Nr.104 / 30 novembre 2025 

TICINO DOJO JOHO

Notizie e approfondimenti sul JUDO, a cura dell’ATJB


 

In questo numero: qualche riflessione circa le caratteristiche che un insegnante deve avere secondo Jigoro Kano, l'intervista al maestro Corrado Croceri (in Ticino per due lezioni speciali al dojo del DYK Chiasso) e la lista dei ticinesi qualificati per le finali di Aarberg (BE).

Non mancano poi la rubrica "Le speranze del judo ticinese", il capitolo 20 de "Il racconto di Maruyama" e la rubrica "I protagonisti della storia".

 

Il racconto di Maruyama (secondo libro della trilogia sul judo) si sta per concludere.

Nei prossimi due numeri gli ultimi capitoli e, a seguire, l'epilogo.

Chi fosse interessato ad acquistare la pubblicazione integrale del racconto contatti pure l'autore, costo CHF 15.- a beneficio del DYK Chiasso.

Indice di TDJ nr. 104:

  1. I requisiti per un insegnante - Marco Frigerio
  2. Intervista a Corrado Croceri - Marco Frigerio
  3. Campionati svizzeri 2025 - Marco Frigerio
  4. Le speranze del judo ticinese: Davide Limmi
  5. Il racconto di Maruyama - Marco Frigerio
  6. I protagonisti della storia - Marco Frigerio
  7. Notizie in breve - Marco Frigerio

I REQUISITI PER UN INSEGNANTE

 

Jigoro Kano ha diretto per vent'anni la scuola di formazione degli insegnanti di Tokyo. Era un educatore a largo raggio. Il judo era da lui inteso quale un mezzo di crescita morale, intellettuale e sociale.

Nell'ottobre 1919 pubblicò un articolo intitolato "Desideri per gli insegnanti di judo".

Quanto ha espresso ha tuttavia una utilità ampia a valere anche per gli insegnanti in genere.

Di seguito qualche pensiero estrapolato dall'articolo del Fondatore recentemente ritradotto in lingua francese dallo storico Yves Cadot, professore di judo.

 

FORMAZIONE DEL CARATTERE

L'insegnante deve dotarsi di un carattere adeguato alla funzione che assume.

Ciò impone di approfittare di ogni occasione per crescere, frequentando persone di carattere meritevole ma anche leggendo opere che completano le proprie conoscenze.

 

ESERCIZIO TECNICO RIFERITO AI PRINCIPI

Se in un primo tempo vi è necessità di riferirsi ad un maestro è possibile poi progredire tecnicamente riflettendo in modo autonomo.

Quello che importa è rispettare i principi del judo: non forzare, rompere la postura prima di agire, ricercare la massima efficienza con il minimo sforzo, salvaguardare la tua salute e quella dei compagni.

 

ESIGENZA DI UN METODO PEDAGOGICO

Essere un eccellente judoka non basta per essere un buon insegnante. Bisogna sapere organizzare le lezioni, scegliere una progressione chiara e mantenere l'attenzione degli studenti

 

ACQUISIZIONE DI CONOSCENZE

L'insegnante deve acquisire le più ampie conoscenze anche al di fuori della propria specialità ed essere in grado di rispondere alle questioni degli studenti guidandoli nel loro orientamento futuro.

 

ESSERE UN ESEMPIO

L'insegnante deve essere un esempio al dojo e nella vita.

Il suo comportamento deve trasmettere dignità e lasciar trasparire il proprio amore per l'arte. 


INTERVISTA A CORRADO CROCERI

Sabato 22 e domenica 23 novembre il maestro Corrado Croceri ha tenuto al dojo del DYK Chiasso due lezioni speciali.

Croceri (6° dan FILKAM), negli anni settanta, è stato pluricampione italiano. È uno dei più conosciuti allievi del Bu Sen Milano, il dojo storico di Cesare Barioli, ed è il titolare dell'associazione Dojo Kenshiro Abbe - Gruppo Marche di Corridonia che ha recentemente compiuto i 50 anni.

È stato l'organizzatore del Trofeo Tre Torri (26 edizioni), che per diversi anni è stato l'evento agonistico più importante in Italia, al quale hanno partecipato judoka provenienti da tutto il mondo.

