva di un carattere energico ma rispettoso e disponibile al confronto. Quell’anno vinse grazie ad una esecuzione perfetta di ouchi-gari. Io fui tra coloro che lo applaudirono, la bellezza del gesto era indiscutibile. Allora non sapevo che due anni dopo ci saremmo ritrovati in finale. |