Nr.90 / 15 aprile 2025

TICINO DOJO JOHO

Notizie e approfondimenti sul JUDO, a cura dell’ATJB


 

Questo numero contiene il commento finale dei Campionati Ticinesi Individuali 2025, un pensiero sulla "costruzione di un judoka" ed un riassunto delle lezioni di Yoshiyuki Hirano agli U15 ticinesi di sabato 12 aprile.

Non mancano poi il sesto capitolo de "Il Racconto di Maruyama",  le rubriche Le speranze del judo ticinese e I protagonisti della storia.


Indice di TDJ nr.90:

  1. I campionati ticinesi: commento finale - Marco Frigerio
  2. La "costruzione di un judoka" - Marco Frigerio
  3. L'allenamento degli U15 a Chiasso - Marco Frigerio
  4. Le speranze del judo ticinese: Tawan Garobbio
  5. Il Racconto di Maruyama - Marco Frigerio
  6. I protagonisti della storia - Marco Frigerio
  7. Notizie in breve - Marco Frigerio

 


I CAMPIONATI TICINESI: COMMENTO FINALE

Il 30 marzo a Chiasso si sono combattuti i campionati ticinesi individuali 2025.

Le tredici associazioni affiliate all'ATJB erano presenti.

Questi i numeri per società:

 

37 DYK Chiasso (16 titoli)

24 JB Bellinzona (6 titoli)

19 Judo per tutti Vezia-Pregassona (3 titoli)

11 JC Ceresio Caslano (2 titoli)

11 JK Muralto (2 titoli)

10 JK Biasca (4 titoli)

9 DYK Paradiso (2 titoli)

9 Judo Fitness Club Roré (1 titolo)

8 JC Cadro

8 Judo Waza Capriasca (1 titolo)

5 JBC Lugano

5 BVC Vedeggio-Manno (2 titoli)

4 Dojo AM Mendrisiotto

 

Le statistiche indicano come gli iscritti di tre associazioni sono risultati pari alla metà degli iscritti complessivi e come i titoli vinti da DYK Chiasso e JB Bellizona sono stati superiori alla metà di quelli attribuiti.

 

Ricordo i miei primi campionati ticinesi combattuti a Giornico nel 1976.

La competizione si svolgeva sull'arco di due giorni e il numero di chi combatteva era decisamente superiore a quello attuale.

Pur riscontrando un sensibile progresso, rispetto alla prima edizione dei campionati post-pandemia combattuti a Chiasso nel 2023, è opportuno che le singole associazioni trovino il modo di aumentare il numero dei propri combattenti.

Il judo non è solo uno sport ma, il mettersi alla prova sui tatami, è un passaggio obbligato per chi realmente vuole comprendere e fare propria la disciplina.

 

Peccato che la proposta di prevedere delle categorie fino a cintura verde non abbia trovato un seguito. Chi si è annunciato (un giovane cintura arancione e una ragazza cintura verde) ha combattuto con le cinture superiori.

Certo, esperienza è stata effettuata, tuttavia, tra chi pratica judo da pochi anni e chi lo pratica da quanto era ragazzino a livello agonistico vi è un divario importante, difficilmente colmabile.

 

 

Nella foto che segue un gruppo di judoka del DYK Chiasso tra questi 12 campioni ticinesi.


LA "COSTRUZIONE DI UN JUDOKA"

Oggi chi inizia a praticare judo è, in genere, un bimbo o una bimba in età pre-scolastica o ai primi anni della scuola elementare.

Una età in cui chi insegna ha un compito importantissimo: gettare le basi per la corretta "costruzione" del judoka. Cadute, posizioni, spostamenti, equilibri, controllo di sè sono i principali elementi che vengono proposti e sviluppati già nelle lezioni di introduzione al judo.

Chi insegna deve essere parecchio attento e saper conquistare i praticanti.

Non serve "giocare alla palla" durante la lezione. Jigoro Kano ha lasciato scritto che movimenti che non hanno alcuna utilità, non vanno necessariamente esercitati. Utili sono invece esercizi di judo in forma ludica.

 

Crescendo e arrivando all'età di fine scuola elementare, chi è rimasto (il ricambio è notevole) deve poter iniziare a confrontarsi con i propri limiti superando le proprie (naturali) paure.

Ben vengano quindi le gare educative, siano esse a livello sociale o a livello superiore.

Il mettersi alla prova innanzi ad un pubblico (sia pure di parenti) è un esercizio non scontato.

Starà all'insegnate far capire che vittoria e sconfitta non sono importanti a quel età e che, quello che importa, è il rendersi disponibili per affrontare la prova e l'atteggiamento che si andrà ad assumere preso atto del risultato.

