IL RACCONTO DI MARUYAMA: capitolo 15 Ripercorrere la storia di Hiroshi aveva portato Maruyama a rivalutare la figura del padre. Troppo spesso si ha la tendenza a criticare apoditticamente i genitori: un esercizio naturale ma non necessariamente legittimo. Le scelte di un genitore e/o il suo comportamento, censurati in gioventù dai figli, spesso vengono rivalutati con il passare degli anni. Capita, a chi diventa padre, di ripensare alla propria giovinezza e a determinate reazioni che, con il senno di poi, ben si sarebbero potuto evitare. Takero Maruyama non era padre. Non aveva attraversato la fase di rivisitazione dei propri trascorsi; tuttavia, il racconto della vita di Hiroshi aveva risvegliato in lui ricordi negativi per i quali, solamente ora, era disposto ad ammettere di avere esagerato. Rompere definitivamente i ponti con il genitore era stata una decisione grave che aveva contribuito a causare il tragico finale. Hiroshi aveva cresciuto Takero da solo e nulla l’aveva preparato ad essere genitore. L’assenza di empatia e di affetto non era necessariamente voluta e in ogni caso era la conseguenza di una storia terribile. Avvicinandosi al termine del proprio cammino Takero aveva compreso che era tempo di fare pace con il proprio passato e di rimettere quanto ancora non era riuscito a perdonare. Dopo la visita al dojo, in cui aveva designato ufficialmente Hifumi suo successore, Maruyama non ebbe più modo di indossare un judogi. In realtà ben avrebbe potuto ritornare ogni tanto al dojo, aveva però deciso di risparmiare le forze per riuscire a concludere il racconto. Questo oramai era il suo unico obiettivo e, definito l’obiettivo, un judoka concentra tutte le proprie energie per raggiungerlo. 13. Un giorno mio padre seppe che nella scuola di judo a Kumamoto, alla quale si era avvicinato alcune volte senza trovare il coraggio di entrare, sarebbe arrivato in visita Kyuzo Mifune. All’epoca in cui era divenuto assistente/confidente di Kano Mifune era già 8° dan ed aveva un ruolo importante al Kodokan. Kano lo aveva poi promosso 9° dan nel 1937. Al termine della guerra, nel 1945, gli era infine stato attribuito il 10° dan; in lui era stata identificata la figura non compromessa dal conflitto mondiale destinata a fungere da tecnico di riferimento. Negli anni a venire sarebbe stato addirittura soprannominato “God of judo”. Il legame con la disciplina, per chi ha praticato seriamente e nel tempo, rimane forte. Hiroshi non poté quindi non presentarsi al dojo di Kumamoto e ritrovare il vecchio conoscente. Mifune faticò a riconoscerlo. Quando però arrivò a identificarlo non mancò di coinvolgerlo e di farsi raccontare le sue disavventure. Di Hiroshi Maruyama si erano infatti perse le tracce. Per tutti egli era scomparso nel corso della guerra. Hiroshi e Mifune ebbero modo di trascorrere insieme la serata e di aggiornarsi reciprocamente sugli eventi che avevano caratterizzato le loro esistenze. Mifune raccontò a Hiroshi di come, grazie al coinvolgimento delle forze di occupazione,[1] il judo - il cui insegnamento nelle scuole era stato proibito - si era salvato. Per dare un’immagine positiva della disciplina, presidente del Kodokan era divenuto Risei Kano, l’unico figlio maschio del Fondatore con il quale il padre, sino alla fine, aveva mantenuto rapporti cordiali. Il nipote di Kano, Nango Jiro secondo presidente del Kodokan, era stato invitato a dimissionare, essendo compromesso per i suoi trascorsi militari. Anche la finalità educativa del judo, tanto cara a Kano, era stata accantonata. Il judo era salvo, tuttavia, la sua promozione era limitata all’aspetto sportivo. “A volte vi sono compromessi che è necessario accettare per salvare il salvabile e creare le premesse per una rinascita futura” disse Mifune a Hiroshi. L’incontro fu estremamente piacevole per Hiroshi. Mifune non mancò di invitarlo al Kodokan. Gli disse anche che a Miyazu - dove Hiroshi era nato e vissuto sino al trasferimento a Tokyo - mancava da tempo una scuola di judo. Trovare insegnanti capaci non era semplice in quel periodo, per cui lasciò intendere che, qualora Hiroshi fosse stato disponibile, lo si sarebbe potuto aiutare e che la menomazione al braccio destro non sarebbe stata un problema. Tornare