Nr.112 / 15 aprile 2026 

TICINO DOJO JOHO

Notizie e approfondimenti sul JUDO, a cura dell’ATJB

 

In assenza di competizioni di cui riferire questo numero prevede tre riflessioni. La prima sull'utilità di un "campione", la seconda sugli anniversari, la terza sugli stages. Si trovano poi il quarto capitolo de "Le memorie di Saito" e la rubrica "I personaggi della storia".

Indice di TDJ nr. 112:

  1. A cosa serve un campione? - Marco Frigerio
  2. Anniversari in concomitanza - Marco Frigerio
  3. Stages di Pasqua - Marco Frigerio
  4. Le memorie di Saito: capitolo 4 - Marco Frigerio
  5. I protagonisti della storia - Marco Frigerio
  6. Notizie in breve - Marco Frigerio

A COSA SERVE UN CAMPIONE ?

Jigoro Kano non ha mai scritto un manuale sulla pratica del judo.

Alcuni suoi allievi, già ad inizio Novecento vi hanno proceduto, noti sono i libri di Sumihito Arima (1904) e di Sakujiro Yokoyama (1908).

Per contro il Fondatore molto ha scritto sulla finalità del judo e su quello che il judo deve essere: un metodo educativo che collabori alla formazione di persone fisicamente sane, mentalmente forti e socialmente utili.

 

Ci si potrebbe quindi porre la seguente domanda: a cosa servono le gare e i campioni?

La risposta pare semplice.

Le gare servono a completare la formazione, obbligando il praticante a confrontarsi con l'ignoto, senza timore, allo scopo di una crescita personale totalmente indipendente dal risultato.

Il campione (per lo meno in Occidente) serve per poter "parlare di judo" a livello mediatico. I giochi olimpici sono l'unico momento in cui le televisioni elvetiche trasmettono immagini di judo. Non per forza l'agonismo di alto livello garantisce un bello spettacolo, tuttavia il judo marca presenza e qualche bel ippon si ha la fortuna di vederlo anche ai massimi livelli.

A cosa altro serve il campione?

A nulla, se non ha appreso lo spirito del judo.

Se non ha capito che la crescita è una operazione di gruppo che deve coinvolgere i propri compagni e che il mettersi a disposizione per trasmettere quanto si è appreso è essenziale, un campione diventa inutile ed anzi un esempio negativo per le nuove generazioni.

 

Grande è la responsabilità di chi insegna.

Trasmettere i giusti concetti espressi da Jigoro Kano è fondamentale.

Naturalmente vi sarà sempre chi è sordo e chi non comprende alcun pensiero che vada oltre la conquista di una medaglia.

Peccato!

Il nostro mondo attuale è pieno di gente che pensa solo a sé. Ascoltando i cosidetti "grandi della terra" subito si comprende quale è oggi il messaggio che viene trasmesso. "Ciò che importa è ritagliarsi il proprio posto al sole; tutti gli altri sono un ostacolo."

Il pensiero di Jigoro Kano non era però questo e, per fortuna, ci è stato tramandato grazie ai suoi scritti.


ANNIVERSARI IN CONCOMITANZA 

 

Sabato 18 e domenica 19 aprile si festeggiano due ricorrenze in Ticino: i cinquant'anni del Do Yu Kai Paradiso e i sessant'anni del Judo Kwai Biasca.

Al dojo del DYK Paradiso sabato vi sarà una dimostrazione di judoka del club, a seguire un apero-rinfresco offerto ai presenti, domenica un corso di nage-no-kata tenuto dal maestro Kazuhiro Mikami.

Il JK Biasca organizza invece, al dojo del JB Bellinzona (per ragioni di spazio), delle lezioni tenute da Tatsuto Shima, attuale insegnante al Judo Kwai Lausanne, alle quali ci si può iscrivere.

 

Peccato che i due eventi vengano promossi in parallelo alla medesima data.

È pur vero che, trattandosi di anniversari di club, ognuno si organizza come meglio crede decidendo liberamente a chi la manifestazione è destinata.

Le ricorrenze di club sono principalmente l'occasione per coinvolgere i propri praticanti e per cercare di ricuperare contatti con chi dal rispettivo dojo è passato. Quale che sia il programma sono momenti importanti che vogliono ricordare quanto si è costruito e quanto (ancora) ci si prefigge di costruire. Senza dimenticare che il passaggio di consegne e di responsabilità, effettuato per tempo, è essenziale.