È tuttora l'organizzatore di vari stage estivi e invernali, l'ultimo dei quali - tenutosi questa estate - ha avuto quali ospiti Hatsuyuki Hamada (8° dan) e Yasuyuki Muneta (campione del mondo 2003 e 2007). 

 

 

Come hai iniziato la pratica del judo ?

 

Nel 1964 indossai per la prima volta un judogi.

Ero convittore e studente presso il Collegio Campana di Osimo e mi capitò di praticare presso il Judo Club Sakura.

Dopo una breve pausa, ripresi presso il Dojo Samurai di Macerata.

Nell'estate 1968 partecipai a uno stage estivo dove incontrai il maestro Cesare Barioli (1935-2012) fondatore del Bu Sen Milano. Fu amore a prima vista.

 

 

Cosa c'era al Bu Sen che non si trovava altrove ?

 

Il Bu Sen era un dojo molto speciale per la grande personalità del maestro Cesare Barioli, persona di grande preparazione tecnica e culturale che aveva la capacità di trasmettere il judo come nessun altro. Un maestro che era nel pieno della sua energia nel far affermare la sua scuola di judo. In quel periodo il Bu Sen era spesso visitato da Gruppi sportivi militari e dalle Fiamme Oro, la squadra della polizia di Stato.

Al Bu Sen si respirava un'atmosfera che pervadeva l'anima e lo spirito di chi entrava. C'era il judo quale base poi c'erano uomini di cultura che venivano a praticare. Ricordo il Prof. Marcello Bernardi, un pediatra di fama, e il Prof.Benini primario dell'ospedale Niguarda di Milano.

Cesare spesso invitava personaggi di grande spessore uno tra questi era il maestro Kenshiro Abbe che contribuì molto alla crescita di noi del gruppo dell'agonistica.

 

 

Quale ricordo particolare hai del tuo periodo agonistico ?

 

Ricordo perfettamente tutto, mi sono reso conto successivamente che per il periodo storico dell'epoca non ho potuto esprimere a pieno il mio valore come atleta. Sono certo che con una organizzazione diversa avrei avuto una carriera internazionale più importante.

 

 

Come sei diventato insegnante professionista ?


Semplicemente per necessità se volevo continuare il mio cammino di judoka dovevo aprire una mia scuola e la mia formazione, come quella di molti altri, è avvenuta strada facendo con l'applicazione, lo studio, la ricerca, i viaggi in Giappone e non solo.

 

 

Cosa pensi sia importante riuscire a trasmettere ?

 

Oggi più che mai è importante colmare il gap Storico - Culturale - Filosofico  - del judo, questa disciplina è veramente Scuola di vita, se la colleghi con la vita di relazione quotidiana è in grado di dare risposte a tutto.

 

 

Quali sono i tuoi obiettivi attualmente ?


Diffondere il judo in tutte le sue accezioni e preparare il futuro della mia Scuola di judo quando io non ci sarò più. Formare nuovi insegnanti di judo preparati tecnicamente, didatticamente, pedagogicamente, culturalmente.

C'è bisogno di comunicare il valore del Judo educativo, formativo e soprattutto di far comprendere il valore sociale.

 

 

Grazie maestro.

Chi scrive ha conosciuto Croceri agli stage estivi di Bertinoro di fine anni settanta, quando - da campione italiano - passava per un saluto e per un allenamento.

Il DYK ha partecipato alle prime edizioni del Trofeo Tre Torri.

Nel tempo, seguendo (seppur da lontano) quanto Croceri è uso proporre tramite filmati e messaggi, la stima si è accresciuta.

È nata così l'occasione per rivederlo all'opera al dojo di via Cattaneo.

Tutti i soci del DYK Chiasso, piccoli e grandi, presenti ne hanno beneficiato.

 

Corrado Croceri al DYK Chiasso durante la lezione dei giovanissimi di domenica 23 novembre. Chi ha presenziato ha avuto l’occasione di meglio comprendere l’obiettivo del judo che non consiste nella vittoria in una competizione ma nella vittoria nella vita. Costruire la persona attraverso lo studio del bel gesto, imparando ad applicare il minimo sforzo pur raggiungendo il massimo risultato, salvaguardando la salute propria e di quella del compagno di pratica fanno parte del corretto insegnamento della disciplina. 


