Nr.100 / 30 settembre 2025 - NUMERO SPECIALE

TICINO DOJO JOHO

Notizie e approfondimenti sul JUDO, a cura dell’ATJB


 

Questo pubblicazione - per chi scrive -  è speciale.

Si tratta del centesimo numero della newsletter. Per l'occasione, abbiamo pensato di dedicare uno spazio particolare alla riflessione. Manrico Frigerio ci presenta le affinità educative esistenti tra judo e scuola, Mattia Frigerio ci propone un breve racconto che esalta l'importanza dell'educazione, chi scrive formula qualche pensiero sulle massime di Jigoro Kano.

 

Non manca però il contenuto tradizionale di TDJ in particolare la rubrica "Le speranze del judo ticinese", il capitolo 16 de "Il racconto di Maruyama" e la rubrica "I protagonisti della storia" dedicata al Maestro Kazuhiro Mikami in occasione dei festeggiamenti del cinquantesimo del proprio dojo a Losanna.


Auguri TDJ

Grazie a chi, in questi cinque anni, ha collaborato trasmettendo contributi. Jigoro Kano, nella sua vita, ebbe a pubblicare 8 riviste.

Noi ci accontentiamo di una newsletter !

 

Indice di TDJ nr. 100:

  1. Auguri a TDJ - Marco Frigerio
  2. Judo e scuola alleati per educare - Manrico Frigerio
  3. Il daimyo del judoka - Mattia Frigerio
  4. Le massime di Jigoro Kano - Marco Frigerio
  5. Le speranze del judo ticinese: Mikael Abusenna
  6. Il racconto di Maruyama - Marco Frigerio
  7. I protagonisti del judo - Marco Frigerio
  8. Notizie in breve - Marco Frigerio

AUGURI TDJ 

 

 

Ticino Dojo Joho (TDJ) è da tempo una realtà.

Nato nel 2021, allo scopo di promuovere la nostra disciplina tra i praticanti ticinesi, la rivista ci ha accompagnato in questi ultimi cinque anni. Ventidue pubblicazioni all'anno ne sono sortite.

Chi pratica judo in Ticino non può non conoscere TDJ.

Alcuni club fanno in modo che tutti i soci ne ricevano una copia.

L'operazione è semplice basta un elenco mail dei praticanti e un clic !

Altri nicchiano, limitandosi ad esporla al dojo (o forse nemmeno).

Chi la dirige, e scrive per essa, cerca di promuoverla al meglio con entusiasmo.

TDJ non causa costi alla ATJB e/o ai suoi lettori. Nel judo ticinese il "volontariato puro" (senza indennizzi e senza rimborsi) esiste - fortunatamente - ancora.

 

In questi cinque anni pochi sono stati i messaggi ricevuti da chi scrive.

Qualche apprezzamento iniziale e "c'est tout"!

Per il centesimo numero tuttavia abbiamo ricevuto un particolare riscontro che desideriamo condividere.

 

 

"Caro caporedattore di TDJ,

leggo sempre con piacere la newsletter.

Di solito inizio dall'indice per identificare gli autori. A volte, sorprendentemente, trovo riferimenti a contributi scritti da qualcuno il cui nome non inizia con la lettera "M".

Non troppo spesso però ...

Ti sono grato per avermi permesso - in questi anni - di approfondire la storia del judo e dei suoi personaggi, di avere regolarmente riportato i risultati degli eventi agonistici importanti e di quelli regionali, di avere addirittura scritto e condiviso due racconti. So che il terzo è in arrivo e non vedo l'ora di leggerlo.

Si sente che il judo fa parte della tua vita e che la promozione del senso indicato dal Fondatore è il tuo obiettivo.

Ho una sola domanda da porti: chi te lo fa fare ?

Un saluto e "ad multos annos".

Anonimus"



Gli apprezzamenti fanno sempre piacere.

E per rispondere alla domanda di Anonimus: nella vita si fanno delle cose, non per ottenere un ringraziamento, ma perché si sente di doverle fare. Il grande amore per il judo porta ad impegnarsi per cercare di trasmettere il senso vero della disciplina che non è, né è mai stato, vincere una medaglia.

