Nr.98 / 31 agosto 2025

TICINO DOJO JOHO

Notizie e approfondimenti sul JUDO, a cura dell’ATJB


 

Questo numero presenta qualche pensiero sulla nuova stagione, l'intervista rilasciata da chi scrive all'Informatore per i 40 anni di presidenza del DYK Chiasso e una riflessione sul prossimo anniversario di TDJ.

Abbiamo poi la rubrica "Le speranze del judo", il capitolo 14 de "Il racconto di Maruyama" e la rubrica "I protagonisti della storia".

Indice di TDJ nr.98:

  1. La nuova stagione - Marco Frigerio
  2. 40 anni di presidenza - L'Informatore
  3. Contributi per TDJ 100? - Marco Frigerio
  4. Le speranze del judo ticinese: Ivan Sulaev
  5. Il racconto di Maruyama - Marco Frigerio
  6. I protagonisti della storia - Marco Frigerio
  7. Notizie in breve - Marco Frigerio

LA NUOVA STAGIONE

 

La stagione 2025/2026 è alle porte.

Ogni associazione cerca di promuoversi, utilizzando i mezzi a disposizione: comunicati stampa, fly promozionali, pubblicità su cartelloni e bus, messaggi e filmati in facebook e/o altri social.

Pubblicizzare la pratica del judo non è semplice, le occasioni che si creano non sono infinite e vanno sfruttate al meglio. Non si dimentichi tuttavia che la miglior pubblicità è il "passaparola". Genitori che parlano bene della stagione appena conclusa e che condividono l'entusiasmo del figlio o della figlia per il judo sono invitati a condividere la propria esperienza positiva nella cerchia della proprie conoscenze.

Il judo è un mezzo di crescita, che educa a valori positivi, se praticato correttamente.

È quindi molto di più di uno sport tradizionale, chi lo sceglie se ne accorge.

Da settembre si attendono nuovi iscritti; sperando di non avere "perso" troppi allievi durante la pausa estiva.

Starà agli insegnanti saper promuovere la disciplina e garantire il giusto entusiasmo necessario alla pratica.

 

La stagione 2025/2026 sarà importante, anche per altri motivi.

Le nuove norme imposte da GS e i preannunciati tagli ai contributi del 20% sono destinati ad influenzare l'attività corrente.

Dato che la modifica entrerà in vigore dal 1.1.2026 si potranno conoscere gli effetti solamente in corso d'opera, correttivi saranno probabilmente necessari per la stagione seguente.

Ogni associazione rischia di essere costretta a rivedere il proprio budget ed a ridurre le spese o aumentare le entrate.

Ricordo alle singole associazioni che per continuare a beneficiare dei sussidi GS vanno adeguati gli statuti includendo quanto richiesto da Swiss Olympic.

Sarà dunque necessaria una assemblea straordinaria in autunno, per ogni associazione, alfine di adottare la versione aggiornata degli statuti prima della scadenza.

 

Che dire in conclusione ?

Continuiamo a promuore il judo, nei cui valori dimostriamo di credere, trasmettendolo al meglio.

Chi opera da anni, a titolo di volontariato, sa però che - sempre di più - bisogna fare i conti con le accresciute incombenze amministrative e con difficoltà finanziarie.

Il tempo dedicato a risolvere tali aspetti, purtroppo, va a discapito di attività che meglio avrebbero potuto essere proposte sui tatami.

Peccato, così però è la vita. 

40 ANNI DI PRESIDENZA

Mercoledì 6 agosto, al dojo del DYK Chiasso, si sono festeggiati i 40 anni di presidenza di Marco Frigerio con un allenamento aperto a tutti (35 presenti sul tatami - vedi foto che segue) ed un brindisi "ad multos annos".

Di seguito l'intervista rilasciata, per l'anniversario, all'Informatore (giornale settimanale del Mendrisiotto).

 

Come hai iniziato a praticare judo ?


Ho iniziato a sei anni, per caso. I miei genitori hanno scelto per me. Dopo un paio di lezioni di prova mi hanno iscritto alla stagione 1970/1971 proposta dalla scuola Migros a Mendrisio e così, anno dopo anno, non ho mai interrotto la pratica, anche se – a dipendenza degli impegni professionali e famigliari – l’intensità della stessa è mutata. Sono attivo al DYK Chiasso dalla sua costituzione avvenuta nel 1974.