CAMPIONATI SVIZZERI 2025

 

Sono state pubblicate le classifiche finali del ranking nazionale.

I judoka ticinesi qualificati per le finali del 6 e 7 dicembre 2025 di Aarberg (BE) sono i seguenti: 


U18

Jonas Perosa -73

Christian Perosa e Giulio Capriroli  -81

Luke Bürgisser -90

 

Eloisa Del Don -40

Clarissa Bernasconi e Sofia Gygax -44

Ginevra Monté Rizzi e Elena Callegari -70

 

 

U21

Loris Perosa, Martino Gada, Jonas Perosa, Dante Moodley e Tommaso Monté Rizzi -81

Luke e Kai Bürgisser -90

Antonio Niceta +90

 

Chiara Ambrosini -52

Elena Callegari -70

 

 

Senior

Loris Luis e Oscar Quadri -60

Matthew Marastoni e Angelo Melera -73

Loris Perosa e Martin Motta -81

Michele Citriniti -100

Luca Wyler e Maurizio Kocher +100

 

Chiara Ambrosini -52

Giulia Cambianica -70

 

 

Chi non dovesse partecipare è invitato a segnalarlo per tempo alla FSJ permettendo di conseguenza, a chi ha punteggi inferiori, di presenziare.

Un sincero in bocca al lupo a tutti i combattenti che prenderanno parte all'evento agonistico finale dell'anno.


LE SPERANZE DEL JUDO TICINESE

 

Chi non ha ancora compiuto i 18 anni è invitato ad esprimere il suo pensiero sul judo, sulle proprie esperienze e su quanto ha appreso ed apprende praticando la disciplina.

Per questo numero si ringrazia Davide Limmi (2016, cintura gialla-arancione del DYK Chiasso).

 

"Ciao, sono Davide e ho 9 anni. Dopo 2 stagioni nei pulcini della scuola calcio del Chiasso, ho deciso di provare un nuovo sport: judo. Attualmente sono 4 anni che mi reco regolarmente al dojo per allenarmi e da quest’anno ho cominciato a fare delle piccole gare in quanto ho scelto di fare il corso pre-agonistico. Questo corso è impegnativo perché si devono seguire 3 allenamenti alla settimana, ma vado ogni volta molto volentieri. Lo scorso giugno ho partecipato per la prima volta allo stage di Arzo: un’esperienza interessante e molto bella.

Il DYK mi ha permesso di conoscere dei veri campioni di Judo (Shoei Ono, Alexis Landais, Giorgio Vismara e proprio oggi il maestro Corrado Croceri e la già nazionale giapponese Tasaki Honoka).

Al dojo ho conosciuto altri bambini e ragazzi con la mia stessa passione; tanti molto più esperti di me che mi sanno dare dei buoni consigli.

Il judo è una scuola d’amicizia, rispetto per gli altri e disciplina.

Mi piacerebbe diventare un forte judoka e praticare per sempre questo sport. Sono consapevole che per avere dei buoni risultati dovrò seguire bene le lezioni, ascoltare i consigli e allenarmi con grande impegno.

Ringrazio tutti i maestri per quello che fanno per noi ragazzi e FORZA DYK!!!"

 

Davide Limmi chi racconta come dalla scuola calcio sia passato al judo.

Qualche volta, anche le attività sportive che vanno per la maggiore, soccombono al fascino della nostra disciplina.


IL RACCONTO DI MARUYAMA: capitolo 20

 

E va bene. Proverò a raccontare anche questa parte della storia. Per quanto capitato e per come mi sono comportato provo vergogna. Ero giovane e in gioventù si commettono errori di valutazione. Tutto sembra bianco o nero, più facilmente si è portati ad assumere attitudini definitive. Nessuno potrà mai perdonarmi” disse Maruyama, rivolto a Hifumi e a Kumiko, prima di riprendere il racconto.

 

 

18.

Hiroshi, per usare un eufemismo, non aveva apprezzato la mia scelta.

