IL RACCONTO DI MARUYAMA: capitolo 8 Al momento di salutarsi Saito e Maruyama erano ben coscienti che non si sarebbero più rivisti in questa vita. Un inchino rispettoso fu il gesto finale che Saito rese a Maruyama. Erano stati avversari, istruttori di judo ma soprattutto educatori veri. In ambiti diversi avevano promosso gli ideali della disciplina. Avevano contribuito alla crescita di molti giovani, tra questi Shinnosuke un campione rispettoso, divenuto a sua volta insegnante a Kumamoto, al quale avevano trasmesso la voglia di approfondire e la conoscenza dei valori del judo. Maruyama era felice. L’incontro con Saito l’aveva rinfrancato. Il ritrovarsi era stato come chiudere piacevolmente, in perfetta armonia, un capitolo della propria esistenza. Le ultime parole di Maruyama all’avversario di un tempo furono: “il mio inverno è in corso. Quando ti verrà comunicata la fine non dispiacerti. La mia vita è stata intensa. Ho scelto consapevolmente il mio cammino. Avrei piacere che mi dedicassi un ultimo brindisi: Wakare no kampai!”[1] Chiamato Hifumi riprese la dettatura del racconto. 6. Mio padre si laureò con il massimo dei voti alla Waseda University, una delle prime università giapponesi con sede a Tokyo. L’università aveva adottato nel 1913, in occasione del suo trentennale, la propria linea direttiva riconoscendo l’importanza assoluta di una formazione indipendente, di applicazione pratica, volta alla creazione di buoni cittadini. Negli anni di studio Hiroshi aveva continuato a praticare judo al Kodokan. La pratica del randori costituiva per lui un momento importante di scarico. Le tensioni accumulate, la stanchezza e le difficoltà sparivano magicamente dopo un allenamento intenso che si concludeva con una buona ora di randori. Proiettava e veniva proiettato. Con il tempo aveva dovuto ammettere di non essere il miglior judoka del mondo e di non poterlo diventare. Aveva anche iniziato ad apprezzare il controllo nelle proiezioni e a sentire che le indicazioni di Kano avevano un senso. Aveva partecipato a diverse edizioni del Kohaku-shiai, la competizione a squadre che opponeva judoka dell’est a judoka dell’ovest, la prima forma agonistica che Jigoro Kano aveva promosso caratterizzata dal fatto che chi vinceva il proprio incontro proseguiva affrontando subito un altro avversario della squadra avversa e così di seguito, sino a che veniva sconfitto oppure pareggiava.[2] Hiroshi aveva sempre combattuto al massimo delle proprie possibilità, non era però mai andato oltre il terzo incontro. In fondo non era un cattivo risultato per chi non era destinato a vivere di solo judo. Aveva frequentato anche assiduamente i corsi di kata tenuti da Kyuzo Mifune. Tra quelli appresi il suo preferito era il kime-no-kata dove energia e precisione si fondevano e dove l’applicazione pratica delle tecniche di judo era evidente. Con Kano aveva contatti regolari. Il fatto che si fosse laureato in diritto, destinato - dopo il praticantato - ad assumere un ruolo nella magistratura, aveva incuriosito il Fondatore che aveva mantenuto un atteggiamento cortese e di interesse nei suoi confronti. Il 9 novembre 1926 Hiroshi presenziò all’inaugurazione ufficiale della sezione femminile del Kodokan. In quella occasione conobbe Sumako, la moglie di Jigoro manifestamente orgogliosa della figlia Noriko che sui tatami era concentrata ad esprimere il meglio di sé, protagonista della dimostrazione di ju-no-kata. Il ju-no-kata era la forma originale creata dal Fondatore che racchiudeva in sé l’essenza del judo. In tutte e quindici le tecniche era ben espresso il principio dell’adattabilità (“ju”). Tori, assecondando il movimento di attacco di uke, arrivava senza sforzo ad applicare una tecnica di controllo. Noriko e la sua compagna riuscirono a rappresentare al meglio il kata riscuotendo apprezzamenti sinceri dal pubblico e dagli alti in grado della scuola. Solo Jigoro non ebbe ad esprimersi; con i figli era solito assumere un atteggiamento sobrio. Gli anni Venti del XX secolo furono caratterizzati da una forte