 

 

Quanto tempo dedichi oggi al club ?


Dirigo le due lezioni settimanali del corso amatoriale per giovani e adulti. Supplisco gli insegnati di ruolo quando necessita e organizzo gli eventi dell’associazione: la notte dei samurai, lo stage di fine giugno alla Perfetta di Arzo e le gare educative per i giovanissimi in primis.

 

 

In quarant’anni hai visto passare una marea di giovani, sono cambiati nel tempo ?


Al dojo di via Cattaneo di Chiasso sono passati moltissimi giovani, alcuni si sono fermati qualche anno altri hanno effettuato solamente una fugace apparizione. La mia impressione è che le ultime generazioni si trovano in maggiore difficoltà rispetto a chi le ha precedute. Il mondo è cambiato e le certezze si sono ridotte. Anche il rispetto per l’insegnante non è più un aspetto scontato, bisogna insegnarlo; inoltre è tutt’altro semplice far capire ai ragazzi che, per ottenere qualsiasi risultato, è necessario impegnarsi costantemente.

 

 

Il judo è uno sport ?


Il judo è molto di più. Il Fondatore del judo, Jigoro Kano, era un insegnante; negli anni 1889/1891 era stato inviato dal Ministero dell’educazione giapponese in Europa a studiare i modelli educativi. Ha poi diretto per un ventennio la scuola magistrale di Tokyo. Il judo, nato come arte marziale, è così diventato un metodo educativo; solamente a partire dall’ultimo dopo guerra è stato promosso anche quale sport.

 

 

Per un giovane il judo sportivo è importante ?


Certo. In gioventù è naturale che l’approccio al judo sia di carattere sportivo. Si pratica acquisendo delle capacità e ci si mette alla prova affrontando avversari in competizione. Il judo tuttavia vuole insegnare, non a sconfiggere l’altro, ma a superare le nostre paure e i nostri limiti. Con il passare degli anni ci si rende conto che il judo, se praticato seriamente, contribuisce alla formazione. Jigoro Kano ha scritto che l’obiettivo del judo è rendere fisicamente sani, moralmente forti e socialmente utili i praticanti.



Hai scritto tre racconti sul judo, per quale ragione ?


Per festeggiare i 50 anni del DYK Chiasso ho scritto un primo racconto “Le stagioni del ciliegio”,  volevo indicare come il judo possa essere praticato in tutte le fasi della vita. È la storia di fantasia di un giovane giapponese che per caso inizia a praticare divenendo prima un’agonista, poi un insegnante, infine il riferimento della scuola. Il libro è stato regalato ai soci in occasione dei festeggiamenti del cinquantesimo. Visto le positive reazioni ho voluto dare un seguito ed ho così scritto “Il racconto di Maruyama” e “Le memorie di Saito”. Il secondo libro mi ha permesso di raccontare la storia del judo, coinvolgendo anche il Fondatore, il terzo il judo agonistico di alto livello. In tutti e tre i racconti ho cercato di mettere in evidenza la corretta finalità del judo: titoli e campioni passano, non sono importanti, l’apprendimento dei valori resta ed è il fine vero della disciplina.

 

 

Chi ti ha sostenuto negli anni ?


Ho sempre avuto la fortuna di poter contare sul pieno sostegno di mia moglie Brunella, first lady del DYK. Inoltre abbiamo cresciuto i nostri due figli (Manrico e Mattia) al dojo. L’educazione e i valori che il judo ha trasmesso loro ha fatto si che entrambi divenissero insegnanti per professione. Oggi sono a loro volta genitori; mi auguro che sappiano trovare la voglia ed il tempo per trasmettere ai loro figli quanto appreso. Nel corso degli anni inoltre si sono avvicendati in comitato diversi judoka o genitori di judoka sui quali ho potuto contare. Da menzionare infine sono gli insegnanti professionisti che al dojo si sono succeduti; da un decennio abbiamo Paolo Levi (classe 1976, 4° dan FILKAM), un ottimo tecnico e formatore.