Si era sentito abbandonare dal proprio figlio. Figlio nel quale aveva investito tutto il suo tempo. Figlio che doveva costituire il suo riscatto, la cui vita avrebbe dovuto essere perfetta secondo la sua concezione.

Per qualche tempo rimanemmo in contatto.

Ogni volta che avevamo modo di trovarci o sentirci però tornava in argomento chiedendomi di rivedere la scelta che avevo fatto e di ritornare a Miyazu.

Ero talmente assillato dalla sua insistenza che, a un certo punto, decisi di non più rivederlo. Rinunciai addirittura a sentirlo. All’epoca non esistevano i telefoni cellulari e mettersi in contatto era assai più complicato rispetto ad oggi. Continuai così la mia vita come se fossi divenuto orfano.

Per Hiroshi fu il colpo finale. Sentiva di avere fallito e di non essere riuscito a compiere quanto necessario per riscattare le sue colpe e i suoi crimini. Se anche suo figlio lo rifuggiva, non vi era per lui alcuna speranza di redenzione. Improvvisamente chiuse il dojo consegnando le chiavi a Noburo. Caduto in una fortissima depressione scomparve lasciando per sempre Miyazu.

Tornò al monastero di Kumamoto, dove aveva vissuto per cinque anni dopo la prigionia, ma anche lì non trovò la pace. Tempo dopo venni contattato da un monaco che, di passaggio a Tokyo, tenne ad informarmi del suo cattivo stato di salute e del rischio a che compisse un gesto estremo. Il monaco aveva conosciuto mio padre in precedenza e si diceva colpito dal crollo che lo caratterizzava.

Avrei potuto recargli visita cercando di ricucire i rapporti, non feci però nulla.

Il giorno del mio ventiduesimo compleanno venni a sapere da Kumiko che Hiroshi si era tolto la vita a Kumamoto.

In quel periodo mi ero infortunato al ginocchio sinistro e non potevo praticare.

Per la prima volta mi sentii veramente solo. Compresi quindi quello che doveva essere stato lo stato d’animo di mio padre, la cui vita era stata rovinata dalla guerra e le cui speranze si erano perse definitivamente a seguito della mia scelta egoistica di chiudere i rapporti.

Immediatamente ruppi con la nazionale interrompendo le competizioni.

Ci misi un po’ invece prima di decidere di tornare a Miyazu. Quando lo feci ritrovai Noburo; in quegli anni, si era occupato di mantenere il dojo in buone condizioni. Lo ringraziai senza sapere che non l’avrei più rivisto. Avendo concluso l’ultima missione affidatagli dal proprio maestro Noburo lasciò definitivamente Miyazu senza un saluto e/o una spiegazione. Di lui, per anni, non ebbi più notizie; solo recentemente ho saputo che risiede a Okinawa dove dirige un suo dojo nel quale, a fianco dell’immagine classica di Jigoro Kano, alla parete principale, vi è una fotografia di Hiroshi.

Rientrato a Miyazu iniziai così ad insegnare nel dojo in cui ero cresciuto, che Hiroshi aveva aperto grazie all’aiuto di Mifune e Kumiko. Sentivo che questa era la mia vera missione. Non avevo figli e mi ero ripromesso di non creare una famiglia. I rapporti famigliari mi sembravano troppo complicati. Avrei cercato di redimermi occupandomi degli altri, riscattando così (forse) anche la vita di mio padre.

 

 

Kumiko aveva ascoltato in silenzio.

A questo punto aggiunse: “In quel periodo mi ero accorta che Hiroshi stava perdendo il controllo. Lo visitavo settimanalmente cercando di confortarlo, ricordandogli che tutti hanno diritto di effettuare le proprie scelte e che il suo riscatto già si era compiuto, avendo dedicato gli ultimi anni della propria vita a trasmettere valori e non solo a Takero. Il suo dojo era rinomato e ben frequentato. La sua vicinanza con Kano era garanzia di serietà del messaggio trasmesso. Nulla da fare. Sempre più Hiroshi era tormentato. Mi disse che i volti di coloro che a Singapore, durante l’“Operazione Sook Ching” avevano perso la vita erano tornati a perseguitarlo. Non dormiva praticamente più e non trovava pace. Rivedeva sé stesso partecipare agli arresti che avrebbero condotto cinesi e cristiani fermati dalla kempei alla loro esecuzione sommaria. Il distacco da Takero aveva scatenato in lui ricordi dolorosi mai sopiti. Un giorno non lo vidi più, semplicemente era partito; solo, senza denaro, abbandonando il dojo che con fatica aveva costruito e promosso nelle mani di Noburo.

