Nr.94 / 15 giugno 2025

TICINO DOJO JOHO

Notizie e approfondimenti sul JUDO, a cura dell’ATJB


 

Questo numero contiene la presentazione dei campionati del mondo di Budapest, qualche riflessione sulle dimostrazioni di fine stagione e qualche pensiero sul senso di appartenenza al proprio club.

Non mancano poi il decimo capitolo de "Il Racconto di Maruyama", le rubriche Le speranze del judo ticinese e I protagonisti della storia.

Indice di TDJ nr.94:

  1. I campionati del mondo - Marco Frigerio
  2. Dimostrazioni di fine stagione - Marco Frigerio
  3. Il senso di appartenenza al "mio club" - Marco Frigerio
  4. Le speranze del judo ticinese: Nicolas Morad
  5. Il Racconto di Maruyama - Marco Frigerio
  6. I protagonisti della storia - Marco Frigerio
  7. Notizie in breve - Marco Frigerio

 


I CAMPIONATI DEL MONDO

 

Dal 13 al 21 giugno a Budapest sono in programma i campionati del mondo 2025.

Quattordici categorie individuali e la competizione a squadre mista compongono il programma oramai consolidato dell'evento IJF che dal 2007 si combatte annualmente.

571 i combattenti qualificati, per la Svizzera è prevista la partecipazione di sei atleti: Nils Stump (-73 kg), Aurelien Bonferroni (-81 kg), Daniel Eich (-10 kg), Binta Ndiaye (-57 kg), April Fohouo e Gioia Vetterli (-70 kg).

L'attesa è principalmente per Stump, già campione del mondo 2023, e per Eich, quinto classificato agli ultimi giochi olimpici.

 

 

Dopo i giochi di Parigi e l'introduzione delle nuove regole di combattimento IJF è tempo di rimettersi alla prova.

Il quadriennio olimpico che conduce a Los Angeles è iniziato.

Questa edizione ci permetterà di verificare in che misura i risultati degli ultimi giochi sono stati influenzati dall'assenza dei judoka russi.

Guidati da Vitaly Makarov i judoka russi presentano una squadra di altissimo livello.

Attesi in particolare sono Ramazan Abdulaev (-66 kg, vincitore dei grand slam di Astana e di Tashkent), Danil Lavrentev (-73 kg, campione europeo 2025), Timur Arbuzov (-81 kg, campione europeo 2025), Igor Igolnikov (-90 kg, vincitore del grand slam di Astana), Arman Adamian (-100 kg già campione del mondo 2023) e soprattuto Inal Tasoev (+100 kg campione europeo 2025 e già campione del mondo 2023).

La squadra femminile russa è indubbiamente meno blasonata di quella maschile.

 

Il Giappone sarà presente con i migliori atleti: i campioni olimpici Hifumi Abe (-66 kg) e Takanori Nagase (-81 kg) in primis.

Annunciati sono anche però Sanshiro Murao (viceccampione olimpico) e Goki Tajima (campione del mondo 2024) a -90 kg, Dota Arai (terzo classificato ai campionati del mondo 2024) a -100 kg e Hyoga Ota (vincitore dei grand slam di Astana e Baku) a +100 kg.

Senza dimenticare Wakana Koga a -48 kg (recente vincitrice del campionato nazionale), Momo Tamaoki -57 kg (vincitrice del grand slam di Baku), Haruka Kaju - 63 kg (vincitrice del grand slam di Parigi), e Mao Arai +78 kg.

Inoltre da segnalare vi è il ritorno di Uta Abe a -52 kg. Sconfitta ai giochi dall'uzbeka Keldiyorova. Protagonista di uno spettacolo assai poco edificante (ndr pianto disperato tra le braccia del proprio allenatore in mondovisione), la ragazza nata il 14 luglio 2000 a Kobe intende salire nuovamente sul primo gradino del podio. "Voglio tornare ad essere la migliore" ha dichiarato in una recente intervista rilasciata a L'esprit du judo. 