 


JUDO E SCUOLA - ALLEATI PER EDUCARE

 

L’articolo seguente ha il desiderio di far riflettere i genitori dei giovani judoisti su quanto sia importante l’aspetto educativo della nostra disciplina. A tal scopo vengono messi in analogia alcuni dei principi del judo con gli obbiettivi educati della scuola dell’obbligo ticinese.

Nel cuore della filosofia del judo c’è molto più che l’arte del combattimento. Come disciplina educativa, il judo coltiva rispetto, perseveranza, autocontrollo e collaborazione — valori che troviamo anche alla base del Piano di studio della scuola dell’obbligo del Canton Ticino. Ma che cosa hanno davvero in comune un dojo e un’aula scolastica? Più di quanto si pensi.

 

1. Un Percorso di Formazione Progressivo

Nel judo, l’allievo avanza gradualmente attraverso un sistema di cinture, che segnano non solo il miglioramento tecnico, ma anche la crescita personale. Allo stesso modo, il Piano di studio ticinese si fonda su un’educazione per competenze, che guida il bambino, passo dopo passo, attraverso livelli di conoscenza e abilità, adattati alla sua età e al suo sviluppo.

Proprio come nel judo non si può saltare da cintura bianca a nera senza un lungo percorso di pratica e apprendimento, anche nella scuola ticinese ogni tappa del cammino formativo è fondamentale e si costruisce su ciò che è stato acquisito prima.

 

2. Il Rispetto come Pilastro Fondamentale

Nel dojo si entra con un saluto. Si saluta il maestro, il compagno, il tatami. Il rispetto è la base imprescindibile di ogni interazione. Lo stesso vale nella scuola: il Piano di studio enfatizza l’educazione alla cittadinanza, al rispetto reciproco, alla convivenza civile.

Entrambi gli ambienti — judo e scuola — promuovono un clima di fiducia, dove l’errore non è una colpa, ma un’opportunità per imparare. Questo approccio educativo rafforza l’autostima dei giovani e li aiuta a crescere in modo equilibrato.

 

3. Imparare con il Corpo, Imparare con la Mente

Il judo è educazione del corpo e dello spirito. Si impara cadendo e rialzandosi. Anche il Piano di studio ticinese riconosce il valore dell’educazione motoria e dell’apprendimento esperienziale. La corporeità è parte integrante dello sviluppo globale dell’alunno.

In entrambi i contesti, si lavora sull’autonomia, sulla capacità di adattarsi, sullo sviluppo della resilienza — elementi fondamentali per affrontare non solo una gara o un compito in classe, ma le sfide della vita quotidiana.

 

4. Collaborazione, non solo Competizione

Nel judo, l’avversario è anche un partner. Senza di lui, non si può migliorare. Si cresce insieme, nel confronto. Questo spirito collaborativo è al centro anche della didattica moderna: si promuovono attività cooperative, lavori di gruppo, scambi tra pari.

Sia il judo sia la scuola ticinese riconoscono che la cooperazione è una competenza chiave per il mondo di oggi. Non basta sapere, bisogna saper lavorare insieme.

 

5. Una Visione Educativa a Lungo Termine

Il judo non è uno sport che si consuma in una stagione. È un percorso di vita. Allo stesso modo, la scuola dell’obbligo nel Canton Ticino è progettata come un cammino coerente e continuo, che accompagna i giovani per oltre un decennio.

Entrambe le istituzioni — dojo e scuola — mirano a formare cittadini consapevoli, pronti a partecipare attivamente alla società, con senso di responsabilità e capacità di pensiero critico.

 

Conclusione: Un’Alleanza Educativa

Guardando il judo e la scuola ticinese non come mondi separati, ma come ambienti educativi complementari, possiamo comprendere il potenziale straordinario di un’educazione integrata, che valorizza la mente, il corpo e il cuore.

Incoraggiamo dunque genitori, insegnanti e allenatori a collaborare affinché ogni giovane judoka possa portare sul tatami ciò che impara sui banchi di scuola — e viceversa. Solo così potremo davvero formare non solo atleti o studenti, ma persone complete.