divisione sociale. Il Giappone pur essendo divenuto una potenza mondiale con un posto permanente nella Società delle nazioni, si trovava in una fase di grande instabilità. Il suffragio era riservato a chi superava una soglia di reddito significativa e un’apertura era considerata, da chi deteneva il potere, un rischio inaccettabile di svolta a sinistra. Nel 1925 era addirittura stata adottata la “legge per la preservazione della pace” che proibiva ogni cambiamento nella struttura politica del paese interdicendo anche l’abolizione della proprietà privata. Elementi ultranazionalisti facenti parte di associazioni segrete come i “Black Dragons”, nelle quali originariamente erano confluiti anche samurai disillusi, si opponevano ad ogni apertura non disdegnando il ricorso alla forza e ad atti terroristici. In quegli anni Hiroshi aveva concluso con successo il praticantato ed era stato nominato giudice supplente alla corte sommaria[3] di Chiyoda.[4] Un giorno venne convocato da Kano. Il Fondatore del judo appariva stanco e preoccupato. Kano gli disse che il figlio minore Riho[5] era stato arrestato per sospetta adesione alla causa comunista. Il partito comunista, costituito nel 1922 da Kiyoshi Takase ed altri simpatizzanti, era stato subito bandito; l’appartenenza al partito veniva sanzionata con la prigione. Kano chiese a Hiroshi di aiutarlo ad ottenere la liberazione di Riho. L’episodio aveva creato parecchio subbuglio. Kano, che si trovava all’estero al momento dell’arresto, aveva dovuto interrompere improvvisamente il viaggio e rientrare in fretta e furia a Tokyo. Anche internamente al Kodokan vi era chi, considerato lo scandalo, chiedeva le dimissioni di Kano dalla presidenza.[6] Hiroshi aiutò Kano ad ottenere il rilascio di Riho consigliando le strategie necessarie. Appena liberato, Riho partì per l’estero e, negli anni a seguire, non fece più ritorno in Giappone. Anche il tentativo di ribellione promosso al Kodokan venne sedato, il Fondatore poteva ancora contare su un numero sufficiente di fedelissimi. L’episodio creò un legame speciale tra Kano e Hiroshi. Fu così che Hiroshi venne invitato a partecipare agli ultimi viaggi di Kano all’estero. “Grazie Hifumi, oggi ci fermiamo qui. Hai notizie recenti di Shinnosuke?” “Mi ha scritto lamentandosi delle difficoltà di sottostare alle direttive del responsabile dell’insegnamento del judo della scuola media, un certo Miura. Lo conosce Maestro?” rispose Hifumi. “Certo. Miura si è formato a Kyoto. Da giovane era un ottimo judoka, aveva sogni e ideali. Con il tempo però si è perso, mantenere l’entusiasmo e la convinzione di poter essere veramente utili alle nuove generazioni non è scontato. Le disillusioni che la vita ti porta ad affrontare ti condizionano. Bisogna riuscire a superarle comunque. L’accento va posto sulla missione da compiere e non sui risultati che si ottengono. Temo che Miura non ci sia riuscito e si sia rassegnato. Peccato.” “I discepoli che raggiungono il massimo vigore … dovranno principalmente mirare al perfezionamento di sé stessi tenendo sempre in considerazione il proposito di servire la società … lo scopo finale è di conquistare la felicità, ovvero rendersi utili in qualche modo per il bene sociale.”[7]
[1] Wakare no kampai letteralmente “brindisi dell’addio”. [2] La competizione denominate Kohaku-shiai veniva combattuta con cadenza semestrale al Kodokan. [3] Kan'i-saiban-sho la corte sommaria si occupa della giustizia spicciola civile e penale. Prima della Seconda Guerra mondiale la magistratura era spesso condizionata dal potere esecutivo. [4]A Chiyoda si trova il quartiere denominato Kasumigaseki (letteralmente “cancello di nebbia”) in cui è concentrato il centro amministrativo della capitale. [5] Riho Kano (1910/1945) era il figlio più giovane di Kano. L’ottavo figlio, il terzo maschio. [6] Il riferimento è a Kunisaburo Iizuka (1875/1958), uno dei quindici 10° dan del Kodokan, che fu anche un agente della Black Dragon Society. [7] Kano, Il dovere dei discepoli, Yuko-no-katsudo (settembre 1919) |