IL RACCONTO DI MARUYAMA: capitolo 20 “E va bene. Proverò a raccontare anche questa parte della storia. Per quanto capitato e per come mi sono comportato provo vergogna. Ero giovane e in gioventù si commettono errori di valutazione. Tutto sembra bianco o nero, più facilmente si è portati ad assumere attitudini definitive. Nessuno potrà mai perdonarmi” disse Maruyama, rivolto a Hifumi e a Kumiko, prima di riprendere il racconto. 18. Hiroshi, per usare un eufemismo, non aveva apprezzato la mia scelta. Si era sentito abbandonare dal proprio figlio. Figlio nel quale aveva investito tutto il suo tempo. Figlio che doveva costituire il suo riscatto, la cui vita avrebbe dovuto essere perfetta secondo la sua concezione. Per qualche tempo rimanemmo in contatto. Ogni volta che avevamo modo di trovarci o sentirci però tornava in argomento chiedendomi di rivedere la scelta che avevo fatto e di ritornare a Miyazu. Ero talmente assillato dalla sua insistenza che, a un certo punto, decisi di non più rivederlo. Rinunciai addirittura a sentirlo. All’epoca non esistevano i telefoni cellulari e mettersi in contatto era assai più complicato rispetto ad oggi. Continuai così la mia vita come se fossi divenuto orfano. Per Hiroshi fu il colpo finale. Sentiva di avere fallito e di non essere riuscito a compiere quanto necessario per riscattare le sue colpe e i suoi crimini. Se anche suo figlio lo rifuggiva, non vi era per lui alcuna speranza di redenzione. Improvvisamente chiuse il dojo consegnando le chiavi a Noburo. Caduto in una fortissima depressione scomparve lasciando per sempre Miyazu. Tornò al monastero di Kumamoto, dove aveva vissuto per cinque anni dopo la prigionia, ma anche lì non trovò la pace. Tempo dopo venni contattato da un monaco che, di passaggio a Tokyo, tenne ad informarmi del suo cattivo stato di salute e del rischio a che compisse un gesto estremo. Il monaco aveva conosciuto mio padre in precedenza e si diceva colpito dal crollo che lo caratterizzava. Avrei potuto recargli visita cercando di ricucire i rapporti, non feci però nulla. Il giorno del mio ventiduesimo compleanno venni a sapere da Kumiko che Hiroshi si era tolto la vita a Kumamoto. In quel periodo mi ero infortunato al ginocchio sinistro e non potevo praticare. Per la prima volta mi sentii veramente solo. Compresi quindi quello che doveva essere stato lo stato d’animo di mio padre, la cui vita era stata rovinata dalla guerra e le cui speranze si erano perse definitivamente a seguito della mia scelta egoistica di chiudere i rapporti. Immediatamente ruppi con la nazionale interrompendo le competizioni. Ci misi un po’ invece prima di decidere di tornare a Miyazu. Quando lo feci ritrovai Noburo; in quegli anni, si era occupato di mantenere il dojo in buone condizioni. Lo ringraziai senza sapere che non l’avrei più rivisto. Avendo concluso l’ultima missione affidatagli dal proprio maestro Noburo lasciò definitivamente Miyazu senza un saluto e/o una spiegazione. Di lui, per anni, non ebbi più notizie; solo recentemente ho saputo che risiede a Okinawa dove dirige un suo dojo nel quale, a fianco dell’immagine classica di Jigoro Kano, alla parete principale, vi è una fotografia di Hiroshi. Rientrato a Miyazu iniziai così ad insegnare nel dojo in cui ero cresciuto, che Hiroshi aveva aperto grazie all’aiuto di Mifune e Kumiko. Sentivo che questa era la mia vera missione. Non avevo figli e mi ero ripromesso di non creare una famiglia. I rapporti famigliari mi sembravano troppo complicati. Avrei cercato di redimermi occupandomi degli altri, riscattando così (forse) anche la vita di mio padre. Kumiko aveva ascoltato in silenzio. A questo punto aggiunse: “In quel periodo mi ero accorta che Hiroshi stava perdendo il controllo. Lo visitavo settimanalmente cercando di confortarlo, ricordandogli che tutti hanno diritto di effettuare le proprie scelte e che il suo riscatto già si era compiuto, avendo dedicato gli ultimi anni