IL RACCONTO DI MARUYAMA: capitolo 19 Quel fine settimana Hifumi fu particolarmente impegnato con gli allievi del dojo di Maruyama. Il torneo giovanile a squadre di Kyoto era la competizione che aveva lanciato la carriera di Shinnosuke e dello stesso Hifumi, entrambi protagonisti dello storico secondo posto. Negli anni a seguire il risultato non era stato ripetuto, anche perché - a seguito della partenza di Shinnosuke - la squadra che prometteva faville e che si era ripromessa di puntare alla vittoria l’anno a seguire - non era riuscita a rimpiazzare il capitano con un combattente del medesimo livello. Shinnosuke aveva seguito la sua strada che lo aveva condotto al campionato mondiale juniores di Madrid, dove a sorpresa aveva ottenuto il terzo posto; la sua partenza però aveva avuto un riflesso negativo sul dojo di Miyazu. Hifumi, in fondo, non aveva mai capito perché, malgrado ciò, Shinnosuke era rimasto nel cuore di Takero Maruyama. Rientrato dalla competizione di Kyoto, in cui la formazione di Miyazu non era andata oltre il girone di qualifica, si era subito recato al domicilio del maestro, più che altro per riferire. Grande fu la sua sorpresa quando, oltre la siepe che costituiva il confine della proprietà, intravvide una signora molto anziana mai vista prima che - a quanto pareva - conversava amabilmente con Takero sulla veranda che dava sulla laguna. “Ti presento Kumiko” disse il maestro a Hifumi. “È la sacerdotessa del santuario Amanohashidate. Oggi mi ha recato visita. L’oracolo le ha parlato ricordandole la mia esistenza. Si vede che è tempo di prendere congedo dai legami di questo mondo.” Kumiko intervenne “Takero Maruyama! Il nostro tempo è scritto. A volte i kami ci segnalano quando è il momento di visitare parenti e conoscenti in difficoltà. Al richiamo non si può dire di no. Desideravo incontrarti ancora una volta in questa vita. Sei sempre stato nei miei pensieri, anche se sono anni che non ci vediamo. L’avevo promesso a mia madre Okiko che fu governante nella casa di Joshiro Maruyama e che aveva un debole per Hiroshi, il primogenito. Sentiva infatti che nella vita avrebbe dovuto attraversare prove spaventose.” Kumiko sapeva bene che questo non era il solo motivo per cui Okiko le aveva chiesto di prendersi cura di Hiroshi e della sua discendenza. Aveva scoperto la vera ragione solamente al momento del commiato dalla madre. Non ne aveva però mai parlato e il segreto era noto a lei soltanto. In presenza di Kumiko, che non pareva essere in procinto di andarsene, Maruyama riprese dunque la storia. 17. Vinsi quel campionato. Avevo sedici anni. Non avevo mai combattuto prima. Tutti si chiesero da dove ero sbucato; nessuno più ricordava Hiroshi Maruyama. Gli osservatori della nazionale mi contattarono subito proponendomi il trasferimento a Tokyo e prospettando un futuro di successi. Ero combattuto in quanto avevo preso parte al torneo senza informare mio padre che non apprezzava il judo sportivo. Quando lo affrontai avevo già deciso di trasferirmi nella capitale. Là avrei praticato con i migliori judoka del paese ed avrei portato avanti gli studi. Kumiko, che in quel periodo incontravo regolarmente, mi aveva assicurato che non avrei dovuto preoccuparmi dei costi, aveva ancora in gestione parte degli averi di famiglia e riteneva suo compito investirli nella mia formazione. Naturalmente Hiroshi non fu dello stesso parere. Tenne a ricordarmi il pensiero di Kano: “il judo competitivo snatura la disciplina, crea rivalità e diatribe allorquando la pratica dovrebbe condurre a una vita di prosperità e mutuo benessere.” Era deluso per il fatto che io tenevo alle vittorie, mentre lui da sempre aveva cercato di inculcarmi l’insussistenza di questi valori. Ne discussi anche con Noburo che era scioccato per il fatto che io avessi trasgredito alla direttiva chiara del dojo, partecipando a una competizione senza avere ottenuto il consenso del maestro. Cercai di fargli comprendere che non sempre le direttive sono sensate e che ognuno di noi deve essere libero di effettuare le proprie scelte e finanche di sbagliare. Noburo non capiva e non c’era verso che potesse capire, per lui Hiroshi era il Maestro al quale ubbidire sempre e comunque. Malgrado il parere negativo di mio padre mi trasferii a Tokyo e vi trascorsi i successivi nove anni. Vinsi il campionato nazionale altre tre volte. Dovetti invece rinunciare a competizioni internazionali; con una certa dose di sfortuna mi infortunai infatti a due riprese perdendo così l’occasione di eccellere anche al di fuori del Giappone. Nel 1976, quando finalmente un giapponese vinse la categoria OPEN ai giochi di Montreal, riscattando le sconfitte delle due edizioni precedenti, festeggiai con i miei coetanei della nazionale juniores. Haruki Uemura era riuscito là dove Kaminaga e Shinomaki avevano fallito.[1] A ventidue anni decisi però di interrompere l’agonismo. Nel frattempo, mi ero diplomato quale insegnante ed avevo trovato un posto in una scuola della capitale. L’esperienza di insegnamento mi fece comprendere l’importanza e la bellezza di occuparsi dell’educazione dei giovani. A ventisei anni decisi di tornare a Miyazu e di riattivare il dojo che Hiroshi aveva abbandonato ma che Noburo aveva continuato a tenere in ordine, in attesa di tempi migliori. “Oh Takero!” lo interruppe Kumiko. “Sarebbe meglio raccontarla giusta.” “Non è che, improvvisamente, un giorno hai deciso di interrompere le competizioni e di tornare a Miyazu per dedicarti all’insegnamento. Vi furono eventi particolari che ti portarono a maturare queste decisioni. Tali eventi - seppur tragici - non possono essere sottaciuti. La storia di tuo padre merita di essere conosciuta per quello che è stata.” “Come sempre hai ragione Kumiko” rispose Takero. “Non vi nascondo però che ho difficoltà a rivivere quei momenti anche se solamente per esporli in un racconto. Oggi sento vergogna per quanto accadde.” Hifumi si domandò a cosa si riferisse la sacerdotessa shinto. Era incuriosito sempre più dagli incredibili accadimenti che venivano narrati. Risolse però di rimanere al suo posto attendendo che, anche questa parte della storia, fosse raccontata. “Le gare rappresentano semplicemente un momento in cui s’assiste e si esibisce in presenza di pubblico l’esito di una preparazione conseguita durante l’anno, sia in senso di allenamento che di comportamento derivante dalla educazione ricevuta.”[2]
[1] Haruki Uemura (1951) fu il primo giapponese a vincere la categoria OPEN ai giochi. Nella finale del 1964 l’olandese Anton Geesink sconfisse Akio Kaminaga, causando una sorta di lutto nazionale nel paese. Nel 1972 Masatoshi Shinomaki, venne sconfitto al primo turno dal russo Kuznetsov. Uemura divenne, successivamente, il quinto presidente del Kodokan, il primo a non appartenere alla famiglia Kano. [2] Kano, Valore e significato delle gare scolastiche, Judo (marzo 1918). |