 

 

Non mancherà la sfida tra le nazionali di Giappone e Francia nella competizione a squadre che concluderà la manifestazione.

Sette i titoli mondiali per il Giappone, da quanto è stata introdotta la formula mista (ndr 2017), due i titoli olimpici per la Francia. Le due formazioni sono attese per l'ennesima finale: spettacolo ed emozioni sono garantite !

 

 

P.S.

Ricordiamo ai lettori che è possibile seguire in diretta le principali competizioni internazionali (mondiali inclusi) collegandosi con Ippon TV dopo essersi iscritti gratuitamente nel sistema. 


DIMOSTRAZIONI DI FINE STAGIONE

 

Con la fine dell'anno scolastico i club concludono la loro programmazione e si preparano alla pausa estiva.

In genere una festa sociale, composta da competizioni interne e dimostrazioni, conclude la stagione.

Ogni club ha il suo evento ma, in genere, si cerca di coinvolgere tutti i gruppi e di riunire i praticanti per un ultimo grande momento sociale.

Il presidente o il responsabile tecnico tendono ad esprimersi sulla stagione che si conclude, evidenziando i momenti importanti e gli obiettivi che l'associazione si pone per il futuro.

 

L'evento conclusivo è anche il momento per tirare le somme e constatare in che misura le aspettative di settembre si sono realizzate.

Quanti iscritti ci sono stati in stagione ? Quanti hanno interrotto nel corso dell'anno ? Quante iniziative si sono realizzate ? Quante non si è arrivati a proporre ? Che risultwati si sono ottenuti ?

 

Alle nostre latitudini la buona volontà e la voglia di fare si scontrano spesso con i limiti personali, tecnici e/o temporali, di chi si occupa di una associazione e di chi pratica.

"Ha fatto del suo meglio." "Non aveva tempo." "Oggi deve studiare." "Il lavoro non mi lascia margini." Sono le scusanti generiche che spesso si sentono da una delle due parti in gioco (associazione e judoka).

In realtà è sempre e solo questione di priorità

Chi dirige e chi insegna hanno un compito importante che non è creare judoka vincenti ma contribuire alla crescita di judoka rispettosi, educati, che hanno compreso il messaggio di Kano e lo hanno fatto proprio.

Abdicare da un tale ruolo è una sconfitta per il judo. Non vi sono scuse. Se il tempo non c'é più, per chi dirige o insegna, bisogna tirare le somme. Jigoro Kano l'ha espresso più volte "sapersi fermare al momento giusto" è importante. 

Da chi pratica ci si aspetta invece un "salto di qualità": l'avere compreso che non si è al centro dell'universo e che dedicare del tempo alla propria associazione porta a far crescere il gruppo di riferimento. Restituire quanto si è ricevuto nel corso della formazione è essenziale.

 

Buon fine stagione a tutti, qualche riflessione nel periodo estivo sui veri obiettivi da perseguire non è mai inutile.


IL SENSO DI APPARTENZA AL "MIO CLUB"

 

Imparare a praticare judo comporta la scelta di un club di riferimento.

La scelta in un primo tempo è generalmente dettata dalla comodità: il più vicino a casa.

Dopo avere praticato per un po' tuttavia ci si accorge che non tutti i club sono attivi nello stesso modo e che la crescita nel judo è possibile secondo varie modalità.

Il club definitivo di appartenenza deve essere scelto liberamente e divenire il "mio club".

Chi vi si iscrive ne diviene un socio, accettando implicitamente le regole che chi dirige e il tecnico incaricato dell'insegnamento andranno a porre, convinti della loro bontà.

Allenarsi non è "andare al ristorante", il menu non è più o meno lo stesso ovunque. La trasmissione della tecnica e dei valori avviene diversamente nell'uno e nell'altro club di riferimento, così come diversi sono i programmi.

In età giovanile è necessario essere consapevoli che, scelto un club, ci si adeguerà a quanto viene indicato, liberi comunque sempre di cambiarlo qualora non ci si ritrovasse più.

 

Ogni scuola ha il suo stile, i suoi obiettivi e il suo insegnante di riferimento.

