IL RACCONTO DI MARUYAMA: capitolo 10 Anche quel giorno Hifumi dovette sostituire il maestro al dojo di Miyazu. Maruyama glielo aveva chiesto con voce sofferente, invitandolo tuttavia a passare dalla sua abitazione in serata per riferire e per il seguito del racconto. Hifumi non era mai stato a casa di Maruyama. Giunto all’indirizzo indicato individuò subito la casa in legno tradizionale che il maestro aveva acquistato ventiseienne al suo rientro a Miyazu. L’abitazione sorgeva sulla riva della laguna.[1] Dal cancello era visibile il giardino, piccolo ma ordinato, e la veranda che dava direttamente sull’acqua. Nella veranda erano posizionate due sdraio. Maruyama lo accolse sulla soglia di casa. Hifumi entrò nell’atrio (“genkan”), si tolse le scarpe e seguì il maestro lungo il corridoio interno cercando di individuare quei segnali atti a comprendere meglio la personalità di chi vi abita. Difficile risultò tuttavia l’esercizio, visto che le pareti scorrevoli (“fusuma”) non presentavano tratti distintivi e l’arredo era tra i più sobri che avesse mai visto. Maruyama fece accomodare Hifumi nella sala principale (“shoin”). Un tavolo basso e dei cuscini erano posati al suolo. Nell’angolo sinistro del locale vi era un piccolo “tokonoma”.[2] Tre fotografie stavano sul mobiletto adiacente ed un quadro, in cui era rappresentato il monte Fuji, era appeso alla parete principale. “Ti starai domandando se mio padre è rappresentato in quelle fotografie. La risposta è affermativa. La prima lo ritrae ai giochi di Berlino a fianco di Jigoro Kano. La seconda al monastero di Kumamoto in cui trascorse cinque anni della sua vita al termine della Seconda guerra mondiale. La terza fotografia raffigura invece Kumiko la sacerdotessa che prese a cuore la mia educazione. Inoltre, il dipinto che trovi alla parete è un autentico Hokusai.[3] Il monte Fuji sullo sfondo di ciliegi in fiore, con un gruppo di passanti che si gode la primavera, mi ha sempre ricordato che l’esistenza è effimera e che vi è sempre un vulcano vicino a noi, pronto ad eruttare. Il dipinto è l’ultimo della collezione di famiglia che negli anni ho dovuto vendere per coprire i costi del dojo. Insegnando judo non si guadagna granché, per fortuna anche in questo sono stato aiutato da Kumiko.” Hifumi era incuriosito dal ruolo che Kumiko aveva avuto nella vita di Maruyama. Non volendo però turbare il maestro decise di attendere che il racconto proseguisse; avrebbe formulato le domande a tempo debito se Maruyama non ne avesse più parlato. “Grazie per l’invito Maestro. Al dojo tutto bene. Il corso era ben frequentato e la voglia di apprendere non manca, anche se non si intravvedono campioni come Shinnosuke”. “Non importa, i campioni non sono indispensabili. Chi insegna judo solo per fare crescere dei campioni dimentica troppo spesso che l’obiettivo della disciplina è un altro. Approssimandosi la fine del mio percorso posso dire con certezza che non sono caduto in questa trappola. L’orgoglio (anche dell’insegnante) è un sentimento naturale, l’intelligenza e il cuore devono però riuscire a controllarlo.” Il racconto riprese così, con Maruyama e Hifumi inginocchiati in seiza al tavolo basso della sala principale dell’abitazione del maestro, mentre una leggera brezza aveva iniziato a soffiare sulla laguna. 8. Nel 1933 Kano aveva effettuato un viaggio in Europa alfine di promuovere la candidatura di Tokyo per i giochi del 1940. In Germania aveva incontrato il cancelliere Adolf Hitler al quale aveva cercato di far presente lo scopo del judo. L’esercizio era stato assolutamente inutile. Hitler aveva inserito nel “Mein Kampf”[4] un riferimento al ju-jutsu, inteso tuttavia unicamente quale mezzo di combattimento. Finalità educative certo non rientravano nelle aspirazioni e negli interessi del Führer. All’inizio degli anni Trenta a Francoforte veniva regolarmente organizzato uno stage al quale presenziavano i più noti insegnanti giapponesi in Europa. Tra questi anche Gunji Koizumi, il patron del Budokwai di Londra (la più antica scuola europea) che Kano aveva convertito al judo ed al quale aveva spiegato il senso della disciplina. Malgrado ciò l’impressione era che il judo in Germania fosse stato recepito secondo