IL RACCONTO DI MARUYAMA: capitolo 12 Hifumi sostituiva oramai regolarmente il maestro Maruyama che faticava sempre di più a presentarsi al dojo. Nessuno aveva detto nulla ma la preoccupazione degli allievi e dello stesso Hifumi era palese. Che fosse lui il successore designato rientrava nella logica delle cose; tuttavia, non vi era ancora stata l’investitura ufficiale. Hifumi era sempre rimasto nel dojo in cui era cresciuto, era allievo diretto di Maruyama e da qualche anno ne era l’assistente. Takero Maruyama si rendeva conto che ogni settimana gli acciacchi andavano ad aumentare. Si sforzava ciò malgrado di raggiungere il dojo dove sperava di poter dettare a Hifumi i capitoli successivi della storia. Quel giorno, benché malfermo, si presentò al dojo per riprendere la dettatura. 10. Dal 10 al 18 marzo 1938 si tenne al Cairo la XXXVIII sessione del CIO. In discussione era nuovamente la candidatura di Tokyo per i giochi del 1940. La politica di aggressione posta in atto dal Giappone aveva portato da tempo alcuni paesi membri del CIO a chiedere una revisione della decisione precedentemente assunta, allo scopo di attribuire i giochi a Helsinki. La guerra con la Cina scoppiata l’anno precedente e l’orgia di violenze ed assassini che l’esercito giapponese, aveva posto in essere a Nanchino, avevano provocato reazioni di assoluto sdegno a livello internazionale.[1] L’opera di convincimento portata avanti da Kano risultò però vincente. I giochi vennero confermati a Tokyo anche se per un solo voto.[2] Kano, primo membro asiatico del CIO e amico personale di Pierre De Coubertin, svolse un ruolo decisivo; nessun’altro in rappresentanza del Giappone avrebbe potuto ottenere la conferma auspicata. Il 26 marzo 1938 ad Atene si tenne la cerimonia commemorativa di De Coubertin, deceduto da pochi mesi.[3] Kano e mio padre presenziarono. La sera, nell’albergo con splendida vista sul Partenone, Kano appariva piuttosto triste e pensieroso, pareva quasi si rendesse conto che anche il suo tempo stava per concludersi. “Nessuno è immortale” aveva detto a più di un convenuto alla cerimonia. “Il momento supremo arriva per tutti, a volte troppo presto, a volte troppo tardi. Per chi rimane attivo è comunque una sorpresa. Si pensa di dover sempre concludere questo o quell’impegno. Quando arriverà il mio momento spero di non lasciare situazioni irrisolte. Mi auguro che lo spirito del judo non venga tradito e che il nazionalismo e le rivalità non abbiano mai a rovinare il mio lascito al mondo.” Il viaggio proseguì secondo programma. La traversata dell’Atlantico Napoli / New York fu piacevole, il tempo era dei migliori. L’Atlantico rimase tranquillo per tutto il tempo. Spesso Kano si arrestava sul ponte di comando con lo sguardo diretto all’orizzonte, pensando, con nostalgia, agli albori del Kodokan e alle sfide che il judo aveva dovuto superare per imporsi sulle altre scuole di ju-jutsu. La trasvolata New York / Seattle non fu invece delle migliori. All’epoca i voli erano irregolari, non vi era ancora l’abitudine a servirsi di aerei per il trasporto passeggeri, inoltre il cattivo tempo - che aveva caratterizzato la tratta - aveva reso il tutto più complicato. Atterrati a Seattle Kano iniziò a risentire degli strapazzi: aveva qualche linea di febbre, difficoltà a respirare e tossiva. Non volle tuttavia rallentare il viaggio o modificare i piani. Fino al momento di imbarcarsi assolse tutti i compiti che si era prefissato: a Seattle visitò il club più antico degli States ed ancora una volta ebbe modo di richiamare insegnanti e praticanti al senso vero della disciplina, a Vancouver incontrò il console giapponese ed altri dignitari. Il 23 aprile 1938 iniziò la fase finale del viaggio. Imbarcatosi sul piroscafo Hikawa-maru diretto a Yokohama Kano si sentì male. Hiroshi si rese conto che la situazione stava divenendo pericolosa, chiese quindi l’intervento del medico di bordo. Nulla da fare: il 4 maggio 1938 Jigoro Kano morì di polmonite. A Tokyo la sua salma, deposta in una bara coperta dalla bandiera olimpica, fu accolta da migliaia di persone. La sua esistenza terrena si era compiuta. Hiroshi ebbe a raccontare alla moglie di Kano cosa era accaduto, scusandosi. Sumako lo fermò subito ringraziandolo per quanto aveva tentato di fare; conosceva il marito e sapeva bene che non era possibile trattenerlo. Jigoro non era tipo da lasciare a metà un compito “costi quel che costi”; una delle frasi più odiate dal Fondatore del judo era “otsukare-sama-deshita”.