  


IL DAIMYO DEL JUDOKA

 

C’era una volta un samurai che viveva all’ombra di un ciliegio vecchio e malandato. Sedeva tutto il giorno con lo sguardo rivolto all’orizzonte. I giorni trascorrevano e l’alba pallida cedeva il posto ai tramonti rosati senza che bufere e tempeste potessero smuovere il guerriero dalla sua postazione. Immobile come un ricordo indelebile sedeva, in attesa.

Un giorno un ragazzino del villaggio lì accanto vinse la propria timidezza e gli si avvicinò.

«Perché siedi qui tutto il giorno a non fare nulla?»

«Non sto facendo nulla, veglio sul ciliegio» rispose il samurai candidamente.

«Perché proteggi quell’albero? È vecchio e senza speranze, alla prossima tempesta crollerà e di lui resteranno solo schegge e radici spezzate. Potresti andare ovunque con la tua spada!»

Il samurai sorrise.

«Il ciliegio è un ricordo del mio anziano daimyo, un uomo buono, onesto e gentile. Gli ho promesso che veglierò su di lui per sempre.»

«E perché? Il tuo daimyo è morto da anni...cosa ti trattiene?»

«La parola data.»

 

Nella visione completa di Jigoro Kano, l’aspetto educativo nel judo è posto al centro di ciò che conta realmente. La tecnica, lo spirito agonistico, l’affiatamento di club e gli stage d’allenamento con altre palestre sono cardini chiave della disciplina fondata da Kano, ma se questi possono essere architettonicamente paragonati a fregi e abbellimenti, l’educazione rappresenta la base sulla quale si poggia tutto il resto.

Senza di essa, del judo vero resta solo un vuoto a rendere.

Per tale motivo credo che sia necessario rammentare ai judoka allievi, ai genitori dei judoka e ai maestri-allenatori judoka quanto l’educazione sia lo spirito che muove le intenzioni del judo. In un mondo che corre veloce, frenetico e inarrestabile, il judoka deve distinguersi non per risultare migliore o inarrivabile, bensì per l’accortezza dei suoi modi, la gentilezza dei gesti più semplici e il rispetto delle opinioni altrui, anche se queste vanno clamorosamente a cozzare contro le proprie.

Sono parole e le parole volano nell’astratto  con facilità disarmante, ma il judoka vero sa trattenerle e renderle concrete. Ed esattamente come il samurai seduto all’ombra del ciliegio, il judoka deve rispettare la parola data a Kano, servendo la virtù che racchiude l’essenza del judo: educare ad essere educati.


LE MASSIME DI JIGORO KANO

 

Quando ci si riferisce a Jigoro Kano e ai principi che ha espresso subito si pensa a "il miglior impiego dell'energia" (“sei-ryoku zen-yo”) e a "prosperità e mutuo benessere" (“ji-ta-kyo-ei”), dimenticando per altro il primo principio racchiuso nel termine stesso della disciplina "via della adattabilità" (“ju-no-ri”).

 

In realtà Jigoro Kano ha scritto innumerevoli articoli sull'educazione.

Di questi, visto le complicazioni linguistiche, solo una parte sono giunti a noi in traduzione.

Per noi occidentali, che non abbiamo la possibilità di leggere il giapponese, vi è quindi una complicazione supplementare.

Nel nostro piccolo abbiamo tuttavia la possibilità (e il dovere per un insegnante) di approfondire almeno quanto è stato tradotto.

Se ciò avviene, presto ci si accorge, che Kano si è espresso ben oltre i tre principi base indicando una sua vera e propria filosofia di vita che - a chi scrive (ma non solo) - pare assai vicina a quella espressa, nell'antichità, dai filosofi stoici.

"La cultura latina ... si avvicina a quella giapponese del XVII secolo che vedeva nella figura del samurai ciò che i romani vedevano nel filosofo stoico. Il samurai durante il periodo della pace Tokugawa non viene visto più come guerriero, ma come ideale virtuoso da imitare, perché uomo "di spada e di pennello", tanto mite e saggio, quanto audace e austero, nonché spietato e compassionevole" ha osservato Giuseppe Tribuzio (vedi "Dialoghi sul judo", 2019, pag.150)

 

Due massime di Kano a valere quale esempio:

 

Se rendiamo forte un uomo con l’allenamento e ne potenziamo la volontà attraverso la gara trascurando il fine morale, costruiamo un individuo di cui la società non ha bisogno, perché quell’uomo metterà le sue qualità al servizio dell’egoismo”.