 

Quale presidente onorario cantonale auguro ad entrambe le associazioni pieno successo.

Con il DYK Paradiso ho un legame forte, essendo lo stesso stato originato (come il DYK Chiasso) dal Judo Club Carona ed avendo per altro ancora oggi il medesimo stemma, creato a metà anni settanta dal compianto Vittorio (Toto) Cornelli.

Anche con il JK Biasca ho sempre avuto un buon rapporto. È stato uno dei pochi club ticinesi a promuovere, presso i suoi allievi, la partecipazione allo stage che, organizzavo in origine quale ATJB e che poi ho continuato negli anni ad organizzare (a fine giugno) come DYK Chiasso al centro scolastico di Arzo.

 

Un brindisi "ad multos annos" e, appena sarà stampato, il volume della "Trilogia del judo" in dono ai due club! 


STAGES DI PASQUA

 

Un folto gruppo di judoka ticinesi ha partecipato allo stage USAGI & NATSU di Pasqua promosso dal presidente federale Aschwanden.

Presenti il responsabile degli U15 Fabio Ciceri e il responsabile degli U18 Rezio Gada, lo stage si è svolto, come d'abitudine, a Fiesch (VS) ed ha visto la partecipazione degli insegnanti Hiroshi Katanishi (8° dan), Fabienne Kocher (terza classificata ai mondiali di Budapest 2021) e Nuno Delgado (terzo classificato ai giochi di Sidney), nonché il venerdì del campione giapponese Joshiro Maruyama (campione del mondo 2019 e 2021) che ha incantato i presenti con la sua straordinaria tecnica.

Altri stages sono stati organizzati nel periodo, tra questi quello dello Skorpion a Piancavallo, presente il già campione olimpico tedesco Ole Bischof, al quale hanno partecipato alcuni juniores del JB Bellinzona.

 

È sempre un bel esercizio dedicare le vacanze alla propria attività sportiva.

Gli stages permettono di conoscere e confrontarsi con judoka provenienti da altre scuole. È quindi un momento di sana aggregazione e verifica. 

Chi pratica judo e ha appreso i principi dovrebbe essere pronto a praticare con tutti: con chi è più forte e proietta e con chi è meno forte e si proietta.

Cadere e proiettare controllando caratterizzano il randori svolto correttamente.

Chi confonde invece il randori con lo shiai (la competizione) diventa un soggetto pericoloso. Sta quindi all'insegnante ricordare i principi del judo e le modalità di esercizio, nonché intervenire (prima che sia tardi) quando si accorge che vi è chi ancora non ha compreso lo spirito del judo.

 

Un bravo a tutti coloro che si sono allenati cadendo proiettando e controllando, senza dimenticare il sorriso che sempre deve caratterizzare la pratica!


LE MEMORIE DI SAITO

 


Capitolo 4: “L’insegnamento anomalo del maestro Shuzo”

 

Compiuti quindici anni iniziai a frequentare il liceo.

Facevo parte della squadra di judo di Nagasaki, l’insegnante era anziano. Il suo nome era Shuzo. Non spiegava mai. Imponeva tuttavia un ritmo incredibile ad ogni allenamento pretendendo che chi vi prendeva parte desse sempre il massimo.

Quegli anni furono decisivi per la mia crescita.

Imparai a soffrire. Imparai a sopportare il dolore senza lamentarmi. Imparai che, per progredire, bisogna spendere sudore e sangue. Imparai che l’insegnante non è necessariamente un punto di riferimento.

Non tutti resistettero. Buona parte degli iscritti ai corsi judo abbandonarono nei tre anni di liceo. Chi riuscì ad arrivare alla fine del terzo anno ne uscì però trasformato, aveva imparato a soffrire ed a cercare dentro di sé la forza per andare sempre e comunque avanti.

 

Negli anni passati alla high school partecipai in media a cinque competizioni l’anno.

Shuzo era convinto che era totalmente inutile combattere più frequentemente. La stagione andava programmata ed era necessario disporre del tempo di preparazione adeguato per arrivare pronti agli appuntamenti più importanti: il torneo a squadre del Kyushu e il campionato nazionale.

Il torneo a squadre giovanile, che laureava la miglior squadra del Kyushu, era considerato da Shuzo la competizione regina. Erano svariati anni che la squadra di Nagasaki vinceva il trofeo. A Shuzo era l’unico risultato che importava. Pur di vincerlo era pronto a fare carte false.