[4] Di medesimo avviso furono Noriko e Risei, entrambi conoscevano bene il padre. La sua determinazione era nota universalmente. Fissato un obiettivo nulla poteva fermarlo. Nella sua vita aveva insegnato agli insegnanti, creato il judo promuovendolo universalmente quale metodo educativo, diretto una scuola privata ed una associazione culturale, pubblicato otto riviste, gestito per un ventennio lo scambio di allievi tra Cina e Giappone, promosso l’insegnamento dell’educazione fisica nelle scuole rendendolo obbligatorio, partecipato al CIO presenziando a cinque olimpiadi, scritto innumerevoli articoli. Kano era stato un perfetto rappresentante della propria epoca. Non amava sprecare il proprio tempo ed era convinto che, impegnandosi sempre al massimo, ogni obiettivo poteva essere perseguito. Le esequie di Kano furono grandiose, vi parteciparono più di diecimila persone.[5] Maruyama interruppe il racconto. “Quando verrà la mia ora ti chiedo di organizzare una veglia al dojo. Mi farebbe piacere che i miei migliori allievi fossero presenti. Permetti a Shinnosuke di dire due parole. Se mi sarà possibile sarò in ascolto. Sono curioso di sentire quello che saprà esprimere. Chiedigli di prendere la parola però solamente quando sarà al dojo, vorrei che improvvisasse e che non facesse il solito discorso preparato in anticipo. Se avrò modo di sentire mi vedrai sorridere nel fumo dell’incenso che ti chiedo di accendere.” Hifumi rispose “Maestro, lasci perdere questi pensieri negativi; ci farà compagnia ancora per diversi anni.” Maruyama però lo interruppe “la morte è parte naturale della vita. Prepararsi a lasciare questo mondo è necessario. Mi piace pensare di avere trasmesso dei valori e di lasciare qualche ricordo piacevole a chi ho conosciuto. Completare il racconto è il mio ultimo obiettivo. Ora rientro, è tardi e devo riconoscere di essere particolarmente stanco.” Pian piano Maruyama si diresse verso la propria abitazione. Guardandolo camminare con il bastone a una andatura particolarmente lenta e il viso sofferente Hifumi fu preso dalla nostalgia. “È un vero peccato non poter riavvolgere il nastro e ritrovare l’energia dei tempi migliori”. Maruyama era sempre stato attivo, ritrovarlo in quelle condizioni, per chi lo aveva conosciuto e apprezzato, era un colpo al cuore. “Ogni mattina e ogni sera dovremo continuamente pensare alla morte, sentendoci già morti da sempre; in tal modo, saremo liberi di muoverci in ogni situazione.”[6]
[1] A Nanchino nel dicembre 1937 i civili uccisi dall’esercito giapponese furono più di dodicimila. Non si contarono il numero degli episodi di stupro e brutalità poste in atto. I Fiori della Guerra è il film del regista cinese Zang Yimou del 2011, con protagonista Christian Bale, che ne narra gli eventi. [2] Nel luglio 1938 Tokyo rinunciò tuttavia ai giochi del 1940 che, in ogni caso, non si svolsero a causa della Seconda guerra mondiale. [3] Pierre De Coubertin (1863/1937) era deceduto a Ginevra il 2 settembre 1937 a seguito di un infarto che lo aveva colpito durante una passeggiata nel parco La Grange. [4] Letteralmente “Devi essere stanco”. Nel pensiero di Kano la stanchezza non trovava posto, dato che il miglior impiego dell’energia (principio che deve ispirare ogni scelta) richiede sempre e comunque la miglior attitudine possible. [5] La tomba di Kano si trova nel cimitero Yahashira a Matsudo nella prefettura di Chiba. |