Nel racconto "Le stagioni del ciliegio" ho cercato di evidenziare come il judo, parimenti a tutto quanto avviene nella vita, ha le sue stagioni.

Nella primavera è necessario apprendere accettando e condividendo le direttive del club e dell'insegnante scelto. Partecipando sempre e comunque a far crescere il proprio gruppo di riferimento, perché soli non si arriva da nessuna parte.

L'estate e l'autunno portanto i loro frutti se si è costruito bene. Chi ha appreso a praticare judo potrà impegnarsi a trasmetterlo. La trasmissione avviene anche solo mettendosi a disposizione per praticare insieme un bel randori e un uchi-komi costruttivo. Anche uno studio di kata sarebbe opportuno.

L'inverno è il tempo in cui si tirerano le somme. Come indicano Maruyama e Saito (i protagonisti del secondo e del terzo racconto della trilogia che ho scritto) quale insegnante ci si potrà infine dire soddisfatto, se almeno un allievo avrà compreso quanto si è cercato di trasmettere impegnandosi a sua volta a ritrasmetterlo alle nuove generazioni.

 

Difficile oggi è far comprendere il senso di appartenenza ad un club: tutti vogliono tutto "à la carte" possibilmente subito.

Rispetto e condivisione sono però la base per crescere veramente nel judo.

 

 

P.S.

Nella fotografia che segue i ragazzi e le ragazze del DYK che sabato 7 giugno hanno preso parte al Kohaku shiai (combattimento bianchi e rossi), nel corso della dimostrazione di fine stagione.

L'augurio è che abbiano compreso che il proprio club è quello che li ha cresciuti  e che ha cercato di trasmettere loro i valori principali della disciplina (rispetto, educazione e condivisione) !


LE SPERANZE DEL JUDO TICINESE

 

Abbiamo iniziato una nuova rubrica destinata a dare voce alle giovani speranze del judo ticinese. Non importa se agonisti o se praticanti di palestra.

Chi non ha ancora compiuto i 18 anni è invitato ad esprimere il suo pensiero sul judo, sulle proprie esperienze e su quanto ha appreso ed apprende praticando la disciplina.

Grazie a Nicolas Morad del JB Bellinzona che ci ha trasmesso il suo contributo.

 

 

Ciao, mi chiamo Nicolas Morad e ho 13 anni.

Ho iniziato a fare judo all’età di 6 anni al Judo Budo Club Bellinzona, in quanto mi venne l’iniziativa e da sempre mi incuriosivano le arti marziali. Attualmente sono cintura mezza verde e frequento due allenamenti a settimana, allenamenti diretti da Luca Wyler, Michele Citriniti e Camilla Gambetta.

Judo per me significa umiltà e rispetto, senza tralasciare la determinazione.

La mia tecnica preferita è l’harai-goshi, ma mi piace molto anche il tai-otoshi.

Per il futuro mi piacerebbe arrivare primo in Svizzera nella mia categoria.

Il judo mi piace molto e se riesco continuerò a farlo.

 

Nicolas Morad del JB Bellinzona pratica judo da sette anni e spera di riuscire a praticare judo ancora per molti anni.

Sogna di diventare il più forte della sua categoria.


IL RACCONTO DI MARUYAMA: capitolo 10

 

Anche quel giorno Hifumi dovette sostituire il maestro al dojo di Miyazu.

Maruyama glielo aveva chiesto con voce sofferente, invitandolo tuttavia a passare dalla sua abitazione in serata per riferire e per il seguito del racconto.

Hifumi non era mai stato a casa di Maruyama.

Giunto all’indirizzo indicato individuò subito la casa in legno tradizionale che il maestro aveva acquistato ventiseienne al suo rientro a Miyazu. L’abitazione sorgeva sulla riva della laguna.[1] Dal cancello era visibile il giardino, piccolo ma ordinato, e la veranda che dava direttamente sull’acqua. Nella veranda erano posizionate due sdraio.