In effetti, quando io ero al primo anno, non disponendo di una squadra particolarmente competitiva Shuzo fece in modo di tesserare alcuni judoka provenienti dal Kansai sostenendo che, in forza di una collaborazione esistente tra il liceo di Nagasaki e quello di Kyoto, fosse legittimo procedere in tal modo.

L’anziano maestro godeva di particolare fama e, nel Kyushu, non vi era chi avesse il coraggio di contestarlo. Fu così che, anche quell’anno, grazie all’apporto dato da tre combattenti del Kansai, il liceo di Nagasaki vinse il torneo a squadre.

Quando raccontai la vicenda in famiglia mio padre si arrabbiò dicendo: “Eccoti servito Riku. Il judo, si dice, ha una finalità diversa. Quando però si arriva al dunque trovi la dimostrazione che, pur di vincere, tutto è permesso. E quale è allora la differenza? Ricordo il lutto nazionale per la sconfitta di Kaminaga nella finale degli OPEN dei giochi olimpici di Tokyo nel 1964. Se ne parlò per mesi; possibile che in Giappone non vi fossero argomenti più seri da trattare in quel periodo? E comunque, il fatto che il judo avesse trovato praticanti all’estero più forti degli atleti locali non avrebbe dovuto essere considerato un successo per la disciplina di Kano? Significava infatti che il judo era divenuto universale.

 

Il campionato nazionale era naturalmente l’altro impegno agonistico importante.

Laureava però il singolo e non la squadra per cui Shuzo lo riteneva inferiore nella propria scala dei valori.

Ricordo quanto il maestro Shuzo ci disse nel salutarci definitivamente, al termine del liceo.

In futuro vi sarà chi vi dirà che il judo è un mezzo per migliorare sé stessi e che non importa se vincete o perdete. Tutte storie! Jigoro Kano era nato in una famiglia benestante ed era un sognatore, non ha mai combattuto. Il judo, termine che indebitamente ha assorbito quello di ju-jutsu, rimane e va interpretato come un combattimento per la vita; chi vince sopravvive, chi perde ha chiuso. I più famosi allievi di Kano, Shiro Saigo e Sakujiro Yokoyama, lo hanno dimostrato interpretando sempre in tal modo la disciplina. Grazie alle loro vittorie il judo si è imposto e non certamente grazie alle fanfaronate del professore.

All’epoca non ero ferrato sulla storia del judo. I nomi Saigo e Yokoyama mi dicevano poco.

Negli anni a seguire compresi meglio il riferimento ai due “shi-tenno”. Saigo soprannominato “neko[1] aveva interrotto improvvisamente la pratica del judo lasciando il Kodokan nel 1890 per perseguire una vita avventurosa, divenendo membro attivo di un gruppo di ispirazione nazionalistica protagonista di atti rivoluzionari in Cina e Corea. Yokoyama, soprannominato “oni[2] era stato invece protagonista di numerose risse da strada, occasioni a lui gradite per esercitare le tecniche senza regole e senza cura degli effetti prodotti su chi soccombeva. Entrambi erano noti per l’inclinazione all’alcool indigesta a Kano che invece predicava la moderazione.

Seppi poi anche che gli antenati di Shuzo erano stati dei samurai. Avevano combattuto la battaglia di Sekigahara (1600), tuttavia dalla parte sbagliata. Avevano perso e, quando si perde una battaglia come quella destinata ad influire sui successivi duecento anni di storia, gli effetti sono devastanti.

Il suo pensiero sul judo era indubbiamente influenzato dal retaggio famigliare.

All’epoca le parole di Shuzo non mi sorpresero.

Anche mio padre sosteneva che le arti marziali preparano al combattimento e quindi alla guerra. Presi così alla lettera le indicazioni del maestro e, per diverso tempo, interpretai il combattimento di judo come una battaglia dove indispensabile era sopravvivere, vincendo.

Con i miei genitori stringemmo un patto: pur non apprezzando il judo avrebbero rispettato le mie scelte.

Non videro mai un incontro, ma non fecero nulla per farmi desistere.

Chi invece seguiva le mie imprese sportive, in famiglia, era mia sorella Shigeko.

Di quattro anni maggiore, Shigeko si era da poco laureata alla Kyushu Women’s University con una tesi su Matsuo Bashu, il maestro degli haiku.

