LE MEMORIE DI SAITO
Capitolo 4: “L’insegnamento anomalo del maestro Shuzo” Compiuti quindici anni iniziai a frequentare il liceo. Facevo parte della squadra di judo di Nagasaki, l’insegnante era anziano. Il suo nome era Shuzo. Non spiegava mai. Imponeva tuttavia un ritmo incredibile ad ogni allenamento pretendendo che chi vi prendeva parte desse sempre il massimo. Quegli anni furono decisivi per la mia crescita. Imparai a soffrire. Imparai a sopportare il dolore senza lamentarmi. Imparai che, per progredire, bisogna spendere sudore e sangue. Imparai che l’insegnante non è necessariamente un punto di riferimento. Non tutti resistettero. Buona parte degli iscritti ai corsi judo abbandonarono nei tre anni di liceo. Chi riuscì ad arrivare alla fine del terzo anno ne uscì però trasformato, aveva imparato a soffrire ed a cercare dentro di sé la forza per andare sempre e comunque avanti. Negli anni passati alla high school partecipai in media a cinque competizioni l’anno. Shuzo era convinto che era totalmente inutile combattere più frequentemente. La stagione andava programmata ed era necessario disporre del tempo di preparazione adeguato per arrivare pronti agli appuntamenti più importanti: il torneo a squadre del Kyushu e il campionato nazionale. Il torneo a squadre giovanile, che laureava la miglior squadra del Kyushu, era considerato da Shuzo la competizione regina. Erano svariati anni che la squadra di Nagasaki vinceva il trofeo. A Shuzo era l’unico risultato che importava. Pur di vincerlo era pronto a fare carte false. In effetti, quando io ero al primo anno, non disponendo di una squadra particolarmente competitiva Shuzo fece in modo di tesserare alcuni judoka provenienti dal Kansai sostenendo che, in forza di una collaborazione esistente tra il liceo di Nagasaki e quello di Kyoto, fosse legittimo procedere in tal modo. L’anziano maestro godeva di particolare fama e, nel Kyushu, non vi era chi avesse il coraggio di contestarlo. Fu così che, anche quell’anno, grazie all’apporto dato da tre combattenti del Kansai, il liceo di Nagasaki vinse il torneo a squadre. Quando raccontai la vicenda in famiglia mio padre si arrabbiò dicendo: “Eccoti servito Riku. Il judo, si dice, ha una finalità diversa. Quando però si arriva al dunque trovi la dimostrazione che, pur di vincere, tutto è permesso. E quale è allora la differenza? Ricordo il lutto nazionale per la sconfitta di Kaminaga nella finale degli OPEN dei giochi olimpici di Tokyo nel 1964. Se ne parlò per mesi; possibile che in Giappone non vi fossero argomenti più seri da trattare in quel periodo? E comunque, il fatto che il judo avesse trovato praticanti all’estero più forti degli atleti locali non avrebbe dovuto essere considerato un successo per la disciplina di Kano? Significava infatti che il judo era divenuto universale.” Il campionato nazionale era naturalmente l’altro impegno agonistico importante. Laureava però il singolo e non la squadra per cui Shuzo lo riteneva inferiore nella propria scala dei valori. Ricordo quanto il maestro Shuzo ci disse nel salutarci definitivamente, al termine del liceo. “In futuro vi sarà chi vi dirà che il judo è un mezzo per migliorare sé stessi e che non importa se vincete o perdete. Tutte storie! Jigoro Kano era nato in una famiglia benestante ed era un sognatore, non ha mai combattuto. Il judo, termine che indebitamente ha assorbito quello di ju-jutsu, rimane e va interpretato come un combattimento per la vita; chi vince sopravvive, chi perde ha chiuso. I più famosi allievi di Kano, Shiro Saigo e Sakujiro Yokoyama, lo hanno dimostrato interpretando sempre in tal modo la disciplina. Grazie alle loro vittorie il judo si è imposto e non certamente grazie alle fanfaronate del professore.” All’epoca non ero ferrato sulla storia del judo. I nomi Saigo e Yokoyama mi dicevano poco. Negli anni a seguire compresi meglio il riferimento ai due “shi-tenno”. Saigo soprannominato “neko”[1] aveva interrotto improvvisamente la pratica del judo lasciando il Kodokan nel 1890 per perseguire una vita avventurosa, divenendo membro attivo di un gruppo di ispirazione nazionalistica protagonista di atti rivoluzionari in Cina e Corea. Yokoyama, soprannominato “oni”[2] era stato invece protagonista di numerose risse da strada, occasioni a lui gradite per esercitare le tecniche senza regole e senza cura degli effetti prodotti su chi soccombeva. Entrambi erano noti per l’inclinazione all’alcool indigesta a Kano che invece predicava la moderazione. Seppi poi anche che gli antenati di Shuzo erano stati dei samurai. Avevano combattuto la battaglia di Sekigahara (1600), tuttavia dalla parte sbagliata. Avevano perso e, quando si perde una battaglia come quella destinata ad influire sui successivi duecento anni di storia, gli effetti sono devastanti. Il suo pensiero sul judo era indubbiamente influenzato dal retaggio famigliare. All’epoca le parole di Shuzo non mi sorpresero. Anche mio padre sosteneva che le arti marziali preparano al combattimento e quindi alla guerra. Presi così alla lettera le indicazioni del maestro e, per diverso tempo, interpretai il combattimento di judo come una battaglia dove indispensabile era sopravvivere, vincendo. Con i miei genitori stringemmo un patto: pur non apprezzando il judo avrebbero rispettato le mie scelte. Non videro mai un incontro, ma non fecero nulla per farmi desistere. Chi invece seguiva le mie imprese sportive, in famiglia, era mia sorella Shigeko. Di quattro anni maggiore, Shigeko si era da poco laureata alla Kyushu Women’s University con una tesi su Matsuo Bashu, il maestro degli haiku. L’influenza esercitata da nostra madre era evidente. Tra le due vi era una complicità straordinaria; più che madre e figlia sembravano sorelle. Leggevano i medesimi libri e discutevano spesso al riguardo di questo o quel racconto; avevano i medesimi interessi. Shigeko mi seguiva però nei tornei che si combattevano nelle vicinanze di Nagasaki non condividendo la chiusura dei miei genitori al riguardo del judo. Mia sorella sembrava capire il mio desiderio di confrontarmi con gli altri e il piacere che sentivo mettendomi alla prova sfidando l’ignoto. Mi diceva spesso, avendo letto più volte il libro dei cinque anelli di Myamoto Musashi e il romanzo di Yoshikawa[3] che ne narra le gesta, che le ricordavo il più grande spadaccino della storia. A volte, benché fossimo oramai cresciuti, mi recitava delle poesie. Alla fine del liceo volle dedicarmi uno dei suoi haiku preferiti: “Di primavera s’odon risa nel vento. Sbocciano i fiori” [4]
[1] Neko letteralmente “gatto”. Il soprannome era stato dato in quanto Saigo cadeva sempre in piedi, come un gatto. [2] Oni letteralmente “demonio”. Il soprannome faceva riferimento al carattere violento ed aggressivo di Yokoyama. [3] Eija Yoshikawa (1892/1962) pubblicò tra il 1935 e il 1939, a puntate, sul periodico più diffuso in Giappone (Asahi Shinbun) il romanzo Musashi che narra le gesta dell’autore del libro dei cinque anelli. Il libro è stato tradotto in italiano. |