 

Nei primi anni della scuola media chi si è formato adedguatamente incomincerà a prendere parte a competizioni ufficiali. In Ticino tre sono i tornei che si propongo annualmente. È però possibile andare oltre Gottardo o in Lombardia effettuando qualche esperienza in più.

Ci si dovrà confrontare con combattenti di altri dojo, sognando il podio e la medaglia.

Chi insegna dovrà saper valorizzare il gruppo (e non solamente il singolo) conscio del fatto che il judo non viene appreso da tutti con lo stesso ritmo. "Conigli o tartarughe?" Un maestro giapponese diceva che ognuno ha il suo tempo di crescita e non è detto che il più rapido risulti, alla fine, il migliore.

Naturalmente negli anni le tecniche andranno perfezionate e non solamente nella loro esecuzione (tori), imparare ad essere un buon uke è essenziale.

Costruire attorno al proprio tokui-waza, combinazioni e contraccolpi, è importantissimo.

 

Superati i quindici anni (con la fine della scuola dell'obbligo) viene il momento di accelerare.

A questo punto si pone il problema di quali obiettivi ci si prefigge. Gli impegni scolastici non sono più da sottovalutare e chi vuole dedicarsi alla competizione deve mettere in conto di doversi impegnare su più fronti.

Chi ha sogni di gloria tenderà a seguire la strada indicata dai preparatori nazionali.

Non necessariamente, tuttavia, al di fuori della propria scuola vi sono insegnanti migliori e, quelli di alto livello, troppo spesso hanno perso di vista il vero senso del judo.

È però inutile tentare di far capire ad adolescenti "partiti in quarta" che vi sono proposte di attività che hanno un senso ed altre che non lo hanno per nulla.

La crescita futura dipenderà dalla fortuna di trovare (anche in questa fase) un insegnante attento che non porrà quale obiettivo unicamente la vittoria di questo o quel torneo.

 

La "costruzione di un judoka" è un esercizio complesso che dura una vita.

Chi ha avuto un insegnante valido nei primi anni, tenendo presente i valori della disciplina che pure regolarmente gli sono stati trasmessi, potrà crescere realmente anche in autonomia.

In ogni caso non importa se vincerà un torneo internazionale o meno.

Il modo di praticare judo, durante l'uchikomi ed il randori, renderà comunque evidente il suo valore.


L'ALLENAMENTO DEGLI U15 A CHIASSO

 

Sabato 12 aprile gli U15 ticinesi si sono allenati al dojo del DYK Chiasso, all'ombra del ciliegio del 50esimo splendidamente in fiore.

In programma un primo allenamento aperto a tutti, a partire dai 10 anni (09.30/11.30) e una seconda lezione mirata per gli agonisti U13 e U15 (13.00/14.30).

Per tutti coloro che prendevano parte ad entrambi i corsi è stato organizzato nella pausa un piatto di pasta, gentilmente offerto dalla società che ha ospitato il gruppo.

 

I due allenamenti sono stati diretti da Yoshiyuki Hirano (Yoshi), da quest'anno responsabile tecnico degli U15 ticinesi. Sui tatami erano presenti diversi allenatori di club oltre che i coordinatori del progetto Fabio Ciceri e Nice Cereda.

Al mattino si sono allenati 46 ragazzi, al pomeriggio 34.

La lezione del mattino ha posto l'accento sulla postura e sugli spostamenti necessari ad una corretta esecuzione della tecnica: piede d'appoggio a distanza, movimento rotatorio con squilibrio, posizionamento per l'esecuzione.

Anche il ruolo di uke è stato analizzato e corretto.

Esercizi di uchi-komi sono stati proposti per migliorare e automatizzare l'attacco.

Per finire, sfruttando le due sale di pratica del dojo di Chiasso, si è potuto praticare una mezzora di randori.

La lezione del pomeriggio ha posto l'accento sulle prese.

Tsurite, se effettuata tra il polso e il gomito, deve andare a stringere il judogi di uke alfine di disporre di una buona situazione di partenza. Hikite deve salire verso la spalla ed è la presa che determina gli squilibri di uke.

Ripetizioni ed interessanti esercizi sono stati proposti.

30 minuti di condizione hanno poi concluso il corso.

 

Un bel corso apprezzato da tutti i partecipanti.

Prossimo appuntamento per gli U15 ticinesi al dojo del JK Biasca sabato 17 maggio.

 


LE SPERANZE DEL JUDO TICINESE

 

Abbiamo iniziato una nuova rubrica destinata a dare voce alle giovani speranze del judo ticinese. Non importa se agonisti o se praticanti di palestra.

Chi non ha ancora compiuto i 18 anni è invitato ad esprimere il suo pensiero sul judo, sulle proprie esperienze e su quanto ha appreso ed apprende praticando la disciplina.

Un grazie a Tawan Garobbio (2012,) del JK Biasca per il suo contributo.