 

Le buone maniere ci insegnano anzitutto ad essere calmi, inducendo ad astenerci da comportamenti avventati e imprudenti, è lo stesso per la coltivazione spirituale: mezzo efficace per l’autocontrollo delle emozioni e passioni, capace di creare una forza attiva e flessibile che può essere impiegata dovunque, ogni volta che ce n’è bisogno”.

 

 

Per Jigoro Kano l'egoismo è il nemico principale di ogni uomo (o donna).

Le buone maniere, il rispetto e l'educazione, sono invece le basi per potersi realizzare rendendosi utili in società.

Il Fondatore ha indicato la via da percorrere per raggiungere l'obiettivo principale del judo.

Non tutti però sono pronti ad imboccarla, per cui vi sarà sempre chi - avendo iniziato a percorrere la strada - si fermerà al primo livello, magari perché abbagliato da qualche "santimbanco cintura nera" che nulla ha mai approfondito o peggio che non condivide il pensiero di chi il judo l'ha creato!


LE SPERANZE DEL JUDO TICINESE

 

Con il nr. 82 di TDJ abbiamo dato avvio alla rubrica "Le speranze del judo ticinese".

L'idea era di dare voce ai giovani praticanti di tutte le palestre. Chi non ha ancora compiuto i 18 anni è stato invitato ad esprimere il suo pensiero sul judo, sulle proprie esperienze e su quanto ha appreso ed apprende praticando la disciplina.

Nei numeri sin qui pubblicati abbiamo avuto 15 contributi da giovani del DYK Chiasso, 2 dal JK Biasca, 1 dal JK Muralto, 1 dal JB Bellinzona, 1 dal JB Lugano e 1 da Judo per tutti.

Per i prossimi numeri si invitano gli allenatori a sollecitare qualche giovane del proprio dojo ad esprimersi.

Per questo numero si ringrazia Mikael Abusenna (12 anni, cintura verde del DYK Chiasso). 

 

"Ho incontrato il judo all’età di 6 anni e ormai il dojo è la mia seconda casa: per l’educazione ed i valori che mi trasmette, gli allenamenti, insegnamenti ed il supporto, gli affetti che si sono creati al DYK. Il judo mi sta insegnando e dando tanto, mi aiuta ad essere e trasformarmi continuamente in una persona migliore.

Il rispetto di me stesso ed i confini da stabilire, l’autostima sono degli aspetti importanti che ho rafforzato tramite le virtù del judo

Durante il periodo della scuola dell’infanzia qualcuno si è divertito a deridermi per i miei capelli, il mio aspetto o comunque altri comportamenti  del genere dove qualcuno ha avuto bisogno di schiacciare, senza rispetto.

Sono contento di aver trovato un contesto che ha solidificato e delle credenze più nobili e questo mi ha aiutato ad imparare a gestire delle situazioni fuori dalla palestra. Soprattutto a conoscere una sicurezza di sé giusta ed integra.

Al dojo abbiamo la possibilità di conoscere questa disciplina in modo completo, scoprire la filosofia e la tradizione autentica del judo arricchisce di più la nostra pratica.

Durante il percorso incontro anche delle difficoltà, sconfitte, mi aiutano a crescere e a capire ed accettare  che ci può essere sempre qualcuno di più bravo o forte, l’importante è credere in se stessi ,e non vergognarsi o smettere mai di voler migliorare. Fiero di essere judoka. 

Voglio ringraziare i miei maestri ed il presidente, per la passione e l’entusiasmo che mi trasmettono e l’impegno costante di volerci dare sempre il meglio, e per tutti i bei momenti ed eventi per stare insieme organizzati dal DYK. 

Con stima e rispetto. Grazie Do Yu Kai !

Mikael Abusenna 

 

 

Mikael Abusenna è il quindicesimo judoka del DYK Chiasso che si presenta, esprimendo il proprio pensiero sul judo. Grazie della collaborazione e delle belle parole espresse!