Maruyama lo accolse sulla soglia di casa. Hifumi entrò nell’atrio (“genkan”), si tolse le scarpe e seguì il maestro lungo il corridoio interno cercando di individuare quei segnali atti a comprendere meglio la personalità di chi vi abita. Difficile risultò tuttavia l’esercizio, visto che le pareti scorrevoli (“fusuma”) non presentavano tratti distintivi e l’arredo era tra i più sobri che avesse mai visto. Maruyama fece accomodare Hifumi nella sala principale (“shoin”). Un tavolo basso e dei cuscini erano posati al suolo. Nell’angolo sinistro del locale vi era un piccolo “tokonoma”.[2] Tre fotografie stavano sul mobiletto adiacente ed un quadro, in cui era rappresentato il monte Fuji, era appeso alla parete principale.

 

“Ti starai domandando se mio padre è rappresentato in quelle fotografie. La risposta è affermativa. La prima lo ritrae ai giochi di Berlino a fianco di Jigoro Kano. La seconda al monastero di Kumamoto in cui trascorse cinque anni della sua vita al termine della Seconda guerra mondiale. La terza fotografia raffigura invece Kumiko la sacerdotessa che prese a cuore la mia educazione. Inoltre, il dipinto che trovi alla parete è un autentico Hokusai.[3]

 

Il monte Fuji sullo sfondo di ciliegi in fiore, con un gruppo di passanti che si gode la primavera, mi ha sempre ricordato che l’esistenza è effimera e che vi è sempre un vulcano vicino a noi, pronto ad eruttare. Il dipinto è l’ultimo della collezione di famiglia che negli anni ho dovuto vendere per coprire i costi del dojo. Insegnando judo non si guadagna granché, per fortuna anche in questo sono stato aiutato da Kumiko.”

Hifumi era incuriosito dal ruolo che Kumiko aveva avuto nella vita di Maruyama. Non volendo però turbare il maestro decise di attendere che il racconto proseguisse; avrebbe formulato le domande a tempo debito se Maruyama non ne avesse più parlato.

Grazie per l’invito Maestro. Al dojo tutto bene. Il corso era ben frequentato e la voglia di apprendere non manca, anche se non si intravvedono campioni come Shinnosuke”.

“Non importa, i campioni non sono indispensabili. Chi insegna judo solo per fare crescere dei campioni dimentica troppo spesso che l’obiettivo della disciplina è un altro. Approssimandosi la fine del mio percorso posso dire con certezza che non sono caduto in questa trappola. L’orgoglio (anche dell’insegnante) è un sentimento naturale, l’intelligenza e il cuore devono però riuscire a controllarlo.”

Il racconto riprese così, con Maruyama e Hifumi inginocchiati in seiza al tavolo basso della sala principale dell’abitazione del maestro, mentre una leggera brezza aveva iniziato a soffiare sulla laguna.

 

 

8.

Nel 1933 Kano aveva effettuato un viaggio in Europa alfine di promuovere la candidatura di Tokyo per i giochi del 1940.

In Germania aveva incontrato il cancelliere Adolf Hitler al quale aveva cercato di far presente lo scopo del judo. L’esercizio era stato assolutamente inutile. Hitler aveva inserito nel “Mein Kampf[4] un riferimento al ju-jutsu, inteso tuttavia unicamente quale mezzo di combattimento. Finalità educative certo non rientravano nelle aspirazioni e negli interessi del Führer.

All’inizio degli anni Trenta a Francoforte veniva regolarmente organizzato uno stage al quale presenziavano i più noti insegnanti giapponesi in Europa. Tra questi anche Gunji Koizumi, il patron del Budokwai di Londra (la più antica scuola europea) che Kano aveva convertito al judo ed al quale aveva spiegato il senso della disciplina. Malgrado ciò l’impressione era che il judo in Germania fosse stato recepito secondo modalità differenti rispetto ai suoi insegnamenti; il ricorso alla forza era rimasto la sua caratteristica dominante.

Durante la permanenza gli venne imposto di parlare alla radio, ciò che fece esprimendosi in giapponese, per i saluti, in tedesco, per riferire le proprie impressioni su Berlino, e in inglese, nel tentativo di spiegare (ancora una volta) il principio educativo del judo.