 

Ciao, mi chiamo Tawan Garobbio e ho dodici anni.

Pratico il judo perché mi piace come sport. Ho iniziato a praticare quest’ arte marziale dopo che avevo smesso di giocare a hockey. A quel tempo andavo spesso a fare merenda dai miei nonni e un giorno mio nonno mi disse: «Ora che hai smesso di giocare a hockey, perché non cominci a fare un altro sport? Sai, quando ero piccolo, avevo cominciato a fare judo, ma poi non ho potuto continuare perché i miei genitori non avevano abbastanza soldi per prendermi il kimono». Così pensai: «posso provarci, magari mi piacerà!» Chiesi ai miei genitori e alcuni giorni dopo mi ritrovai presso il Judo Kwai Biasca a svolgere delle lezioni di prova.

Adesso mi ritrovo con la cintura mezz’arancione a fare degli allenamenti due volte alla settimana. Lo pratico con molto piacere e lo faccio anche per il mio nonno (che non c’è più) e che mi ha spinto a cominciare. Le scuole medie sono impegnative, un’attimo prima ti trovi in aula a fare matematica e un secondo dopo a casa a studiare ma quando sono al dojo è come se il tempo si ferma e io mi sento bene.

Adoro questo sport e voglio continuare a farlo anche in futuro.


IL RACCONTO DI MARUYAMA: capitolo 6

 

Saito giunse a Miyazu, dopo che Hifumi gli confermò l’invito.

Saito e Maruyama erano stati avversari. Il primo, dopo avere combattuto nella nazionale giapponese, era divenuto allenatore e responsabile degli juniores. Il secondo, dopo avere partecipato per qualche tempo alla selezione nazionale, aveva preferito la via dell’insegnamento in un dojo di periferia.

Si conoscevano bene e si rispettavano a vicenda.

Era stato Saito a chiedere a Maruyama di invitare Shinnosuke al centro nazionale, dopo averlo visto combattere al torneo a squadre giovanile di Kyoto, ed averne apprezzato l’esecuzione tecnica e la bellezza del gesto. Negli anni aveva riferito costantemente a Maruyama dei successi e delle delusioni del giovane. Entrambi avevano svolto un ruolo fondamentale nella sua formazione.

Osservando Takero Maruyama dopo diversi anni, Saito rimase colpito dal colorito giallognolo del viso e dal rallentamento dei movimenti. Nessuno, vedendoli ora, avrebbe detto che erano coetanei. Non era difficile concludere che per Maruyama l’inverno era iniziato presto e non sarebbe durato a lungo.

Come promesso Saito tenne una lezione al dojo di Miyazu spiegando utsuri-goshi una tecnica praticata principalmente nei paesi dell’est, caratterizzata dal sollevamento di uke e dalla proiezione d’anca conseguente. “Perché hai scelto di spiegare utsuri-goshi?” chiese Maruyama a Saito al termine della lezione. “Perché sono certo che le tecniche tradizionali sai spiegarle meglio di me. Non so invece se alcune tecniche poco praticate qui in Giappone, ma molto praticate all’estero, rientrano nelle tue corde”.

Maruyama apprezzò il ragionamento riconoscendo tra sé che, in effetti, alcune tecniche non gli erano particolarmente care per cui le spiegava raramente.

Gli allievi del dojo di Miyazu avevano per altro gradito il corso e ringraziato sentitamente Saito.

Al momento della cena, ritrovandosi soli - con Hifumi a fungere da assistente - Maruyama ne approfittò per riprendere il racconto della vita di suo padre. Anche Saito non sapeva che Hiroshi aveva vissuto alla Kano Juku ed era interessato a conoscere parte della storia.

 

4.

Durante la sua permanenza alla Kano Juku, mio padre ebbe modo di comprendere la grande differenza che esisteva tra le antiche scuole di ju-jutsu e la scuola di Kano.

Nei primi anni del Kodokan i maestri delle antiche scuole erano invidiosi e mal celavano la scarsa considerazione in cui tenevano “il professore” (titolo attribuito in senso spregiativo).

Con il tempo il judo però aveva preso a diffondersi un po’ ovunque, grazie alla bravura degli allievi del Kodokan, e il professor Kano, forte del proprio ruolo all’interno del Ministero della cultura, era inattaccabile.

A metà del secondo decennio del XX secolo, anche alla Dai Nippon Butokukai, il termine judo aveva iniziato a soppiantare quello di ju-jutsu.