TDJ attende altri contributi, magari (per cambiare) di qualche altro club.


IL RACCONTO DI MARUYAMA: capitolo 16

 

I movimenti erano divenuti sempre più dolorosi per Maruyama.

La gamba destra non sopportava il suo peso, le vertigini erano costanti e ogni passo era divenuto un’impresa. Attendeva però con ansia Hifumi che, quasi ogni sera, passava a relazionarlo sulle lezioni impartite e sui progressi degli allievi.

Era ancora interessato alle sorti del proprio dojo; inoltre, Hifumi non mancava di chiedere consiglio a proposito di questa o quella tecnica e su come proporla. Maruyama rispondeva volentieri. “Osserva l’esecuzione degli allievi. Ti renderai subito conto di chi assume una postura corretta e di chi tende a squilibrarsi. Correggi là dove è necessario. Non esiste un’unica modalità di esecuzione delle proiezioni. Ricordati poi di invitare i praticanti a studiare le difese e a costruire un’armoniosa successione di tecniche a partire dal tokui-waza.[1] Un vero judoka si forma negli anni con una costante pratica e la comprensione del senso della disciplina”.

Non tutti i giorni Maruyama era fisicamente in grado di continuare a dettare.

Il racconto doveva però giungere a conclusione. Entrambi ne erano convinti.

Quel giorno avrebbero fatto, seppur con sforzo, un passo avanti.

 

 

14.

Mio padre tornò a vivere a Miyazu.

Prima di lasciare Tokyo passò a salutare Mifune che gli confermò l’aiuto economico necessario alla ripartenza. Ebbe anche occasione di incontrare Noriko. Il tempo l’aveva cambiata notevolmente.

Le sue ultime parole furono: “Non dimenticare che, anche le donne, possono essere judoka serie e convinte. Ho impiegato una vita per dimostrarlo a mio padre. Verrà un giorno in cui i campionati del mondo saranno combattuti anche al femminile. Chissà, magari la prima edizione verrà organizzata a New York. Non saremo certamente noi giapponesi a prendere una tale iniziativa. Peccato che non avrò modo di vedere sorgere quel giorno.

Ricordi Leggett? L’inglese che negli anni successivi alla morte di mio padre si allenò al Kodokan. È divenuto un personaggio carismatico. Tiene corsi alla domenica pomeriggio a Londra e tutti corrono a praticare con lui. Il judo è destinato a sganciarsi dalla dipendenza del Kodokan. In futuro vi saranno sempre più insegnanti di valore di altra nazionalità. Se lo spirito del judo non viene snaturato non ci vedo nulla di male, anzi.[2]

 

Anche se non vi erano più famigliari del clan nella cittadina costiera, il cognome Maruyama era noto in tutta la regione. La guerra aveva lasciato i suoi segni ed aveva contribuito a ridurre sostanzialmente la popolazione; anche il castello del feudo era caduto ulteriormente in rovina.

Unicamente il santuario Amanohashidate,[3] poco distante da Miyazu, non era stato toccato dagli eventi. Qualche sacerdote shinto e una misteriosa miko sembravano avere mantenuto - negli anni - il ruolo che competeva loro: prendersi cura del santuario garantendo, grazie alla preghiera, il collegamento tra i kami e i mortali.

Hiroshi faticava a riconoscere i luoghi della sua infanzia.

Un giorno, attraversato il primo cancello torii, iniziò a camminare lungo la fila di pini che costeggiava il mare fino al santuario. Avvistatolo, gli sembrò che una figura femminile lo stesse ad attendere sulla soglia. Infatti, giunto a pochi metri dal santuario, la vide nel suo abito cerimoniale rosso e bianco. Un sorriso forzato, lo sguardo comprensivo, un volto che sembrava riconoscere ma che non sapeva dove collocare. E poi sentì la sua voce: “Hiroshi Maruyama! Quanto tempo è passato. È ora che tu riprenda il tuo ruolo nel mondo. Trasmetti quanto hai appreso dalla vita. Contribuisci a fare in modo che la prossima generazione non commetta le stesse atrocità. Non sprecare il tempo che ancora ti è concesso. Tutto si può perdonare, se chi deve essere perdonato, s’impegna a rendere migliore il mondo”.

