LE MEMORIE DI SAITO
Capitolo 3 “La scoperta del judo” Alla scuola media mi ritrovai nell’obbligo di praticare un’arte marziale. La scelta era tra judo e kendo. Memore del fatto che mio padre aveva praticato kendo in gioventù scelsi il judo, senza sapere cosa fosse. Kozue non fu per nulla contento. Le direttive scolastiche erano però chiare. Non vi era alcuna possibilità di evitare di praticare l’una o l’altra disciplina. Mi si aprì così un mondo nuovo che determinò il mio destino. Alla scuola media di Nagasaki, alla fine degli anni Sessanta, l’insegnamento del judo era diretto dal maestro Sanshiro. L’insegnante discendeva da una famiglia con una radicata tradizione nella pratica del judo. Nel 1969 il cugino Hirao[1] aveva ottenuto una medaglia d’argento ai Campionati del mondo di Città del Messico, sconfitto in finale dal connazionale Isamu Sonoda. L’insegnamento avveniva secondo tradizione. Il Gokyo definiva la successione delle tecniche da apprendere. Uchi-komi e randori erano gli strumenti necessari per fare in modo che le tecniche venissero effettivamente acquisite. La necessità di ripetere e ripetere le movenze delle proiezioni era chiara per tutti. Non vi era spazio per discussioni e nessuno di noi allievi si sognava di proporne. Non venivano insegnati i kata. Da un iniziale approccio titubante, conseguente al parere negativo espresso da mio padre al riguardo di ogni forma di arte marziale, mi lasciai in breve trascinare dall’entusiasmo. La lotta in sé era un esercizio naturale per noi giovani di allora. Non ci vedevo quindi nulla di male. Il combattimento di judo, nel rispetto delle regole poste, non aveva quale fine l’annientamento dell’avversario (contrariamente al pensiero di Kozue) ma la realizzazione dell’ippon. L’esecuzione perfetta di una proiezione portava poi un sentimento di soddisfazione e realizzo che non avevo mai riscontrato in altri ambiti. Attuare una perfetta proiezione, sia pure nel corso del randori, era un toccasana per la mente. Mi faceva sentire bene. Progredendo nella pratica del judo avevo la chiara impressione che non era solo il mio fisico a beneficiarne ma anche il mio spirito. La consapevolezza di essere in grado di oppormi, se necessario, ad ogni forma di brutalità mi aveva reso fiducioso ad oltranza. Nulla mi appariva impossibile all’epoca. Grazie alla pratica costante del judo avevo acquisito coscienza delle mie possibilità e non vedevo l’ora di partecipare agli allenamenti per migliorare sempre più. Inutili furono quindi le lamentazioni dei miei genitori. “Va bene praticare judo, se proprio è obbligatorio, tuttavia, tieni le distanze. Non lasciarti coinvolgere. Nella tua vita altro dovrà essere il tema di riferimento” ribadiva, ad ogni occasione, Kozue. “Tuo padre ha ragione. Le arti marziali sono obsolete e contrastano con il mondo di pace che tutti desideriamo” faceva eco Yuna. Inutile dire che non li ascoltai. I tre anni delle scuole medie vennero da me sfruttati al massimo. Il judo divenne il mio compagno di vita. L’allenamento era divenuto il momento più significativo della mia esistenza. Dopo i primi due anni di studio concentrati sui fondamentali dove appresi le cadute, gli spostamenti, gli squilibri e le prime tecniche, iniziarono anche le prime sfide. La squadra delle medie di Nagasaki aveva una buona tradizione. Ricordo il mio debutto al torneo di Fukuoka. Avversario era un coetaneo della squadra di Kumamoto di nome Kenji. Lo scontro era alla pari per il peso, decisamente impari per contro per esperienza. Kenji era figlio di un noto judoka della regione, aveva iniziato a praticare a sei anni e l’anno precedente si era laureato campione del Kyushu. A ripensarci ora posso dire di avere sbagliato tutto in quell’incontro. Ero emozionato. Il cuore mi batteva a mille. Non avevo idea dei miei movimenti. Kenji per contro sapeva cosa fare: “Hajime”, prese in avvicinamento, due passi sulla destra e attacco di seoi-nage. “Waza-ari” decretò l’arbitro. Ripresa di incontro con identico copione con la differenza che caddi picchiando la testa al suolo. “Ippon soremade!” Dolorante e sofferente per la netta sconfitta subita cercai di non piangere ma non mi fu possibile. Le lacrime sgorgarono fluenti. Sanshiro mi riprese: “Il judo insegna a controllare i propri stati d’animo. Non è consentito piangere o per lo meno non si piange dinnanzi a tutti. Il controllo di sé è fondamentale e va appreso.” Il debutto agonistico fu da dimenticare insomma, come per la maggior parte dei judoka. È raro, infatti, che chi inizia a combattere risulti subito vincente. Con il senno di poi devo dire che trovo assolutamente giusto che sia così. La vita non è mai semplice, apprendere ad accettare la sconfitta è quindi una delle lezioni più importanti della gioventù. Insistendo e applicandomi ottenni finalmente qualche soddisfazione verso la fine dell’ultimo anno. Vinsi qualche incontro e iniziai a comprendere quale doveva essere il giusto approccio alla gara. Facevo del mio meglio e, qualunque fosse stato il risultato, avevo imparato ad accettarlo pronto a ripartire. Avevo capito che in fondo vittorie e sconfitte fanno parte della vita sportiva (e non solo) e che è naturale gioire per le vittorie e recriminare per le sconfitte, ciò però ad uso personale. Iniziai a pensare che il judo mi aveva insegnato ad affrontare i miei demoni e i miei timori rendendomi consapevole dei miei limiti. Ero certo però che, allenandomi intensamente, avrei potuto superarli. Di quel periodo ricordo anche l’allenamento speciale che Katsuya, il cugino del maestro Sanshiro, diresse al dojo. Fu un momento particolare. Non era da tutti, alla nostra età, allenarsi con un vicecampione del mondo. Rammento che spiegò hane-goshi [2]insistendo sull’uso delle braccia, in apertura con il sinistro e in spinta con il destro. Non vi avevo mai posto particolare attenzione. Mi ripromisi di riflettere e di correggere la mia esecuzione imperfetta. Credo che sia da allora che la tecnica, raramente applicata in competizione e di complessa esecuzione, divenne la mia preferita. Di quell’allenamento ho memoria anche del randori. Katsuya era a disposizione di noi ragazzi. All’ultimo turno riuscii a invitarlo. Caddi a destra e a sinistra, ovunque volesse proiettarmi. Non era importante, mi rialzavo e ripartivo all’attacco, convinto che un giorno avrei potuto divenire anche io un campione. L’allenamento con Katsuya fu l’occasione per sognare un futuro costellato di vittorie e toccare con mano chi, in parte, aveva raggiunto un tale obiettivo.
[1] Hirao Katsuya (1943/2002) secondo classificato ai mondiali del 1969 è lo zio di Takanori Nagase (1993/…) doppio campione olimpico a -81 kg nel 2021 e 2024. [2] Hane-goshi si traduce “colpo d’anca saltato”. Pare che la tecnica venne creata da Hajime Isogai (1871/1947), allievo di Kano, responsabile dell’insegnamento alla Dai Nihon Butokukai di Kyoto. |