della propria vita a trasmettere valori e non solo a Takero. Il suo dojo era rinomato e ben frequentato. La sua vicinanza con Kano era garanzia di serietà del messaggio trasmesso. Nulla da fare. Sempre più Hiroshi era tormentato. Mi disse che i volti di coloro che a Singapore, durante l’“Operazione Sook Ching” avevano perso la vita erano tornati a perseguitarlo. Non dormiva praticamente più e non trovava pace. Rivedeva sé stesso partecipare agli arresti che avrebbero condotto cinesi e cristiani fermati dalla kempei alla loro esecuzione sommaria. Il distacco da Takero aveva scatenato in lui ricordi dolorosi mai sopiti. Un giorno non lo vidi più, semplicemente era partito; solo, senza denaro, abbandonando il dojo che con fatica aveva costruito e promosso nelle mani di Noburo. Venni a sapere che era tornato al monastero di Kumamoto e che trascorreva le giornate vagando senza meta nel bosco, parlando con le statue raffiguranti i rakan perso nei suoi pensieri e nei suoi incubi. Fui io a recarmi a Tokyo per incontrare Takero quando seppi quanto era capitato. Lo aiutai anche quando, tornando, decise di riattivare l’insegnamento del judo. A questo punto gli consegnai anche i venti dipinti originali di Hokusai appartenuti alla sua famiglia. Erano i beni più preziosi che mia madre aveva salvato dalla tragedia che aveva colpito il Clan Maruyama. Le splendide vedute tradizionali del Giappone di un tempo costituivano un legame con il passato. Mi ero sempre soffermata a rimirarne i paesaggi e l’uso spasmodico del monte Fuji[1] inserito a volte quale protagonista, a volte quale riferimento accessorio. Il monte dei kami. Negli anni successivi Takero non ebbe necessità di aiuto. Conosceva il judo e sapeva trasmetterlo nella sua interezza: tecniche e principi. Fu un bene per Miyazu che, per trent’anni, vi sia stato chi - incurante dell’evolversi delle mode e del pensiero - sapesse riportare i praticanti alle basi ed ai valori primordiali indicati da Kano.” Hifumi e Kumiko salutarono Maruyama. Si era fatto tardi, ed era tempo di andare. Kumiko, inusitatamente per una sacerdotessa, volle abbracciarlo. Sicuramente entrambi sentivano che il saluto era definitivo. Takero strinse forte la miko come a ringraziarla, silenziosamente, per esserci stata ed avere svolto un ruolo importante nella sua esistenza. Uscendo dall’abitazione in riva alla laguna, prima di separarsi, Hifumi chiese a Kumiko “davvero il Maestro non ha mai avuto interesse a creare una propria famiglia? Non ha mai sentito il bisogno di trovare una compagna?” Kumiko sorrise limitandosi a rispondere “chiedilo a lui, ma fallo presto, prima che sia troppo tardi. Il suo tempo è prossimo alla scadenza.” Dopo di che recitò l’haiku dell’addio di Basho: Malato in viaggio: i miei sogni vagano sui campi appassiti.[2] “Mi mancherà! L’ho conosciuto bambino. Ho sempre cercato di assisterlo nella crescita controbilanciando in parte l’influenza del padre. L’ho sostenuto nel cammino fino a che ha raggiunto la sua piena maturità. Sono molto orgogliosa di quello che è diventato. È stato un grande educatore, nella regione di Miyazu molti sono i giovani che devono a lui l’apprendimento dei giusti valori”. “Prima di tutto dobbiamo riordinare la nostra vita: imporci il principio della sobrietà e della diligenza in modo che, risparmiando sia il tempo che il denaro, ci si possa dedicare al miglioramento di sé stessi allo scopo di contribuire al bene sociale”.[3]
[1] Il Monte Fuji è la montagna più alta del Giappone (3776 m). La salita in vetta è molto ambita anche perché trattasi di una delle tre montagne considerate, dalla religione shintoista, sacra. [2] Haiku con il quale Matsuo Basho (1644-1694), gravemente malato, su invito dei suoi discepoli, quattro giorni prima di morire, espresse il suo addio alla vita. Basho è ritenuto il massimo maestro della poesia haiku giapponese. [3] Kano, Esortazione all’impegno etico, Yuko-no-katsudo (maggio 1920). |