 

 

Desideri formulare un augurio ai praticanti di oggi ?


Il judo, inteso correttamente, è un cammino di continua crescita personale. Chi lo sceglie spesso non ne è consapevole. Chi insegna al DYK cerca di promuovere i valori e i principi che lo contraddistinguono. Non sempre tuttavia questi passano. L’augurio che mi sento di formulare a chi pratica e di riuscire a comprendere il vero messaggio del judo, a comportarsi di conseguenza ed a ritagliarsi nelle varie fasi della vita, a dipendenza del tempo disponibile, momenti regolari di pratica. I benefici lungo il cammino non mancheranno.

 


CONTRIBUTI PER TDJ 100?

Il primo numero di Ticio Dojo Joho è stato pubblicato nel sito atjb e trasmesso agli interessati nel mese di aprile 2021.

Ci stiamo avvicinando al numero 100.

Ogni contributo ricevuto ha trovato la sua collocazione in uno dei numeri sinora pubblicati della newsletter.

Chi scrive coordina dall'inizio la pubblicazione e, per forza di cose, in assenza di interventi di altri autori completa i numeri in uscita.

 

In corso d'opera sono nate le rubriche "I protagonisti della storia", "I libri sul judo" e "Le speranze del judo ticinese".

Sulla scia di tali iniziative sono stati scritti anche i tre racconti che compongono la "Trilogia sul judo e il Giappone" il cui protagonista in assoluto è il JUDO, con i suoi principi e valori.

Regolarmente in TDJ si riferisce dei risultati dei tornei ranking ed anche dei risultati dei tornei internazionali importanti (giochi olimpici, campionati del mondo e d'Europa, tornei del Grande Slam). Chi scrive ritiene da sempre che non c'é nulla di peggio di un judoka che non conosce neanche il nome di un campione olimpico e/o del mondo della disciplina che pratica. 

 

Gli autori dei contributi di questi primi 98 numeri si contano su una mano.

Non per censura ma per scarsa partecipazione. Un appello ad un maggiore coinvolgimento - visto anche l'approssimarsi dell'anniversario (TDJ nr.100) - mi pare ci stia !


LE SPERANZE DEL JUDO TICINESE

 

Questa rubrica è destinata a dare voce alle giovani speranze del judo ticinese. Non importa se agonisti o se praticanti di palestra.

Chi non ha ancora compiuto i 18 anni è invitato ad esprimere il suo pensiero sul judo, sulle proprie esperienze e su quanto ha appreso ed apprende praticando la disciplina. Attendiamo contributi.

Grazie a Ivan Sulaev (classe 2010, cintura verde del DYK Chiasso) che ha voluto condividere il suo pensiero sul judo in questo numero.

 

"Pratico judo da quando avevo 8 anni.

Mio padre mi ha introdotto a questa disciplina: è stato lui a mostrarmi che cos'é quest'arte, e me ne sono innamorato.

Ho iniziato ad allenarmi in Ucraina, nella città di Dnipro. Gli allenamenti duravano un'ora e mezza tre volte a settimana. La disciplina era molto rigida: se qualcuno sbagliava o non voleva fare il riscaldamento, lo rifacevamo tutti insieme!

Ma il risultato era straordinario: il nostro gruppo vinceva sempre delle medaglie.

Purtroppo ho dovuto lasciare l'Ucraina e mi sono trasferito in Svizzera; tuttavia non abbandonerò mai il judo, perché é il mio sport preferito.

Quando sono arrivato al Do Yu Kai Chiasso, tutti sono stati molto accoglienti ed hanno capito che non sapevo ancora la lingua italiana.

A Chiasso ho fatto molta esperienza, ho imparato nuove tecniche, proiezioni e ho conquistato nuove cinture. Quando posso cerco di partecipare alle gare per fare sempre nuove esperienze.

Per me il judo è una grande disciplina. Mi ha insegnato a vincere ma anche a perdere. Credo che il judo sia uno sport bello, con tecniche meravigliose e "ippon" fuori di testa."

 

Tra i ragazzi ucraini giunti in Ticino vi è Ivan Sulaev.

