IL RACCONTO DI MARUYAMA: capitolo 22 Dopo avere sorbito la sua ultima tazza di tè, nel proprio dormiveglia, Takero Maruyama rivisse l’ultima gita a Kyoto con Asami. Seduto in veranda, perso nei ricordi, sentiva i rumori della laguna. Quanto gli sarebbero mancati i suoni e le immagini della natura che per trent’anni lo avevano accompagnato, in particolare il gracchiare delle gru, la fioritura dei sakura, la vista mozzafiato della baia, lo sciabordio delle onde. Rivolto al mare, concluse così - tra sé e per sé - la narrazione. 21. Con Asami lasciammo il dojo. Come una volta, prendemmo il treno per Kyoto. Non distante dalla stazione sorge il Santuario di Fujimi, dedicato a Inari il kami della fertilità, del riso e, in generale, del successo terreno. Lo visitammo ritrovando la statua raffigurante la kitsune[1] grigia con in bocca la chiave del deposito di riso. Innanzi a quella statua, tempo addietro, ci eravamo ripromessi di tenerci in contatto sempre e comunque. La volpe è considerata nella mitologia buona messaggera. Nel nostro caso così non fu. Dopo qualche scritto iniziale interrompemmo, entrambi, i contatti. Le nostre strade si erano definitivamente divise, inutile prolungare la fine. Dopo avere gustato un biscotto della fortuna, acquistandolo in un negozietto non lontano dal santuario, scartammo il rispettivo omikuji. Quello di Asami diceva “nankurunaisa”, il mio (una predizione) “byoki”.[2] Ritrovammo poi il vecchio cinema dove, oltre alle ultime produzioni, venivano proiettati film d’annata. Quel giorno era in programma un classico americano: “Casablanca”.[3] Quando Ingrid Bergman prese l’aereo per raggiungere il marito, lasciando per sempre Humphrey Bogart al suo destino, ci stringemmo la mano. Fu l’unico gesto di intimità che ci scambiammo. La vita avrebbe potuto essere molto diversa per entrambi, il presente però ci attendeva. Rientrammo quindi a Miyazu e ci salutammo per l’ultima volta. Sapevamo che ben difficilmente ci saremmo rivisti. Mi venne da pensare al proverbio ““L’amicizia e l’amore non si chiedono come l’acqua, ma si offrono all’occasione come il tè.” Se sinceri, gli eventi e le scelte di vita non li potranno scalfire, qualsiasi cosa avvenga. Il loro ricordo rimane indelebile nel tempo. Negli anni ho mantenuto la promessa fatta ad Asami e, seppur da lontano grazie a Riku Saito, ho sempre seguito le imprese agonistiche e la vita di Shinnosuke. Da meno di un anno è sposato con Kaori, una campionessa olimpica insegnante di lettere al liceo di Kumamoto, appassionata di haiku. Per ringraziarmi del regalo inviato al matrimonio, tramite Hifumi, mi hanno fatto avere la trascrizione di una poesia. Una simile cortesia non è da tutti. Sono certo che non smarriranno il cammino e che sapranno sempre sostenersi a vicenda. Chissà, presto potrebbero avere dei figli. Scommetto che sceglieranno i nomi con riferimento alla storia del judo, magari Noriko e Shiro. La campana del tempio tace, ma il suono continua ad uscire dai fiori.[4] Il ricordo fu particolarmente emozionante per Takero. Hifumi avrebbe dovuto passare in serata per continuare la storia. In realtà non vi era altro da narrare. Chi svolge con dedizione e cura il proprio ruolo ripetendo nei mesi e negli anni gesti e pensieri, non ha grandi imprese da raccontare. Al dojo di Miyazu erano passati molti giovani; tutti avevano avuto modo di confrontarsi con l’insegnamento che Takero impartiva, in alcuni aveva attecchito in altri meno. Nessuno però era stato come Shinnosuke, il figlio che non aveva avuto, il nipote mancato, colui che meglio di tutti aveva fatto propri i principi impartiti. Maruyama era certo che Shinnosuke avrebbe saputo trasmettere oltre, per cui - pur non avendo avuto una famiglia propria - sentiva di avere adempiuto al proprio compito avendo condotto “una vita virtuosa” cercando sempre di tramandare “il sapere acquisito.” Con questa convinzione e con il sorriso si lasciò dunque vincere dal sonno. Il pensiero corse ancora una volta a suo padre Hiroshi, che lo aveva cresciuto senza mai sorridere nel bene e nel male, a Kumiko, sulla quale aveva sempre potuto contare, ad Asami, il rimpianto della sua vita, a Shinnosuke, che aveva amato come il figlio che non aveva avuto, e a Hifumi, che (riconosceva) avrebbe meritato di più. “Chrooc! Chrooc!” il verso delle gru lo rianimò per un istante. Maruyama pensò che fossero tornate per aspettare il suo kami. Chiuse così gli occhi sapendo che non li avrebbe più riaperti. Il suo tempo si era concluso. Hifumi giunse in serata al domicilio di Maruyama. Entrato come suo solito gli parve che il maestro fosse appisolato. Dando seguito alle istruzioni avute cercò allora di svegliarlo. Sforzo inutile. Takero Maruyama non si sarebbe più ripreso. Un senso di profonda tristezza lo colse. Hifumi organizzò le esequie del maestro. Informò chi di dovere, tra questi Shinnosuke e Saito. Il giorno in cui Shinnosuke venne a conoscenza dell’avvenuto decesso di Maruyama fu per lui molto particolare. La sera prima aveva saputo che Kaori attendeva un bimbo. Riflettendo sul senso degli accadimenti “un