Venni a sapere che era tornato al monastero di Kumamoto e che trascorreva le giornate vagando senza meta nel bosco, parlando con le statue raffiguranti i rakan perso nei suoi pensieri e nei suoi incubi. Fui io a recarmi a Tokyo per incontrare Takero quando seppi quanto era capitato. Lo aiutai anche quando, tornando, decise di riattivare l’insegnamento del judo. A questo punto gli consegnai anche i venti dipinti originali di Hokusai appartenuti alla sua famiglia. Erano i beni più preziosi che mia madre aveva salvato dalla tragedia che aveva colpito il Clan Maruyama. Le splendide vedute tradizionali del Giappone di un tempo costituivano un legame con il passato. Mi ero sempre soffermata a rimirarne i paesaggi e l’uso spasmodico del monte Fuji[1] inserito a volte quale protagonista, a volte quale riferimento accessorio. Il monte dei kami.

Negli anni successivi Takero non ebbe necessità di aiuto. Conosceva il judo e sapeva trasmetterlo nella sua interezza: tecniche e principi. Fu un bene per Miyazu che, per trent’anni, vi sia stato chi - incurante dell’evolversi delle mode e del pensiero - sapesse riportare i praticanti alle basi ed ai valori primordiali indicati da Kano.

 

Hifumi e Kumiko salutarono Maruyama. Si era fatto tardi, ed era tempo di andare.

Kumiko, inusitatamente per una sacerdotessa, volle abbracciarlo. Sicuramente entrambi sentivano che il saluto era definitivo. Takero strinse forte la miko come a ringraziarla, silenziosamente, per esserci stata ed avere svolto un ruolo importante nella sua esistenza.

Uscendo dall’abitazione in riva alla laguna, prima di separarsi, Hifumi chiese a Kumiko “davvero il Maestro non ha mai avuto interesse a creare una propria famiglia? Non ha mai sentito il bisogno di trovare una compagna?

Kumiko sorrise limitandosi a rispondere “chiedilo a lui, ma fallo presto, prima che sia troppo tardi. Il suo tempo è prossimo alla scadenza.” Dopo di che recitò l’haiku dell’addio di Basho:

 

Malato in viaggio:

i miei sogni vagano

sui campi appassiti.[2]

 

“Mi mancherà! L’ho conosciuto bambino. Ho sempre cercato di assisterlo nella crescita controbilanciando in parte l’influenza del padre. L’ho sostenuto nel cammino fino a che ha raggiunto la sua piena maturità. Sono molto orgogliosa di quello che è diventato. È stato un grande educatore, nella regione di Miyazu molti sono i giovani che devono a lui l’apprendimento dei giusti valori”.

 

 

“Prima di tutto dobbiamo riordinare la nostra vita: imporci il principio della sobrietà e della diligenza in modo che, risparmiando sia il tempo che il denaro, ci si possa dedicare al miglioramento di sé stessi allo scopo di contribuire al bene sociale”.[3]



[1] Il Monte Fuji è la montagna più alta del Giappone (3776 m). La salita in vetta è molto ambita anche perché trattasi di una delle tre montagne considerate, dalla religione shintoista, sacra.

[2] Haiku con il quale Matsuo Basho (1644-1694), gravemente malato, su invito dei suoi discepoli, quattro giorni prima di morire, espresse il suo addio alla vita. Basho è ritenuto il massimo maestro della poesia haiku giapponese. 

[3] Kano, Esortazione all’impegno etico, Yuko-no-katsudo (maggio 1920).


I PROTAGONISTI DELLA STORIA: Rena Kanokogi  Glickman (1935/2009)

 

Nata Rena Glickman è considerata la madre del judo agonistico femminile.

Ebbe una giovinezza agitata, fece parte anche di una gang di Brooklyn; da qui probabilmente il soprannome “Rusty”.