Da tre anni frequenta il dojo del DYK Chiasso. Ha potuto così continuare a praticare judo, raccogliendo soddisfazioni ed imparando ad accettare le delusioni.

Grande è sempre il suo impegno e la passione che mette nella pratica.


IL RACCONTO DI MARUYAMA: capitolo 14

 

Il giorno seguente Takero Maruyama, seppur con fatica, arrivò al dojo prima dell’inizio delle lezioni. Indossò il judogi utilizzando la cintura nera invece di quella bianca e rossa che identificava il suo grado. Aveva sempre considerato che il colore della cintura non fosse importante. In origine Kano aveva distinto unicamente due gradi identificati dalla cintura bianca e dalla cintura nera. Nel tempo erano state adottate altre distinzioni. Kano, tuttavia, non aveva mai conosciuto i colori che, nell’Europa del dopo guerra, erano stati ulteriormente introdotti.

La cintura nera per Maruyama era simbolo di pienezza e di buona salute, al contrario di quella bianca e rossa che riteneva identificasse “gli anziani” spesso acciaccati e poco attivi sui tatami.

Respirare nuovamente l’odore degli spogliatoi, sentire il sudore dei giovani praticanti, ammirare i bei gesti tecnici che contraddistinguevano il randori fu per Maruyama un toccasana. Sui tatami era nato e la forzata assenza era dolorosa. Anche solamente esserci, in tenuta di pratica, era quindi motivo di gioia.

 

Fu così che, al saluto finale, prese la parola.

Desidero ufficialmente nominare Hifumi mio successore. Ho riaperto questo dojo trent’anni fa, quando decisi che la via dell’insegnamento era quella che più mi si confaceva. Hifumi è stato mio allievo da quando ragazzino iniziò a praticare. È divenuto il capitano del dojo, dopo la partenza di Shinnosuke. Ha sempre contribuito nell’ombra partecipando ad ogni momento importante degli ultimi vent’anni. Tecnicamente è molto bravo ed è persona umile, corretta e rispettosa. Sono certo che saprà portare avanti l’insegnamento che ho proposto a tutti voi in questi anni. Avrei avuto piacere a rimanere ancora a dirigere il tutto ma sento che il mio tempo sta scadendo. Nessun rimpianto. A chi viene dopo va augurato ogni bene. La natura fa il suo corso ed è giusto così. Sono pronto per il grande viaggio. Ho sempre cercato nell’insegnamento di seguire le indicazioni di Kano insistendo sui valori e sull’educazione, sono certo che anche Hifumi saprà proseguire in questa direzione. Ringrazio tutti voi per il tempo che mi avete dedicato.”

 

Hifumi non si aspettava un simile discorso, imbarazzato, tacque. Tra gli allievi vi fu chi storse il naso e chi aveva gli occhi lucidi. I cambiamenti arrivano a volte imprevisti, vanno però accettati senza inutili sceneggiate e/o drammi.

Lasciando il dojo tutti i presenti ringraziarono il maestro. Le parole sincere e gli inchini di saluto furono per Maruyama un momento di sano compiacimento. Sentiva di avere compiuto, sino all’ultimo, la propria missione.

Riprendiamo il racconto” disse sorridendo a Hifumi non appena, partito anche l’ultimo allievo, si ritrovarono soli.

 

12.

Gli anni trascorsi nel campo di prigionia di Singapore furono per mio padre molto penosi. Più volte pensò di lasciarsi andare e di porre termine alla propria esistenza. La menomazione subita certo non aiutava ad immaginare un futuro migliore.

In qualche modo però resistette. Aveva appreso, praticando judo, che sforzi e fatica non sono che un passaggio per arrivare laddove ci si prefigge un obiettivo. Sapeva per esperienza che, se un obiettivo veniva raggiunto tutto quanto lo aveva preceduto restava semplicemente un ricordo. Con la prigionia però faticava a individuare un vero obiettivo a cui mirare: sopravvivere avrebbero probabilmente detto i più. Il semplice sopravvivere però non gli appariva così invitante.