Hiroshi si accovacciò in seiza. Il suo volto iniziò a rigarsi di lacrime. Rimase in silenzio per diversi minuti, riaperti gli occhi si ritrovò solo.

Ancora non aveva capito chi fosse, ma la miko sembrava conoscerlo bene e le sue parole indicavano la via che avrebbe voluto percorrere. Rientrando, perso nei suoi pensieri, si ritrovò sul Monte Nariai[4] che sovrasta Miyazu. Improvvisamente si fermò, colpito dalla vista panoramica della baia. Uno spettacolo unico che crea l’illusione di un collegamento tra la terra e il cielo. Osservando la bellezza della natura circostante Hiroshi Maruyama si convinse di essere al posto giusto per ricominciare a vivere.

Fu così che, raccogliendo l’invito della sacerdotessa e grazie al sostegno economico ottenuto da Mifune, acquistò una costruzione in legno che, seppur decadente, riuscì a riattare in poco tempo utilizzandola sia come abitazione, sia come dojo.

Negli anni di prigionia aveva imparato ad accettare ogni sorta di privazioni. Anche la menomazione fisica che lo aveva colpito era stata digerita. D’altronde, malgrado il braccio parzialmente amputato, arrivava comunque a svolgere - in autonomia - quanto necessario. Non aveva difficoltà a compiere tutti i movimenti connessi con i gesti della vita corrente. Non tutte le tecniche di judo per contro gli erano possibili, tuttavia, ve ne erano diverse la cui esecuzione non richiedeva necessariamente l’utilizzo di entrambe le braccia. Durante la permanenza a Kumamoto aveva praticato regolarmente esercizi di tandoku-renshu identificando quattro proiezioni che, malgrado la propria menomazione fisica, avrebbe potuto eseguire abbastanza facilmente: seoi-nage, koshi-guruma, kouchi-makikomi e osoto-gari. Le prime tre tecniche non richiedono, nella loro esecuzione, una presa con la mano destra. Per osoto-gari invece era stato costretto ad “aggiustare” il tiro; concretamente il moncherino andava a spingere direttamente al centro delle costole di uke alfine di permettere un migliore squilibrio. Impossibile invece era divenuta l’esecuzione di hiza-guruma la sua tecnica preferita di un tempo. Senza la presa destra lo squilibrio non poteva essere eseguito.

Tornare a praticare e a proporre judo fu importante per Hiroshi.

 

All’inizio furono in pochi ad interessarsi al nuovo dojo. La curiosità per un insegnante mutilato, originario di una delle famiglie di alto rango della regione per altro trucidata in circostanze misteriose, prigioniero a Singapore, fu però particolarmente forte. Anche perché, a quanto si diceva, l’insegnante aveva conosciuto personalmente Kano e lo aveva frequentato. Oltretutto da svariati decenni mancava a Miyazu un dojo in cui veniva insegnato judo.

Fu così che nel giro di qualche mese Hiroshi poté contare su di un numero di praticanti giovani e meno giovani significativo. In quel periodo le prime edizioni dei campionati del mondo e le prossime olimpiadi attribuite a Tokyo avevano riacceso in Giappone l’interesse per il judo, anche se unicamente nella forma sportiva.

Uno dei primi allievi fu il giovane Noburo, un ragazzo quindicenne, non particolarmente acuto, che aveva smesso troppo presto di frequentare la scuola e che non aveva ancora identificato il suo ruolo nel mondo.

Per Noburo il judo divenne necessario, come l’acqua e l’aria. Praticare judo, sentire di poter migliorare la tecnica, comprendere i movimenti, proiettare i compagni di allenamento fu per lui essenziale. Aveva finalmente trovato uno scopo di vita. In poco tempo divenne il braccio destro di Hiroshi e l’aiutante che tanti insegnanti sognano: rispettoso, ubbidiente, totalmente privo di spirito critico.

 

 

Non so se avrei trovato la forza per ripartire” disse Hifumi a Takero Maruyama “solo, senza nulla, da zero, con un unico braccio.”