nuovo arrivo e una partenza, l’alternarsi di gioia e di dolore senza alcuna possibilità di controllo” aveva concluso riconoscendo il fatto che la vita ci può sorprendere ad ogni momento. Il giorno del definitivo commiato da Takero Maruyama, la salma era deposta sul lato di fronte all’entrata del dojo di Miyazu. Hifumi fungeva da gran ciambellano. I presenti venivano indirizzati a destra della salma, a sinistra le celebrità. Shinnosuke e Kaori vennero invitati ad accomodarsi a sinistra. Seguendo le istruzioni del maestro, solo all’ultimo momento, Hifumi chiese a Shinnosuke di dire due parole. Hifumi lesse l’imbarazzo del compagno di allenamento d’altri tempi. Gli dispiacque perché, ne era certo, avvisandolo in anticipo avrebbe potuto prepararsi. Ai lati della salma contenitori in argento sprigionavano nuvole di incenso. Hifumi tenne il discorso commemorativo ricordando l’ultimo allenamento a cui il maestro aveva partecipato indossando la cintura nera anziché quella bianco e rossa. Shinnosuke svolse brillantemente il proprio compito narrando come fosse giunto per caso al dojo e come, grazie a Maruyama, aveva sempre considerato il judo “un imprescindibile compagno di viaggio, un toccasana per il corpo e per la mente”. Hifumi lo aveva ringraziato a nome del Maestro. Nell’aria si sentiva la presenza soddisfatta dello spirito di Takero Maruyama. Shinnosuke aveva svolto bene il suo ultimo impegno per il suo primo dojo. “È un vero campione e del judo ha assimilato appieno lo spirito” concluse senza alcuna invidia Hifumi. Terminata la cerimonia Hifumi e Shinnosuke ebbero modo di scambiare ancora qualche parola. Ricordarono, con simpatia, i festeggiamenti per il secondo posto ottenuto dalla squadra giovanile al torneo di Kyoto, di cui erano stati protagonisti anni prima, e la semifinale che li aveva visti avversari, all’ultimo campionato nazionale vinto da Shinnosuke. Kaori ringraziò Hifumi per la dedizione al Maestro Maruyama e gli formulò i migliori auguri per la futura gestione del dojo di Miyazu. Nel salutarlo, prima di rientrare a Kumamoto, Shinnosuke e Kaori gli confidarono di essere in attesa di un figlio. Hifumi ne fu felice. Peccato che Takero Maruyama non potesse più esserne informato; questa era indubbiamente una notizia che avrebbe appreso con grande gioia. “Chissà” pensò “magari l’informazione gli è arrivata comunque. Il mondo dei kami è un mistero.” L’anziana Kumiko non aveva partecipato alla cerimonia. La sacerdotessa era rimasta all’esterno del dojo, nello stesso punto in cui anni prima il dodicenne Shinnosuke aveva sbirciato la prima lezione di judo a cui assisteva, seppur da esterno. Aveva contribuito a dare un senso alla vita di Takero Maruyama e, anche se non era riuscita a salvare Hiroshi dai suoi demoni, ci aveva provato. Non sempre la vita prosegue come auspicato; in ogni tempo però è possibile riprendere il cammino, rettamente, con la volontà di fare del bene. Non le era sfuggito il discorso di Shinnosuke. Anch’ella aveva avuto l’impressione che l’incenso, che si librava nell’aria ai lati della salma avesse sorriso, come se il kami di Takero Maruyama avesse ascoltato, soddisfatto della cerimonia e delle parole pronunciate dal suo allievo prediletto. Per parte sua aveva fatto il possibile per adempiere al meglio alla promessa formulata alla madre Okiko. Ne ricordava ancora le parole pronunciate al termine del suo cammino: “Kumiko! Promettimi di occupati del tuo fratellastro Hiroshi. Aiutalo a trovare pace. Fai in modo che comprenda l’importanza di perpetuare la propria stirpe. Se potrai occupati anche della sua discendenza.” Mai prima di allora Okiko le aveva detto chi fosse il proprio padre. Alla domanda che le aveva posto occasionalmente aveva sempre svicolato. Era stata una sorpresa apprendere che, anche lei, faceva parte del Clan Maruyama a pieno titolo. Saito non poté partecipare alla cerimonia, si trovava all’estero con la nazionale. Quando venne informato del decesso del suo coetaneo, avversario alla finale del campionato nazionale di tanti anni prima, si ritirò nella propria stanza e, versatosi un bicchiere di sakè, brindò come promesso al kami di Takero Maruyama e ai kami di tutti coloro che nel mondo avevano contribuito - secondo il pensiero di Kano - a fare in modo che il judo fosse trasmesso correttamente ai successori. “Invito vivamente i miei discepoli a conservare lo spirito dei nostri predecessori, mantenendosi nella più alta espressione e accezione di esso, sia dal punto di vista dei valori della vita, sia di quelli del Kodokan-judo come perfezionamento dell’io al fine di servire la società.”[5]
[1] Kitsune letteralmente “volpe”. [2] Omikuji sono i biglietti della fortuna che si ritrovano arrotolati nei biscotti. Nankurunaisa significa “con il tempo si sistema tutto”, byoki letteralmente “malattia”. [3] Casablanca film del 1942 di Michael Curtiz. Una storia d’amore ambientata durante la Seconda guerra mondiale; premio Oscar per film e regia nel 1944. [4] Haiku di Matsuo Basho (1644-1694). [5] Kano, Esortazione all’impegno etico, Yuko-no-katsudo (maggio 1920). |