Dopo il soggiorno tedesco Kano trascorse alcuni giorni a Londra dove visitò nuovamente il Budokwai. Con Koizumi discusse di un possibile progetto di costituzione di una federazione internazionale di judo.

Lo spirito del judo, che ha il suo ideale nella pace mondiale, può essere decisivo quale forma di collaborazione tra i popoli” ripeteva abitualmente Kano nelle discussioni. Il pensiero del Fondatore riprendeva il principio di prosperità e mutuo benessere (Jita-kyoei) fondato sulle mutue concessioni alfine di garantire collaborazione, aiuto reciproco e armonia. Jita-kyoei è un principio fondamentale del judo applicabile tuttavia, secondo il Fondatore, anche al di fuori dei tatami.

Hiroshi aveva sempre apprezzato gli sforzi di Kano e comprendeva il suo entusiasmo. In quanto giudice nutriva però forti dubbi sulla effettiva possibilità di garantire la pace ricorrendo al principio del judo. “Quando si tratta di concedere qualche cosa agli altri, anche se è per raggiungere un risultato importante, rispunta l’egoismo infido e purtroppo naturale dell’uomo” era solito dire mio padre.

Hiroshi, benché invitato, non aveva potuto accompagnare Kano in questo viaggio. Una terribile disgrazia aveva colpito la nostra famiglia. Un gruppo di terroristi era penetrato notte tempo nell’abitazione di Miyazu ed aveva barbaramente ucciso genitori e sorelle. Hiroshi, informato da Okiko, ne era rimasto sconvolto, anche perché gli autori dell’atto criminale non erano stati identificati. Era tornato a Miyazu, aveva partecipato alle esequie (alle quali era presente un numero notevolissimo di abitanti della regione) ed aveva ordinato di vendere subito la proprietà; da tempo viveva a Tokyo e ogni legame con il passato - a questo punto - era da ritenersi concluso.

Di quella cerimonia gli era rimasta impressa la figura di Okiko rigida, triste, che teneva per mano una bimbetta di pochi anni, caratterizzata da un ciuffo scuro ribelle, che singhiozzava.

Al rientro dal suo viaggio in Europa Kano gli era apparso molto preoccupato.

La situazione mondiale era particolarmente tesa, Germania e Giappone avevano appena lasciato la Società delle nazioni, l’organo voluto dal presidente americano Thomas Woodrow Wilson che avrebbe dovuto garantire la pace dopo la Prima guerra mondiale.

Inoltre, l’idea che il judo potesse tornare ad essere una forma di ju-jutsu destinato unicamente ad insegnare il combattimento lo turbava. Vedere che quanto aveva creato rischiava di prendere un'altra direzione, non appena egli avesse perso il controllo (anche se per motivi naturali), non lo lasciava per nulla tranquillo.

I tempi del cambiamento non parevano al Fondatore essere così lontani.

La morte di Yoshiaki Yamashita[5] avvenuta nel 1935 glielo aveva ricordato. Yamashita era stato uno degli “shi-tenno”,[6] aveva insegnato judo negli Stati Uniti per alcuni anni dove aveva avuto come allievo alla Casa Bianca il presidente americano Theodore Roosevelt. Per rendergli omaggio Kano, per la prima volta, ebbe ad attribuire il 10° dan. Grado che sarebbe rimasto nella storia come l’ultimo al quale ambire, seppur a titolo onorifico.

 

I giochi olimpici del 1936, organizzati a Berlino, furono l’occasione per Kano di rivedere il cancelliere tedesco di cui non aveva una grande opinione. Hiroshi, come quattro anni prima a Los Angeles, lo accompagnò.

La cerimonia inaugurale presentava quell’anno, per la prima volta, l’arrivo della fiaccola olimpica. Accesa a Olympia, in Grecia, la fiaccola era giunta allo stadio di Berlino grazie ad un numero importante di tedofori che l’avevano trasportata attraverso mezza Europa. Il braciere, accesso dalla fiaccola, sarebbe rimasto in funzione per tutti i diciotto giorni dei giochi.