“Hiroshi aveva compreso di non avere alternative. Era stato condannato per crimini di guerra. Aveva scontato cinque anni di prigione. Era sicuro che non avrebbe più potuto esercitare la professione che aveva scelto e che aveva praticato prima di entrare forzatamente nella polizia militare ed essere inviato a Singapore. Inoltre, con quale coscienza avrebbe potuto ancora giudicare gli altri, dopo quanto aveva visto e commesso” osservò Maruyama.

“Scelse il judo quale unica via a sua disposizione, proprio come Kano gli aveva detto la prima volta che si erano visti, allorquando egli era un ragazzino ricordandogli che, se un obiettivo non è raggiungibile, va scelta una strada diversa adatta alla propria situazione senza fare drammi. Continuiamo domani però, ora desidero coricarmi. Ti ringrazio Hifumi e ti auguro una notte di pace.”

 

 

“La prima cosa da fare è meditare sulla preziosità del tempo, sullo spreco di energia e rendersi consapevolmente conto di quanto siano grandi le sue conseguenze. Una volta acquisita la consapevolezza … l’uomo diventa di solito insofferente al trascorrere inutilmente anche di un solo attimo.”[5]



[1] Tokui-waza letteralmente “la tecnica preferita”.

[2] Parole profetiche. I primi campionati del mondo femminili si combatterono a New York nel 1980.

[3] Amanohashidate letteralmente “ponte verso il cielo”.

[4] Sul Monte Nariai (500 metri sul mare) si trova oggi una terrazza panoramica dalla quale si vede il banco di sabbia attraversato da una pineta, che unisce le due estremità della baia di Miyazu.

[5] Kano, Coltivazione di noi stessi, Judo (giugno 1915).


I PROTAGONISTI DELLA STORIA: Kazuhiro Mikami

 

Kazuhiro Mikami nasce nel 1939 a Hakodate una città ubicata a sud dell'isola di Hokkaido nel nord del Giappone. Il padre aveva una impresa di trasporti, la madre vendeva fiori al mercato. Inizia a praticare judo nel 1947. Il suo sogno da ragazzo era diventare un marinaio. Cambierà però presto idea e si dedicherà al judo. A sedici anni è primo dan.

È stato agonista di alto livello per una decina d'anni tra il 1955 e il 1964.

A Tokyo ha frequentato l'università Toyo divenendo il capitano della squadra di judo.

Sarà anche il capitano della squadra universitaria del Giappone.

Nel 1964 è inserito nei quadri della nazionale olimpica, dopo essersi classificato terzo al campionato universitario nella categoria +80 kg e nella competizione a squadre. 

Al suo attivo ha anche un incontro conclusosi in parità con Akio Kaminaga, colui che rappresentò il Giappone ai giochi di Tokyo del 1964 e venne sconfitto da Anton Geesink.

Di seguito è divenuto, per qualche anno, insegnante presso la sezione stranieri del Kodokan.

Giunto in Svizzera nel gennaio 1966 si stabilì a Losanna dove ha insegnato per nove anni per il Judo Kwai contribuendo a formare agonisti di rilievo che hanno conquistato vari titoli nazionali a squadre e individuali.

Nel 1969 si è sposato con Antoinette decidendo così di stabilirsi definitivamente in Svizzera, dove è stato per anni il rappresentante ufficiale del Kodokan e di conseguenza l’istruttore di riferimento per i kata.

Nel 1975 ha aperto un suo dojo tuttora attivo a Losanna in avenue Bergères 24.

Nella sua scuola si è formato Sergei Aschwanden.

 

Mikami ha avuto un rapporto stretto con il Cantone Ticino.

Due volte all’anno vi ha tenuto regolarmente corsi tecnici e di kata, invitato regolarmente da Willy Brunner e da Edy Bozzini. Ha suggerito il nome Do Yu Kai (= associazione degli amici della via) a due club. Ha inaugurato il dojo del Do Yu Kai Chiasso il 3 aprile 1977. Ha indicato a chi scrive il nome di questa newsletter.

Nel 2019 il Kodokan gli ha attribuito il 9° dan.

 

Sabato 4 ottobre a Losanna Mikami sarà festeggiato per i cinquant'anni del suo dojo.

Tanti auguri Maestro Mikami e grazie per gli insegnamenti che in 5 decenni ci ha proposto ! 

