Saito giunse a Miyazu, dopo che Hifumi gli confermò l’invito.
Saito e Maruyama erano stati avversari. Il primo, dopo avere combattuto nella nazionale giapponese, era divenuto allenatore e responsabile degli juniores. Il secondo, dopo avere partecipato per qualche tempo alla selezione nazionale, aveva preferito la via dell’insegnamento in un dojo di periferia.
Si conoscevano bene e si rispettavano a vicenda.
Era stato Saito a chiedere a Maruyama di invitare Shinnosuke al centro nazionale, dopo averlo visto combattere al torneo a squadre giovanile di Kyoto, ed averne apprezzato l’esecuzione tecnica e la bellezza del gesto. Negli anni aveva riferito costantemente a Maruyama dei successi e delle delusioni del giovane. Entrambi avevano svolto un ruolo fondamentale nella sua formazione.
Osservando Takero Maruyama dopo diversi anni, Saito rimase colpito dal colorito giallognolo del viso e dal rallentamento dei movimenti. Nessuno, vedendoli ora, avrebbe detto che erano coetanei. Non era difficile concludere che per Maruyama l’inverno era iniziato presto e non sarebbe durato a lungo.
Come promesso Saito tenne una lezione al dojo di Miyazu spiegando utsuri-goshi una tecnica praticata principalmente nei paesi dell’est, caratterizzata dal sollevamento di uke e dalla proiezione d’anca conseguente. “Perché hai scelto di spiegare utsuri-goshi?” chiese Maruyama a Saito al termine della lezione. “Perché sono certo che le tecniche tradizionali sai spiegarle meglio di me. Non so invece se alcune tecniche poco praticate qui in Giappone, ma molto praticate all’estero, rientrano nelle tue corde”.
Maruyama apprezzò il ragionamento riconoscendo tra sé che, in effetti, alcune tecniche non gli erano particolarmente care per cui le spiegava raramente.
Gli allievi del dojo di Miyazu avevano per altro gradito il corso e ringraziato sentitamente Saito.
Al momento della cena, ritrovandosi soli - con Hifumi a fungere da assistente - Maruyama ne approfittò per riprendere il racconto della vita di suo padre. Anche Saito non sapeva che Hiroshi aveva vissuto alla Kano Juku ed era interessato a conoscere parte della storia.
4.
Durante la sua permanenza alla Kano Juku, mio padre ebbe modo di comprendere la grande differenza che esisteva tra le antiche scuole di ju-jutsu e la scuola di Kano.
Nei primi anni del Kodokan i maestri delle antiche scuole erano invidiosi e mal celavano la scarsa considerazione in cui tenevano “il professore” (titolo attribuito in senso spregiativo).
Con il tempo il judo però aveva preso a diffondersi un po’ ovunque, grazie alla bravura degli allievi del Kodokan, e il professor Kano, forte del proprio ruolo all’interno del Ministero della cultura, era inattaccabile.
A metà del secondo decennio del XX secolo, anche alla Dai Nippon Butokukai, il termine judo aveva iniziato a soppiantare quello di ju-jutsu.
Dal punto di vista tecnico Hiroshi aveva compreso la superiorità del judo. Non condivideva però totalmente i principi che Kano intendeva promuovere con la disciplina. Per Hiroshi il judo era e doveva rimanere un metodo di apprendimento di tecniche di combattimento. All’epoca la filosofia era estranea alla sua natura. Si limitava quindi a prendere nota degli insegnamenti di Kano convinto che, quello che realmente importava, era essere sempre il primo della classe ed avere una posizione di dominio sugli altri. Per questo si allenava senza tregua e studiava intensamente. Pur essendo spesso il migliore, non era pronto a condividere quanto appreso.
Un giorno Kano ebbe a visitare il dojo.
Osservando il randori[1] si rese conto che Hiroshi aveva progredito parecchio, proiettava infatti tutti i compagni. Malgrado gli sforzi, tuttavia, utilizzava ancora in modo eccessivo la forza e per di più non applicava nessun controllo nelle proiezioni per cui non era raro che il compagno si rialzasse acciaccato o peggio.
Avvenne così che Kano interruppe l’esercizio chiedendo a Hiroshi di rimanere al centro dei tatami mentre gli altri allievi venivano congedati. Senza spiegazioni iniziò quindi a praticare egli stesso randori con Hiroshi proiettandolo a destra e a sinistra senza controllo. Dopo diversi minuti di “randori speciale” Kano interruppe l’esercizio. Hiroshi lo guardava stranito senza comprendere.
“Il miglior impiego dell’energia vuole che si applichi quanto necessario per la proiezione e che ci si ritrovi al termine del randori in salute, non che si distrugga il compagno. Il tuo modo di praticare va rivisto. È antico e superato. Questa sera rifletti al riguardo, domani pomeriggio tornerò a vedere come praticherai randori. Spero che mi dimostrerai di avere compreso. Tori e uke sono complementari e anche nel randori, va espresso il reciproco rispetto”.
“Vedi Saito” disse Maruyama interrompendo il racconto “quando partecipavo agli allenamenti della nazionale mi sembrava che gli insegnamenti di Kano fossero stati dimenticati. Importava solo proiettare e non farsi proiettare, dimostrando di essere il più forte. Ecco perché sono diventato insegnante, per non tradire il pensiero del Fondatore”.
Saito rimase colpito. Negli anni aveva studiato il pensiero di Kano e lo aveva fatto proprio; doveva però ammettere che all’epoca delle competizioni nazionali a cui aveva preso parte non era così. Il judo sportivo, benché importante per la formazione del singolo judoka, non costituiva certamente la perfetta messa in esecuzione dei principi del Fondatore.
“Il judo ci insegna a vincere con dolcezza, ammonendo quindi il dispendio di energia inutile e infruttuoso e approvando men che mai un’azione avventata, invitando invece a impiegare un minimo di energia con ragionevolezza e razionalità per controllare l’avversario, nonché raggiungere lo scopo.”[2]
[1] Il randori è l’esercizio libero in cui entrambi i contendenti cercano di proiettarsi a vicenda. Nel randori è buona cosa cadere, quando si viene proiettati, e controllare la proiezione del compagno quando si proietta. Non dovrebbe essere una forma di shiai (combattimento). Essenziale inoltre è che, quando l’avversario è inferiore (fisicamente o tecnicamente), ci si adegui evitando di farlo sentire incapace.
[2] Kano, L’allenamento come elemento di successo e di gratificazione nella vita, Judo (marzo 1915).