Verso la fine del 1950 Hiroshi venne scarcerato. Fisicamente era distrutto, il morale era sotto i piedi. Prima di rientrare in Giappone rimase qualche tempo a Singapore riflettendo su quanto era accaduto. Aveva perso il controllo della propria vita. Eventi esterni, da lui non dipendenti, avevano fatto in modo che la sua esistenza venisse stravolta. Da giudice che cercava di porre in esecuzione la legge in modo onesto, risolvendo con saggezza le liti tra privati, era divenuto un membro della famigerata kempei. Improvvisamente si era ritrovato coinvolto “per forza di cose” in comportamenti criminali posti in atto da terzi che non condivideva, ma che non aveva avuto il coraggio di fermare. La sua vita, ne era certo, sarebbe terminata da tempo se avesse reagito opponendosi a quanto la polizia militare aveva posto in atto a Singapore. In parte si era riscattato contribuendo a salvare un buon numero di persone, che altrimenti avrebbero verosimilmente perso la vita; tuttavia, considerando tutte le circostanze, sentiva di avere perso dignità, onore e rispetto. Difficile mentire a sé stessi quando troppi sono i volti delle vittime che si era sacrificato pur di non mettere a rischio la propria esistenza.

Il rimorso era troppo forte per poter proseguire nel cammino come se nulla fosse.

 

Quando finalmente tornò in Giappone sbarcando a Nagasaki, Hiroshi non aveva un posto dove andare o qualcuno che l’attendeva. Vestito di stracci e senza denaro si ritrovò a vagare nell’isola di Kyushu alla ricerca di un senso e di un futuro.

Capitato per caso nei dintorni di Kumamoto si rifugiò al Tempio Unganzenji tra i monaci che in quel periodo cercavano di dare una mano ai bisognosi. L’occupazione americana stava per concludersi ma gli sbandati erano ancora numerosi.[1] Là si fermò per cinque anni: la meditazione e l’ambiente circostante l’aiutarono a recuperare in parte la propria voglia di vivere. Trascorreva ore mimetizzato nel muschio tra le statue raffiguranti i rakan.[2] Non era mai stato particolarmente credente tuttavia sapeva di avere parecchio di cui farsi perdonare dai kami e, in ogni caso, dagli uomini.

Dopo qualche tempo ritrovò un minimo di fiducia e di dignità. Aiutava regolarmente i monaci nelle mansioni correnti, anche le più umili, ed aveva iniziato a esercitarsi con il tandoku-renshu. Eseguire le entrate di judo che aveva appreso in gioventù, aveva praticato al Kodokan ed aveva affinato grazie alla propria vicinanza a Jigoro Kano, gli permise di credere ancora in sé stesso e in quanto avrebbe potuto fare in futuro.

Ripetendo e ripetendo i movimenti appresi in gioventù, che il suo corpo non aveva dimenticato, ricuperò le forze. La pratica solitaria era per lui divenuta essenziale, non correva giorno senza che vi si dedicasse per almeno un paio d’ore.

 

 

“È proprio vero che nel cammino di ciascuno vi sono momenti bui dai quali però è sempre possibile risorgere” disse Maruyama a Hifumi.

“La storia di mio padre è tragica ma istruttiva. Insegna che non è mai finita e che fintanto che si è in questo mondo ci è data facoltà di recuperare gli errori commessi. Anche per questo mi sembra importante raccontare questa storia”.

Hifumi tacque riflettendo tra sé: “se fossi nato in quel periodo e mi fosse stato imposto di fare parte della polizia militare come avrei potuto reagire? Ringrazio i kami per essere nato in altra epoca, oltretutto in un momento storico esente da conflitti e in un contesto di sviluppo e abbondanza”.

Guardando il proprio maestro disse “suo padre ha cercato di sopravvivere agli orrori della guerra. Posti dinnanzi a situazioni estreme ognuno di noi avrebbe fatto le medesime scelte. Pochi e rari sono i martiri. Scegliere di sacrificarsi per salvare altri è operazione estrema non necessariamente saggia se, rimanendo in vita, si sarebbe avuto la possibilità di salvare più persone come fece suo padre.