modalità differenti rispetto ai suoi insegnamenti; il ricorso alla forza era rimasto la sua caratteristica dominante. Durante la permanenza gli venne imposto di parlare alla radio, ciò che fece esprimendosi in giapponese, per i saluti, in tedesco, per riferire le proprie impressioni su Berlino, e in inglese, nel tentativo di spiegare (ancora una volta) il principio educativo del judo. Dopo il soggiorno tedesco Kano trascorse alcuni giorni a Londra dove visitò nuovamente il Budokwai. Con Koizumi discusse di un possibile progetto di costituzione di una federazione internazionale di judo. “Lo spirito del judo, che ha il suo ideale nella pace mondiale, può essere decisivo quale forma di collaborazione tra i popoli” ripeteva abitualmente Kano nelle discussioni. Il pensiero del Fondatore riprendeva il principio di prosperità e mutuo benessere (Jita-kyoei) fondato sulle mutue concessioni alfine di garantire collaborazione, aiuto reciproco e armonia. Jita-kyoei è un principio fondamentale del judo applicabile tuttavia, secondo il Fondatore, anche al di fuori dei tatami. Hiroshi aveva sempre apprezzato gli sforzi di Kano e comprendeva il suo entusiasmo. In quanto giudice nutriva però forti dubbi sulla effettiva possibilità di garantire la pace ricorrendo al principio del judo. “Quando si tratta di concedere qualche cosa agli altri, anche se è per raggiungere un risultato importante, rispunta l’egoismo infido e purtroppo naturale dell’uomo” era solito dire mio padre. Hiroshi, benché invitato, non aveva potuto accompagnare Kano in questo viaggio. Una terribile disgrazia aveva colpito la nostra famiglia. Un gruppo di terroristi era penetrato notte tempo nell’abitazione di Miyazu ed aveva barbaramente ucciso genitori e sorelle. Hiroshi, informato da Okiko, ne era rimasto sconvolto, anche perché gli autori dell’atto criminale non erano stati identificati. Era tornato a Miyazu, aveva partecipato alle esequie (alle quali era presente un numero notevolissimo di abitanti della regione) ed aveva ordinato di vendere subito la proprietà; da tempo viveva a Tokyo e ogni legame con il passato - a questo punto - era da ritenersi concluso. Di quella cerimonia gli era rimasta impressa la figura di Okiko rigida, triste, che teneva per mano una bimbetta di pochi anni, caratterizzata da un ciuffo scuro ribelle, che singhiozzava. Al rientro dal suo viaggio in Europa Kano gli era apparso molto preoccupato. La situazione mondiale era particolarmente tesa, Germania e Giappone avevano appena lasciato la Società delle nazioni, l’organo voluto dal presidente americano Thomas Woodrow Wilson che avrebbe dovuto garantire la pace dopo la Prima guerra mondiale. Inoltre, l’idea che il judo potesse tornare ad essere una forma di ju-jutsu destinato unicamente ad insegnare il combattimento lo turbava. Vedere che quanto aveva creato rischiava di prendere un'altra direzione, non appena egli avesse perso il controllo (anche se per motivi naturali), non lo lasciava per nulla tranquillo. I tempi del cambiamento non parevano al Fondatore essere così lontani. La morte di Yoshiaki Yamashita[5] avvenuta nel 1935 glielo aveva ricordato. Yamashita era stato uno degli “shi-tenno”,[6] aveva insegnato judo negli Stati Uniti per alcuni anni dove aveva avuto come allievo alla Casa Bianca il presidente americano Theodore Roosevelt. Per rendergli omaggio Kano, per la prima volta, ebbe ad attribuire il 10° dan. Grado che sarebbe rimasto nella storia come l’ultimo al quale ambire, seppur a titolo onorifico. I giochi olimpici del 1936, organizzati a Berlino, furono l’occasione per Kano di rivedere il cancelliere tedesco di cui non aveva una grande opinione. Hiroshi, come quattro anni prima a Los Angeles, lo accompagnò. La cerimonia inaugurale presentava quell’anno, per la prima volta, l’arrivo della fiaccola olimpica. Accesa a Olympia, in Grecia, la fiaccola era giunta allo stadio di Berlino grazie ad un numero importante di tedofori che l’avevano trasportata attraverso mezza Europa. Il braciere, accesso dalla fiaccola, sarebbe rimasto in funzione per tutti i diciotto giorni dei giochi. I giochi del 1936 erano stati assegnati a Berlino prima dell’avvento del nazionalsocialismo. Negli Stati Uniti, ma non solo, a seguito del mutato “indirizzo politico” si era formato un movimento contrario alla partecipazione. Il presidente Franklin Delano Roosevelt risolse la questione inviando un emissario[7] incaricato di valutare la situazione. L’emissario rilasciò un rapporto positivo. In realtà, come si scoprì successivamente, atleti tedeschi di origine ebrea o rom non furono autorizzati a partecipare ai giochi.