a parlare di judo fece bene a Hiroshi che iniziò a pensare che era tempo di lasciarsi alle spalle le atrocità del periodo bellico e di riprendere in mano la propria vita allo scopo di tramandare alle nuove generazioni il pensiero originale di Kano che aveva ben conosciuto. Fu per questo motivo che, pochi mesi dopo l’incontro con Mifune, decise di rientrare nel mondo e di lasciare il Tempio Unganzenji. Partì per Tokyo dove al Kodokan ritrovò Mifune, Risei Kano e diversi allievi della vecchia guardia. Fu così che, il 3 maggio 1956 assistette alla prima edizione del campionato del mondo di judo al Kuramae Kukugikan: trentuno combattenti in rappresentanza di ventuno nazioni con i giapponesi Shokichi Natsui e Yoshihiko Yoshimatsu al primo e secondo posto. La supremazia dei judoka del Sol Levante era evidente tuttavia Hiroshi apprezzò l’impegno e il comportamento di alcuni stranieri. Un certo Anton Geesink, olandese ventiquattrenne, lo colpì particolarmente per la sua imponenza fisica. Tecnicamente appariva ancora immaturo ma con una simile stazza avrebbe potuto diventare in futuro un avversario pericoloso anche per i più esperti nipponici. Il campionato mondiale - combattuto in un’unica categoria - fu un notevole successo, Hiroshi non era però certo che costituisse la via di sviluppo che Kano avrebbe apprezzato. Ne parlò con Risei, che era anche presidente della International Judo Federation,[2] ma non ebbe soddisfazione. Nessuno al Kodokan sembrava interessato ai valori per i quali Kano si era costantemente battuto. Hiroshi ricordava bene la conferenza data all’Università del Sud della California in occasione dei giochi olimpici del 1932, alla quale aveva assistito. Kano aveva ribadito allora che lo scopo del judo è trasmettere i principi del miglior impiego dell’energia e della prosperità e mutuo benessere facendo in modo che il praticante li riprendesse nella propria vita alfine di raggiungere uno stato fisico, morale e intellettuale superiore.[3] Lo scopo del judo, per il Fondatore, non era mai stato la vittoria di competizioni, pur importanti. “Pensa Hifumi, mio padre per tutti era scomparso da quattordici anni: quattro anni nella polizia militare a Singapore, cinque anni di prigionia ed altrettanti nel monastero di Kumamoto. Negli ultimi dieci anni aveva meditato sulle proprie colpe, sulle proprie responsabilità, sul fatto che il mondo avrebbe dovuto essere migliorato e che, primo compito di ciascuno di noi, è quello di occuparcene. Avendo trascorso parte della propria giovinezza a contatto con Kano egli sentiva ancora maggiormente il dovere di recuperare il tempo perduto, di redimersi e di dare un proprio contributo all’umanità. Finalmente aveva compreso che il messaggio di Kano era corretto, che i suoi dubbi di un tempo erano sbagliati e che, se il mondo avesse ripreso e applicato i principi “Ser-ryoku zen’yo” e “Jita-kyoei”,[4] non vi sarebbero più stati conflitti.” Hifumi era senza parole. Più il racconto proseguiva, più cresceva il rispetto per il proprio maestro cresciuto a “riso e judo” sotto la direzione di un padre alla ricerca del proprio riscatto desideroso di compiere la propria missione prima di lasciare questo mondo. “Non deve essere stato per nulla facile essere il figlio unico di Hiroshi” pensò Hifumi prima di salutare Maruyama e dirigersi verso il dojo dove avrebbe dovuto tenere i corsi di fine pomeriggio. “L’intera azione dell’uomo parte dal suo ideale: basso è l’ideale, misera è l’azione, alto è l’ideale, nobile è l’azione, influendo perciò nella valutazione della dignità personale ... si auspica che ogni uomo possa nutrire un alto ideale in modo che la sua vita sia decorosa e dignitosa”[5]
[1] La storia tramanda che il generale Curtis LeMay (1906/1990) praticò judo al Kodokan durante l’occupazione americana e che egli volle introdurre l’insegnamento della disciplina alle forze armate statunitensi. [2] L’International Judo Federation (IJF) venne creata nel 1951 su iniziativa di judoka europei. [3] Vedi Barioli, Kano Jigoro educatore, 2010, pag.164. [4] I due principi fondamentali del judo tradotti generalmente come “miglior impiego dell’energia” e “prosperità e mutuo benessere”. [5] Kano, La dignità e il judo, Judo (novembre 1917). |