IL RACCONTO DI MARUYAMA: capitolo 18 Qualche settimana dopo Hifumi trovò Takero Maruyama addormentato. Aveva iniziato ad ingerire dei calmanti per sedare il dolore fisico. Sino ad allora aveva evitato. Da sempre sosteneva infatti che la mente poteva controllare il dolore. Hifumi era certo, visto i trascorsi, che tale concetto era un retaggio degli insegnamenti di Hiroshi; il ricorso ai medicamenti era quindi particolarmente indicativo circa il reale stato di salute di Takero. Hifumi prese posto in veranda, in attesa che il maestro si svegliasse e fosse in grado di riprendere il racconto. Osservando la laguna circostante gli parve di intravvedere una copia di gru dalla corona rossa, la gru del Giappone, ritenuta il simbolo di lunga vita, felicità e buona sorte. Felice per la visione benaugurale si apprestò ad attendere il risveglio del maestro. Guardandolo addormentato, evidente era la decadenza fisica: colorito giallognolo, viso scavato, respirazione affannosa, sensibile perdita di peso. Nulla lasciava sperare in un miglioramento. I medici che alla fine erano stati consultati avevano chiaramente indicato che era tardi per una possibile ripresa. Anche Hifumi aveva pertanto compreso che non avrebbe ancora avuto molto tempo da trascorre con il proprio maestro. Dopo qualche minuto, Maruyama si svegliò. Vedendo Hifumi gli disse “dovevi chiamarmi. So che mi hai lasciato riposare per cortesia alfine di concedermi qualche attimo di tregua; tuttavia, assai più importante per me è concludere il racconto.” 16. Il nome che porto fu scelto da Hiroshi. In giapponese Takero può essere scritto in vari modi. Mio padre decise che andava scritto in modo da significare “nobile”. Il suo obiettivo era infatti riversare in me il suo intero sapere facendo in modo che tutto quanto appreso nel corso della sua vita, mi rendesse un essere perfetto, superiore ed unico. Non ero venuto al mondo per avere una vita normale ma per divenire una sorta di “contenitore” destinato a prolungare nel tempo l’esistenza di mio padre. Il riferimento alla nobiltà era stato scelto per sottolineare il legame con il passato del clan. Inutile dire che i primi quindici anni della mia vita furono dedicati alla formazione fisica, culturale e morale, secondo quanto Hiroshi riteneva giusto. Non disponevo della benché minima autonomia. Non potevo esprimere desideri. La mia vita era scandita dal ritmo che egli imponeva alla trasmissione del sapere: esercizi fisici, tecniche di judo, senso della disciplina, racconti tramandati, meditazione forzata, pratica di calligrafia e molto altro ancora. Tutto ciò mi pareva naturale. Non avevo un contraltare di riferimento. Unicamente quando avevo modo di incontrare Kumiko, in genere una volta a settimana, mi capitava di uscire dallo schema. Con il tempo cominciai però a pormi delle domande. Perché mai dovevo sempre essere il più veloce, il più forte, il più agile, il più reattivo? Perché mai dovevo conoscere a memoria i precetti dell’Hagakure e i principi espressi da Jigoro Kano? Cosa me ne sarei fatto dei racconti epici degli shi-tenno del primo Kodokan? Non so dire quanti esercizi di condizione Hiroshi mi impose. La ripetizione delle tecniche di judo pure fu infinita. Certo il risultato fu che il mio fisico risultasse invidiabile e che divenni un vero esperto nell’esecuzione delle tecniche a una età inusuale. Come poteva essere altrimenti? Il primo scontro con Hiroshi fu la conseguenza di una frase detta da Kumiko che mi aveva fatto pensare. “Takero, ricordati che sei un essere unico e irripetibile. Come tutti devi trovare il tuo cammino e decidere cosa fare della tua vita. Tuo padre ha vissuto in un periodo storico molto differente. Sta a te comprendere quale è il tuo posto nel mondo. Chi ci cresce, anche senza volerlo, tende ad imporre le proprie scelte. Prendi le distanze, rifletti e non farti schiacciare. “La vita è meravigliosa”, come recita il titolo di un vecchio film,[1] a patto che sia la tua”. Tema dello scontro fu la partecipazione ad una competizione di judo. Hiroshi era contrario. Il judo per lui aveva un significato trascendente e non sportivo. Io ero giovane e avrei ben voluto confrontarmi con altri judoka alfine di dimostrare concretamente di essere superiore. Le imprese di Isao Okano che, pur essendo un peso medio, era riuscito a vincere due volte gli All Japan Championships costituivano inoltre esempi da imitare. Inutile dire che la discussione venne stroncata sul nascere e che, per poter finalmente partecipare ad una competizione dovetti attendere i sedici anni e disubbidire. “Incredibile Maestro” disse Hifumi. “Sinceramente non comprendo il motivo per cui suo padre fosse contrario alla competizione. Da quanto ha raccontato anch’egli aveva partecipato ai Kohaku-shiai del Kodokan.” “Certo” rispose Maruyama “tuttavia non aveva mai imboccato la via dell’agonismo. Era divenuto un giudice e il judo era rimasto un compagno di vita ed una fonte di ispirazione parallela. La conoscenza personale con Jigoro Kano l’aveva poi portato a fare propri i principi del Fondatore che non era particolarmente a favore di uno sviluppo sportivo della disciplina. Per mio padre la strada imboccata dal Kodokan costituiva un tradimento. Nessuno del dojo di Miyazu aveva mai ottenuto il permesso per partecipare a competizioni; nemmeno Noburo che aveva dedicato a Hiroshi quindici anni della propria vita, aiutandolo in tutti i modi, era mai stato autorizzato a combattere. A sedici anni decisi così di disubbidire. Da solo mi recai a Kyoto per partecipare al torneo giovanile che avrebbe permesso di ottenere la qualifica per le finali nazionali. Non avevo mai combattuto e non conoscevo particolarmente le regole di competizione. Mi era noto unicamente il concetto dell’ippon o, meglio, della ricerca dell’esecuzione perfetta della proiezione. Il judo però era stato il mio pane quotidiano per anni e in effetti non ebbi alcuna difficoltà ad impormi ed a qualificarmi per le finali che si sarebbero combattute tre settimane dopo a Tokyo.” “Ricordo che la prima gara tra bianchi e rossi (detta Kohaku-shiai) fu organizzata nel 1883. Gli allievi erano pochi e le gare iniziavano col gruppo dei giovani passando poi agli adulti non portatori di dan e infine a questi ultimi, il tutto gestito agevolmente sull’arco di una mattinata e per giunta combattendo senza limiti di tempo.”[2]
[1] Frank Capra (1897/1991) fu un importante regista statunitense. I suoi film esaltano i valori tradizionali; i più noti sono “Accadde una notte” (1934), “È arrivata la felicità” (1936), “Arriva John Doe” (1941), “La vita è meravigliosa” (1946), “Angeli con la pistola” (1961). [2] Kano, Kohaku-shiai dell’autunno 1916, Yuko-no-katsudo (novembre 1919). |