I giochi del 1936 erano stati assegnati a Berlino prima dell’avvento del nazionalsocialismo. Negli Stati Uniti, ma non solo, a seguito del mutato “indirizzo politico” si era formato un movimento contrario alla partecipazione. Il presidente Franklin Delano Roosevelt risolse la questione inviando un emissario[7] incaricato di valutare la situazione. L’emissario rilasciò un rapporto positivo. In realtà, come si scoprì successivamente, atleti tedeschi di origine ebrea o rom non furono autorizzati a partecipare ai giochi.[8]

Tra le discipline ammesse, a titolo dimostrativo, ai giochi di Berlino vi era il wushu cinese. Kano aveva appena ottenuto che i giochi successivi si sarebbero svolti a Tokyo e che, in quella edizione, prevista per il 1940, judo e kendo sarebbero stati presenti a titolo dimostrativo. Personalmente riteneva il wushu una disciplina non in linea con lo spirito olimpico, chiese quindi a Hiroshi di presenziare alle competizioni e di riferire. Hiroshi si espresse negativamente. Kano si ripropose pertanto di opporsi ad una eventuale domanda di inserimento del wushu tra le future discipline olimpiche; all’interno del CIO si era infatti soliti rivedere, di edizione in edizione, quali sport ammettere.

A Hiroshi rimasero impresse le parole di Kano “un’arte marziale che si configura unicamente o principalmente in una lotta brutale non è degna di essere promossa, in quanto non porta a nessun beneficio per l’umanità”.

 

 

“Facciamo una pausa, mi gira la testa e sono stanco” disse improvvisamente Maruyama a Hifumi. Mentre il maestro chiudeva gli occhi Hifumi ebbe modo di osservare le tre fotografie. Fu colpito dalla differente postura di Hiroshi. Nella fotografia che lo ritraeva con Kano ai giochi di Berlino si vedeva un giovane uomo sui trentacinque anni, sicuro di sé con lo sguardo sorridente rivolto al futuro. Nella seconda fotografia era evidente la mutilazione subita nel corso della guerra, la postura era ingobbita e lo sguardo velato. Pensare che tra le due immagini erano trascorsi solamente sedici anni aveva dell’incredibile. Nella terza fotografia era ritratta una donna sulla cinquantina in tenuta cerimoniale: hakama rosso e tunica del kimono bianca. Lo sguardo della donna non era rivolto all’obiettivo ma alla porta torii che faceva da sfondo. La donna appariva pensierosa. Hifumi si chiese a cosa Kumiko stesse pensando in quel momento e, ancora una volta, quale ruolo avesse avuto nella vita di Hiroshi Maruyama. Pur non avendola mai incontrata, stranamente, la figura femminile aveva un che di famigliare.

 

 

“Alla conclusione dei miei studi di ju-jutsu, approdai a una mia verità: cioè che questo insegnamento poteva essere applicato a risolvere qualsiasi circostanza in ogni momento della vita … in me si fece strada la convinzione che tale beneficio psicofisico dovesse essere portato a conoscenza di tutti e non solo riservato a una ristretta cerchia di praticanti.”[9]



[1] Machiya è il termine che indica la casa tradizionale in legno giapponese. Le case in legno che sorgono sulla riva del mare sono invece chiamate funaya.

[2] Tokonoma è un’area incassata su di un lato di una stanza. Il pavimento è leggermente rialzato e l’accesso allo spazio è in genere vietato. L’area è destinate ad esporre oggetti particolari.

[3] Katsushika Sori, in arte Hokusai (1760/1848) fu un pittore molto noto. I suoi lavori più conosciuti sono le 36 vedute del Monte Fuji. Fu fonte di ispirazione per diversi impressionisti europei quali Van Gogh e Gauguin.

[4] Mein Kampf è il saggio che Adolf Hitler pubblicò nel 1925 esponendo il suo pensiero politico.