Bravo Hifumi” chiosò Maruyama dopo qualche attimo di riflessione. “Non avevo mai considerato la questione da questo punto di vista. In fondo è vero che nei martiri vi è una esaltazione incosciente, non necessariamente opportuna, e che sacrificare la propria vita per un ideale, quando vi sono altre vie percorribili che prevedono comunque una utilità sociale, è da sciocchi. Ti ringrazio per avermi dato un punto di vista nuovo a partire dal quale riflettere nuovamente sul passato.

 

 

“In qualsiasi campo, per trovarsi bene si deve saper sopportare il dolore, fisico e psichico. Se non si sopporta il dolore, ci si troverà sempre male.”[3]



[1] Il Trattato di San Francisco, che metteva termine all’occupazione alleata, era stato firmato l’8 settembre 1951.

[2] Le statue di pietra che vi si ritrovano sono l’opera di Gihei Fuchitaya, il quale impiegò 24 anni a scolpirle (1779/1802); rappresentano i rakan ossia i discepoli di Buddha che hanno raggiunto il nirvana.

[3] Hagakure nr.121.


I PROTAGONISTI DELLA STORIA: Charles Palmer (1930/2001)

 

Charles Palmer è stato un judoka britannico divenuto presidente dell’IJF negli anni 1965/1979.

Nel 1999 venne promosso 10° dan dalla stessa IJF che lo definì il "padre del judo moderno".

Sotto la sua presidenza il judo venne inserito definitivamente nel programma dei giochi olimpici a partire da Monaco 1972.

In Inghilterra svolse un ruolo decisivo opponendosi alla decisione del primo ministro Margareth Thatcher di boicottare le olimpiadi del 1980 a Mosca.

 

Iniziò a praticare judo a 14 anni.

Fu allievo dei maestri Koizumi e Leggett al Budokwai di Londra.

Dal 1951 al 1955 visse a Tokyo dove lavorava come guardia di sicurezza dell’Ambasciata inglese, ebbe così modo di praticare judo al Kodokan.

Nel 1955 era stato promosso 4° dan.

Rientrato in Inghilterra divenne istruttore senior al Budokwai.

Fece parte della squadra inglese, capitanata da Geof Gleeson, che vinse il titolo a squadre al Campionato d’Europa del 1957. Nel 1958 e 1959 gli succedette come capitano vincendo altre due volte il titolo. La sua tecnica preferita era uchi-mata.

Nel 1961 divenne presidente della British Judo Association (BJA), carica che rivestì per ventiquattro anni.

 

Charles Palmer è stato presidente della IJF dal 1965 al 1979.

Soprannominato "padre del judo moderno", ha svolto tutte le possibile funzioni.

È stato combattente, allenatore e dirigente per 24 anni presidente della British Judo Association.


NOTIZIE IN BREVE

 

La FSJ annuncia che - per la prima volta - parteciperà al Campionato Europeo U21 per team miste in programma a Bratislava a inizio settembre.

La squadra nazionale sarà formata da Eileen Probst e Mirja Pollheimer (-57 kg), April Fohouo (-70 kg), Tessa Ebona (+70 kg), Stevan Maitin (-73 kg), Thien Oulevey e Lorenzo Enz (-90 kg).

 

 

Si è da poco concluso al centro sportivo nazionale di Tenero il 32° stage estivo organizzato dal JB Bellinzona.

Buona, come per altro d'abitudine, la partecipazione dal Ticino (ma non solo) e grande l'impegno profuso da tutti i judoka presenti.

Complimenti a Rezio Gada e al suo team.

 

 

L'attuale responsabile arbitri della regione promuove una PROVA DI ARBITRAGGIO con teoria e pratica, durante la Coppa Malcantone di domenica 12 ottobre, a Caslano.

Interessati sono invitati ad annuciarsi entro il 14 settembre 2025 a alan_edera@hotmail.com.

 

 

È in corso al dojo di via Cattaneo il mini stage del DYK Chiasso.

Manrico Frigerio ha diretto la prima mezza giornata martedì 26 agosto (vedi fotografia). Seguono due mezze giornate dirette da Mattia Frigerio e Paolo Levi.

Il programma prevede, oltre alla lezione di judo, un momento ludico e un approfondimento culturale giornaliero.

  

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