L’influenza esercitata da nostra madre era evidente.

Tra le due vi era una complicità straordinaria; più che madre e figlia sembravano sorelle.

Leggevano i medesimi libri e discutevano spesso al riguardo di questo o quel racconto; avevano i medesimi interessi.

Shigeko mi seguiva però nei tornei che si combattevano nelle vicinanze di Nagasaki non condividendo la chiusura dei miei genitori al riguardo del judo.

Mia sorella sembrava capire il mio desiderio di confrontarmi con gli altri e il piacere che sentivo mettendomi alla prova sfidando l’ignoto. Mi diceva spesso, avendo letto più volte il libro dei cinque anelli di Myamoto Musashi e il romanzo di Yoshikawa[3] che ne narra le gesta, che le ricordavo il più grande spadaccino della storia. A volte, benché fossimo oramai cresciuti, mi recitava delle poesie.

Alla fine del liceo volle dedicarmi uno dei suoi haiku preferiti:

 

 

“Di primavera

s’odon risa nel vento.

Sbocciano i fiori” [4]



[1] Neko letteralmente “gatto”. Il soprannome era stato dato in quanto Saigo cadeva sempre in piedi, come un gatto.

[2] Oni letteralmente “demonio”. Il soprannome faceva riferimento al carattere violento ed aggressivo di Yokoyama.

[3] Eija Yoshikawa (1892/1962) pubblicò tra il 1935 e il 1939, a puntate, sul periodico più diffuso in Giappone (Asahi Shinbun) il romanzo Musashi che narra le gesta dell’autore del libro dei cinque anelli. Il libro è stato tradotto in italiano.

[4] Matsuo Bashu.

 


I PROTAGONISTI DELLA STORIA: Willem Ruska (1940/2015)

 

Fu il primo combattente a vincere due titoli olimpici.

Il risultato fu ottenuto nella medesima Olimpiade: quella di Monaco nel 1972 dove vinse sia nella categoria dei massimi sia in quella Open. Fu due volte campione mondiale (nel 1967 e nel 1971) ed ottenne anche un argento nel 1969. Sette furono invece i titoli continentali vinti. Era soprannominato il “Tarzan del tatami”.

Ruska cominciò a praticare il judo nella marina olandese all’età di 20 anni, di seguito si allenò frequentemente in Giappone. Si fece rapidamente strada verso il successo utilizzando al meglio il suo naturale equilibrio, la sua enorme forza fisica e la sua perfidia in combattimento. Le sue tecniche preferite erano osoto-gari, tai-otoshi e harai-goshi che effettuava in gara controllando i due baveri dell’avversario sbilanciando nell’una o nell’altra direzione.

Per Ruska la cosa più importante per diventare un campione era avere lo spirito del combattente, secondo lui chi è troppo viziato dagli agi di una bella vita non avrebbe mai potuto diventare forte.

 

Ritiratosi dopo i giochi del 1972 si inserì nel mondo del wresling professionistico.

A seguito di un combattimento “vale tudo” particolarmente violento e litigioso Ruska venne bandito dalla commissione della New Japan Pro-Wresling.[1]

Rimase comunque nel circuito combattendo 150 match.

Nel 2001 fu vittima di una emorragia cerebrale che lo rese parzialmente invalido.



[1] L’incontro opponeva Ruska al brasiliano Ivan Gomes (1939/1990), venne combattuto il 7 agosto 1976 allo stadio Maracana di Rio de Janeiro. Entrambi vennero espulsi dalla federazione.

 

Dopo Anton Geesink, campione olimpico nel 1964, il judo olandese poté contare su di un altro campione della categoria dei pesi massimi: Willem Ruska.

Ruska vinse sia la categoria dei massimi sia quella degli OPEN ai giochi di Monaco del 1972, di seguito si dedicò al wresling professionistico.


NOTIZIE IN BREVE

Dal 28 al 30 agosto 2026 la capitale vodese ospiterà una competizione del IJF Tour: il Grand Slam di Losanna. Organizza la FSJ sostenuta dal Canton Vaud, dalla Città di Losanna e dalla Lotteria romanda.

L'evento è importante e sarà indubbiamente l'occasione di portare in Svizzera il meglio del judo mondiale. Dopo i campionati del mondo del 1973 (Losanna) e i campionati del mondo a squadre del 2002 (Basilea) la piccola Svizzera torna a scrivere la storia del judo.

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