Nel 1955 le venne consigliato di praticare judo. La disciplina la conquistò subito in quanto le permetteva di ricercare e trovare quella capacità di controllo che le mancava.

Nel 1959, facendosi passare per un uomo, vinse una medaglia in una competizione judoistica a squadre a New York. Venne scoperta e sanzionata.

Nel 1962 si allenò al Kodokan dove le permisero di frequentare l’allenamento maschile e dove incontrò il suo secondo marito Ryohei Kanokogi.[1]

Nel 1965 organizzò il primo torneo per ragazze a New York.

Negli anni successivi propose un torneo femminile a inviti e nel 1980 riuscì ad organizzare il primo campionato del mondo femminile al Madison Squadre Garden di New York che finanziò personalmente.

 

Nel 1988, grazie anche alla sua insistenza, il judo femminile venne inserito tra le discipline olimpiche dimostrative e dal 1992 a tutti gli effetti.

Per il suo grandissimo impegno le venne conferito il 7° dan e una serie di riconoscimenti ufficiali.



[1] Ryohei Kanokogi nipote di samurai, ebbe a praticare judo e karate in Giappone. Si trasferì negli USA dove nel 1964 sposò Rena con la quale ebbe due figli (Ted e Jean). Fu uno dei pionieri del judo statunitense, diresse anche la squadra olimpica e funse da coach ad Allen Coage (1943/2007) medaglia di bronzo a Montreal 1976, judoka e lottatore noto per la carriera nel wresling. Al termine della sua carriera, Kanokogi sarà 9° dan di judo.

 

Rena Kanokogi Glickman è considerata la madre del judo femminile competitivo.


NOTIZIE IN BREVE

 

Ai Campionati Svizzeri Latini U15 di domenica 16 novembre Oleksii Dmytrashyk, Yuki Alliata, Margherita Bosia e Elisa Algisi hanno conquistato il bronzo.

Sette erano i ticinesi che hanno partecipato alla competizione a Ginevra.

Complimenti.

 

 

Binta Ndiaye ha ottenuto il terzo posto al Gran Prix di Zagabria.

Nella finalina ha avuto la meglio sulla kosovara Flaka Loxha. La categoria è stata vinta dalla croata Marica Perisic.

5 i combattenti svizzeri presenti.

 

 

Soichi Hashimoto ha annunciato il proprio ritiro dalle competizioni.

Il trentaquattrenne aveva ottenuto il titolo di campione del mondo nel 2017 a  -73 kg, l'argento nel 2018 e il bronzo nel 2021 e 2023.

È anche stato campione d'Asia nel 2014 e 2016.

Dato la presenza di Shohei Ono in categoria ha potuto partecipare unicamente ai giochi di Parigi 2024 dove ha ottenuto il terzo posto. 

 

 

Lia Marcionetti e Samuela Ceschina del JB Bellinzona hanno superato l'esame di 1° dan a Uster sabato 22 novembre.

Come si dice: "adesso la pratica del vero judo può iniziare".

Buon cammino e complimenti !

 

 

Fabio Ciceri ha accompagnato due ragazzi Ralph e Julian al torneo Special Olympics tenutosi a La Chaux de Fonds sabato 22 novembre.

Buono il risultato, due medaglie, anche il divertimento non è mancato.

Complimenti.

 

 

Domenica 23 novembre si è svolta la tradizionale gara educativa al dojo dello JB Bellinzona.

Oltre cento i giovani partecipanti in rappresentanza della maggioranza dei club ticinesi. Una prima esprienza di gara per tutti dalla quale uscire con il sorriso.

 

 

La stagione dei grandi tornei IJF si conclude con il Grand Slam di Abu Dahbi dal 28 al 30 novembre. Per la Svizzera saranno presenti Nils Stump, Aurelien Bonferroni, Daniel Eich e Ndiaye Binta.

A seguire il Grand Slam di Tokyo il 6 e il 7 dicembre.

Chi ne ha l'occasione segua i combattimenti su Judo TV. Si dice che le competizioni di alto livello mostrano un brutto judo. Non sempre è così !


Leggi le edizioni precedenti di Ticino Dojo Joho

 

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