[5] Yoshiaki Yamashita (1865/1935) visse negli Stati Uniti negli anni 1903-1905, con la moglie Fude che pure praticava regolarmente judo.

[6] Il termine shi-tenno, tradotto in “celesti signori” indica i quattro allievi principali di Kano protagonisti nei primi decenni del Kodokan. Oltre a Yasmashita e Saigo: Sakujiro Yokoyama (1864/1912) e Tsunejiro Tomita (1865/1937).

[7] L’emissario fu Avery Brundage (1887/1975), il quale divenne successivamente presidente del CIO dal 1952 al 1972.

[8] Unica eccezione nota fu la fiorettista Helene Mayer (1910/1953). Meyer era figlia di padre ebreo, viveva dal 1933 negli Stati Uniti ed era stata campionessa olimpica nel 1928.

[9] Kano, Cos’è il Kodokan-judo, Judo (febbraio-aprile 1915).

 

I PROTAGONISTI DELLA STORIA: Igor Correa Luna (1919/2000)

 

Nato in Uruguay da padre direttore d’orchestra e madre francese restauratrice, si trasferì in Francia a otto anni. Studente di diritto a Parigi sarà costretto a interrompere gli studi in conseguenza alla guerra, entrerà nella resistenza vivendo in clandestinità.

Nel 1943 inizia a praticare judo, intrigato dai film hollywoodiani con protagonista Mr.Moto. Costretto per lavoro a trasferirsi per qualche anno in Belgio, non trovando insegnanti – pur essendo solamente cintura blu – inizia a tenere dei corsi.

Rientrato in Francia è stato allievo di Tokio Hirano e di Haku Michigami.

Il suo dojo fu il Judo Club du Marais a Parigi.

Nel 1954 collabora con Yves Klein alla redazione del libro “Les Fondaments du judo”, sarà uke nella presentazione del ju-no-kata.

Membro del collegio delle cinture nere francesi, nel 1974 decide di staccarsi dalla federazione non condividendo le scelte di principio. Costituisce la “Fédération France Autonome Ju-no-michi” della quale sarà il direttore tecnico dal 1974 al 2000.

Il Ju-no-michi – secondo il suo pensiero – costituisce il judo originale non contaminato delle aspettative agonistiche.

 

Pochi mesi prima della sua dipartita ha raccolto i suoi pensieri nel libro “Les origines du judo”, nel testo vengono presentati i principi fondamentali del ju-no-michi.

 

Igor Correa Luna si è opposto allo sviluppo sportivo del judo ed ha creato una sua forma chiamandola ju-no-michi (letteralmente il cammino della cedevolezza) in cui si insiste sull'aspetto educativo e formativo della pratica, rinunciando a forme sportive.


NOTIZIE IN BREVE

 

Il 31 maggio si è tenuta a Ittigen l'annuale assemblea della Federazione Svizzera di Judo. Nel corso della stessa, quale invitato d'onore, è comparso Jürg Röthlisberger campione olimpico a Mosca (1980). La FSJ gli ha attribuito il sesto dan onorifico.

Tra le decisioni adottate l'aumento, a partire dal 2026, di CHF 10.- della tassa di affiliazione alla federazione.

 

 

Fabio Ciceri ha partecipato con un gruppo di giovani al Festival internazionale del judo di Poschiavo. 

"Judo per tutti" è il nome che l'associazione che dirige si è voluta dare.

Non tutti hanno competenze per gestire ed insegnare judo a chi presenta qualche difficoltà supplementare. All'evento erano presenti judoka provenienti da sei nazioni (vedi fotogtrafiaa che segue).

Anche la RSI (Quotidiano di venerdì 30 maggio) vi ha dedicato un servizio.

 

 

A Riga, nel fine settimana del 31 maggio / 1 giugno, si sono svolti i campionati europei di kata. Tre le copie partecipanti provenienti dalla Svizzera. Tra queste la coppia formata da Greta Castellani e Chiara Ambrosini (JK Biasca) che si sono esibite nel nage-no-kata categoria U21 ottenendo un lusinghiero settimo posto.

 

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