[8] Tra le discipline ammesse, a titolo dimostrativo, ai giochi di Berlino vi era il wushu cinese. Kano aveva appena ottenuto che i giochi successivi si sarebbero svolti a Tokyo e che, in quella edizione, prevista per il 1940, judo e kendo sarebbero stati presenti a titolo dimostrativo. Personalmente riteneva il wushu una disciplina non in linea con lo spirito olimpico, chiese quindi a Hiroshi di presenziare alle competizioni e di riferire. Hiroshi si espresse negativamente. Kano si ripropose pertanto di opporsi ad una eventuale domanda di inserimento del wushu tra le future discipline olimpiche; all’interno del CIO si era infatti soliti rivedere, di edizione in edizione, quali sport ammettere. A Hiroshi rimasero impresse le parole di Kano “un’arte marziale che si configura unicamente o principalmente in una lotta brutale non è degna di essere promossa, in quanto non porta a nessun beneficio per l’umanità”. “Facciamo una pausa, mi gira la testa e sono stanco” disse improvvisamente Maruyama a Hifumi. Mentre il maestro chiudeva gli occhi Hifumi ebbe modo di osservare le tre fotografie. Fu colpito dalla differente postura di Hiroshi. Nella fotografia che lo ritraeva con Kano ai giochi di Berlino si vedeva un giovane uomo sui trentacinque anni, sicuro di sé con lo sguardo sorridente rivolto al futuro. Nella seconda fotografia era evidente la mutilazione subita nel corso della guerra, la postura era ingobbita e lo sguardo velato. Pensare che tra le due immagini erano trascorsi solamente sedici anni aveva dell’incredibile. Nella terza fotografia era ritratta una donna sulla cinquantina in tenuta cerimoniale: hakama rosso e tunica del kimono bianca. Lo sguardo della donna non era rivolto all’obiettivo ma alla porta torii che faceva da sfondo. La donna appariva pensierosa. Hifumi si chiese a cosa Kumiko stesse pensando in quel momento e, ancora una volta, quale ruolo avesse avuto nella vita di Hiroshi Maruyama. Pur non avendola mai incontrata, stranamente, la figura femminile aveva un che di famigliare. “Alla conclusione dei miei studi di ju-jutsu, approdai a una mia verità: cioè che questo insegnamento poteva essere applicato a risolvere qualsiasi circostanza in ogni momento della vita … in me si fece strada la convinzione che tale beneficio psicofisico dovesse essere portato a conoscenza di tutti e non solo riservato a una ristretta cerchia di praticanti.”[9]
[1] Machiya è il termine che indica la casa tradizionale in legno giapponese. Le case in legno che sorgono sulla riva del mare sono invece chiamate funaya. [2] Tokonoma è un’area incassata su di un lato di una stanza. Il pavimento è leggermente rialzato e l’accesso allo spazio è in genere vietato. L’area è destinate ad esporre oggetti particolari. [3] Katsushika Sori, in arte Hokusai (1760/1848) fu un pittore molto noto. I suoi lavori più conosciuti sono le 36 vedute del Monte Fuji. Fu fonte di ispirazione per diversi impressionisti europei quali Van Gogh e Gauguin. [4] Mein Kampf è il saggio che Adolf Hitler pubblicò nel 1925 esponendo il suo pensiero politico. [5] Yoshiaki Yamashita (1865/1935) visse negli Stati Uniti negli anni 1903-1905, con la moglie Fude che pure praticava regolarmente judo. [6] Il termine shi-tenno, tradotto in “celesti signori” indica i quattro allievi principali di Kano protagonisti nei primi decenni del Kodokan. Oltre a Yasmashita e Saigo: Sakujiro Yokoyama (1864/1912) e Tsunejiro Tomita (1865/1937). [7] L’emissario fu Avery Brundage (1887/1975), il quale divenne successivamente presidente del CIO dal 1952 al 1972. [8] Unica eccezione nota fu la fiorettista Helene Mayer (1910/1953). Meyer era figlia di padre ebreo, viveva dal 1933 negli Stati Uniti ed era stata campionessa olimpica nel 1928. [9] Kano, Cos’è il Kodokan-judo, Judo (febbraio-aprile 1915). |