LE MEMORIE DI SAITO
Capitolo 2 “Un ricordo della scuola primaria” Non sono mai stato uno studente modello. Malgrado il nome che porto - Riku significa “affidabile” - non ho quasi mai soddisfatto le attese dei miei genitori. Non mi interessavano la matematica e le scienze. Faticavo con le lingue straniere. Ho imparato l’inglese che però ho appreso a padroneggiare pienamente solo dopo avere vissuto due anni in Gran Bretagna. Sono sempre stato convinto che per fare propria una lingua è necessario vivere là dove è di uso comune. Amavo la letteratura, la musica e la storia. Mia madre, aveva l’abitudine di leggere a noi figli, prima di mandarci a dormire, delle poesie e di commentarle. La poesia - e non solamente quella giapponese - è entrata così nel mio DNA. A volte Yuna suonava lo shamisen; tra le sue dita esperte le tre corde dello strumento rilasciavano suoni celestiali che mi trasportavano in un mondo di pace e concordia, fantastico in quanto irreale. L’interesse per la storia mi era invece stato trasmesso da Kozue. Approfondendo gli eventi del passato cercavo di comprendere come fosse stato possibile, raggiungere i livelli di degrado e devastazione di pochi decenni prima. Al riguardo mi sono sempre chiesto perché mai l’umanità non sia mai riuscita, nei secoli, a camminare insieme, in armonia, verso il futuro. Non ho grandi ricordi legati alla scuola primaria. Una certa rigidità ha sempre caratterizzato le nostre scuole. Negli anni mi sono convinto che sia il solo modo per arrivare ad imporre comportamenti adeguati. Troppa libertà, negli anni verdi, è spesso causa di una malsana evoluzione, di arroganza e di mancanza di rispetto. La libertà va conquistata con la maturazione dopo avere compreso come ci si deve comportare in ambito sociale. Un episodio mi è tuttavia rimasto impresso. Un giorno la scuola che frequentavo venne visitata da un ispettore scolastico. In rango nella nostra divisa, ritti nella corte interna del sedime sotto il sole cocente di giugno, avevamo cantato l’inno nazionale ed eravamo intenti ad ascoltare i discorsi del preside e dell’ispettore. Entrambi sottolineavano l’importanza della tradizione e la fortuna di essere nati giapponesi: il migliore tra i popoli. Akiro, un mio compagno di classe, a un certo punto diede i numeri. Non riusciva a rimanere impalato in attesa che i discorsi finissero. Iniziò quindi ad emettere degli strani suoni. A ripensarci ora parevano il gracchiare delle gru dal collare rosso che avevo visto allo zoo. Inutile dire che la distrazione causò tra noi ragazzi sorrisi e sogghigni che, in poco tempo, si trasformarono in risate soffocate. Sul palco il volto del preside divenne presto glaciale. Individuato il colpevole, non appena l’ispettore scolastico terminò il proprio intervento, lo fece prelevare senza ritegno. La sentenza, severa, venne emessa immediatamente e la sanzione fu subito eseguita: dieci bacchettate al posteriore con l’ispettore e le classi schierate ad osservare. Ricordo che all’epoca mi chiesi se non vi fossero altri metodi per arrivare a far comprendere ad Akiro che non era il caso di disturbare l’evento. Conclusi però che la sanzione era stata adeguata alla grave mancanza di rispetto di cui si era reso colpevole il mio coetaneo, disturbando discorsi che esaltavano lo spirito patriottico. Akiro non diede in seguito più adito a problemi. Anzi, crescendo divenne un medico di successo sulle orme di famiglia. Anche i genitori di Akiro non ebbero mai a lamentarsi per il trattamento subito dal figlio. Negli anni Sessanta difficilmente vi erano genitori che prendevano le difese dei propri figli. Ben al contrario, non appena era nota la marachella compiuta, a casa veniva inflitto un secondo castigo. Akiro mi disse che, per punizione, i genitori gli avevano imposto di rimanere per una settimana a digiuno, in piedi innanzi al desco serale. Con il passare degli anni mi convinsi sempre di più del fatto che non si può pretendere che gli insegnanti vengano presi sul serio dagli allievi se a casa li si contesta, criticando le misure che questi adottano. Certo dieci bacchettate al posteriore erano una sanzione significativa, all’epoca però appariva legittima e in linea con la gravità della trasgressione. Con Akiro rimasi in contatto per anni. Quando rientravo a Nagasaki ci trovavamo regolarmente, aggiornandoci sugli eventi occorsi. Oltre ad essere divenuto un bravo medico riuscì a formare una famiglia propria ed a crescere due figli sani. Ricordo quando mi chiese di valutare le capacità del figlio maggiore, diciottenne praticante di judo, e le sue reali possibilità di avere una carriera sportiva di alto livello. All’epoca ero allenatore della squadra nazionale, il ragazzo era educato e dimostrava impegno, tuttavia, non disponeva di una tecnica di riferimento e non aveva studiato combinazioni e contraccolpi. Dopo averlo visto in azione sui tatami dissi al padre che, data l’età, il ragazzo difficilmente avrebbe potuto ottenere risultati agonistici importanti. Mi ringraziò per la sincerità. Negli anni a seguire divenne però più difficile contattarlo. In breve, le nostre strade non ebbero più modo di incrociarsi. Seppi poi che il ragazzo aveva insistito senza successo sulla strada dell’agonismo, perdendo forse la possibilità di realizzarsi in una direzione più consona alle proprie facoltà. Non ho avuto figli, tuttavia, comprendo l’innato senso protettivo che, caratterizza il rapporto genitoriale. Spesso vi è chi non vede o non vuole vedere i palesi difetti e/o i limiti della propria discendenza. La circostanza è pericolosa in quanto il genitore coinvolto finisce per abdicare dal proprio ruolo educativo. |