 

Tanti auguri per il cinquantesimo del suo dojo Maestro Mikami.

Di lei ricorderò sempre - oltre all'indubbia conoscenza del judo - la correttezza, i modi gentili e l'abilità a giocare a ping pong.


NOTIZIE IN BREVE

 

La principessa imperiale Tomohito of Mikasa ha assistito al Kodokan, intervenendo in judogi a fianco del presidente Haruki Uemura, al 135esimo corso della IJF Accademy.

Il corso era tenuto dal direttore Florian Daniel Lascau e da due esperti, già campioni olimpici, l'italiana Giulia Quintavalle e l'olandese Mark Huizinga ed aveva per tema gli ashi-waza.

La presenza della principessa, nominata nel 2019 ambasciatrice del judo, ha costituito un importante riconoscimento per la IJF Academy, cresciuta di anno in anno, divenuta una importante scuola di formazione per gli insegnanti di judo. 

 

 

Nuova formula per il campionato femminile a squadre.

La FSJ ha modificato la formula del campionato istituendo in un'unica giornata il Trofeo svizzero femminile elite.

La competizione avrà luogo l'8 novembre a Losanna.

 

 

Nel fine settimana si è combattuto il Grand Prix di Qingdao (Cina).

I rappresentanti delle nazioni asiatiche hanno prevalso, come per altro era da prevedersi. Si segnala tuttavia la storica medaglia d'argento ottenuta dalla sorprendente malgascia Aina Rasoanaivo Razafy nei -70 kg, categoria vinta dalla già campionessa mondiale croata Lara Cvietko unicamente per triplo shido al golden score.

I vincitori del torneo sono stati:

Hayato Kondo (JPN -60), Baskhuu Yondonperenlei (MGL -66), Yudai Tanaka (JPN -73), Yoshito Hoyo (JPN -81), Astemir Abazov (RUS -90), Niiaz Bilalov (RUS, -100), Gonchigsuren Batkhuyag (MGL, +100).

Wenna Zhuang (CHN -48), Rin Takeuchi (JPN -52), Momo Tamaoki (JPN -57), Manon Deketer (FRA -63), Lara Cvietko (CRO -70), Audrey Tchemeo (FRA, -78), Hyeonji Lee (KOR, +78).

 

 

Al Torneo ranking di Morat questi i risultati dei ticinesi.

Loris Perosa (JB Bellinzona) vince la categoria -81 kg senior. Il giovane è indubbiamente il miglior agonista ticinese del momento. La tecnica non gli manca e nel tempo ha acquisito la giusta consapevolezza dei propri mezzi. 

Tra i senior si segnalano anche il secondo posto di Michele Citriniti (-100 kg) e il terzo di Giulia Cambianica (-70 kg), entrambi del JB Bellinzona.

Negli U18 terzo posto per Christian Perosa e Luke Bürgisser (JB Bellinzona, -81 e -90) e per Eloisa Del Don (JK Biasca -40).

Nelle categorie scolari si segnalo le medaglie di bronzo ottenute da Natan Weber -40 kg con 5 incontri vinti (36 avversari in categoria) e di Oleksii Dmytrashyk -45 kg U15 con quattro incontri vinti (30 avversari in categoria), entrambi del DYK Chiasso.

Numerosi i judoka italiani e francesi presenti a una gara di buon livello.

 

 

Sabato 5 e domenica 6 ottobre Hiroshi Katanishi, già responsabile tecnico del Judo Kwai Losanna, ed ora ambasciatore EUJ, terrà delle lezioni al dojo del JB Bellinzona in via Saleggi.

Un'occasione da non perdere per chi non conosce il Maestro, tecnico raffinato e judoka di grande capacità e esperienza.


 

Apprezzato corso tecnico tenuto a Bellinzona nel fine settimana del 20 e 21 settembre dal presidente della FSJ Sergei Ashwanden, già bronzo olimpico a Pechino (nella fotografia con Loris Perosa il miglior agonista ticinese del momento).

Numerosi i partecipanti provenienti dai vari club ticinesi ed anche dalla vicina Lombardia.


Leggi le edizioni precedenti di Ticino Dojo Joho

 

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