Dal punto di vista tecnico Hiroshi aveva compreso la superiorità del judo. Non condivideva però totalmente i principi che Kano intendeva promuovere con la disciplina. Per Hiroshi il judo era e doveva rimanere un metodo di apprendimento di tecniche di combattimento. All’epoca la filosofia era estranea alla sua natura. Si limitava quindi a prendere nota degli insegnamenti di Kano convinto che, quello che realmente importava, era essere sempre il primo della classe ed avere una posizione di dominio sugli altri. Per questo si allenava senza tregua e studiava intensamente. Pur essendo spesso il migliore, non era pronto a condividere quanto appreso.

Un giorno Kano ebbe a visitare il dojo.

Osservando il randori[1] si rese conto che Hiroshi aveva progredito parecchio, proiettava infatti tutti i compagni. Malgrado gli sforzi, tuttavia, utilizzava ancora in modo eccessivo la forza e per di più non applicava nessun controllo nelle proiezioni per cui non era raro che il compagno si rialzasse acciaccato o peggio.

Avvenne così che Kano interruppe l’esercizio chiedendo a Hiroshi di rimanere al centro dei tatami mentre gli altri allievi venivano congedati. Senza spiegazioni iniziò quindi a praticare egli stesso randori con Hiroshi proiettandolo a destra e a sinistra senza controllo. Dopo diversi minuti di “randori speciale” Kano interruppe l’esercizio. Hiroshi lo guardava stranito senza comprendere.

Il miglior impiego dell’energia vuole che si applichi quanto necessario per la proiezione e che ci si ritrovi al termine del randori in salute, non che si distrugga il compagno. Il tuo modo di praticare va rivisto. È antico e superato. Questa sera rifletti al riguardo, domani pomeriggio tornerò a vedere come praticherai randori. Spero che mi dimostrerai di avere compreso. Tori e uke sono complementari e anche nel randori, va espresso il reciproco rispetto”.

 

Vedi Saito” disse Maruyama interrompendo il racconto “quando partecipavo agli allenamenti della nazionale mi sembrava che gli insegnamenti di Kano fossero stati dimenticati. Importava solo proiettare e non farsi proiettare, dimostrando di essere il più forte. Ecco perché sono diventato insegnante, per non tradire il pensiero del Fondatore”.

Saito rimase colpito. Negli anni aveva studiato il pensiero di Kano e lo aveva fatto proprio; doveva però ammettere che all’epoca delle competizioni nazionali a cui aveva preso parte non era così. Il judo sportivo, benché importante per la formazione del singolo judoka, non costituiva certamente la perfetta messa in esecuzione dei principi del Fondatore.

 

 

“Il judo ci insegna a vincere con dolcezza, ammonendo quindi il dispendio di energia inutile e infruttuoso e approvando men che mai un’azione avventata, invitando invece a impiegare un minimo di energia con ragionevolezza e razionalità per controllare l’avversario, nonché raggiungere lo scopo.”[2]

 



[1] Il randori è l’esercizio libero in cui entrambi i contendenti cercano di proiettarsi a vicenda. Nel randori è buona cosa cadere, quando si viene proiettati, e controllare la proiezione del compagno quando si proietta. Non dovrebbe essere una forma di shiai (combattimento). Essenziale inoltre è che, quando l’avversario è inferiore (fisicamente o tecnicamente), ci si adegui evitando di farlo sentire incapace.

[2] Kano, L’allenamento come elemento di successo e di gratificazione nella vita, Judo (marzo 1915).


I PROTAGONISTI DELLA STORIA: Trevor Leggett (1914/2000)

Trevor Leggett fu insegnante di judo, autore e traduttore, responsabile dei servizi della BBC sul Giappone per oltre due decenni.

Nel 1932 a Londra inizia a praticare judo, contro il volere del padre un noto musicista, allenandosi con Yukio Tani.

Avendo una figura alta e snella era stato vittima di bullismo in ambito scolastico.

Nel 1938 si trasferisce in Giappone dove pratica regolarmente judo al Kodokan.

Dal 1941, a seguito dell’entrata in guerra del Giappone, rimane isolato con gli altri membri dell’ambasciata britannica. Nella seconda metà del 1942 venne liberato a seguito di uno scambio di prigionieri (personale britannico dell’Ambasciata di Tokyo contro personale giapponese dell’Ambasciata di Londra). Data la sua ottima conoscenza della lingua giapponese prestò quindi servizio al Ministero dell’informazione acquisendo il grado di maggiore.

 

Fu attore decisivo nella costituzione della European Judo Union (1948), di cui è stato il primo presidente. È stato istruttore il Budokwai di Londra per decenni.

Teneva due ore di lezione la domenica pomeriggio. La partecipazione era su invito.

Tutti i principali judoka inglesi dell’epoca furono suoi allievi. Al termine della carriera era 6° dan.

Nel 1964 smise di insegnare e si dedicò alla scrittura di libri sul budo e sulla filosofia orientale pubblicandone una trentina. Negli ultimi anni insegnò filosofia presso la Buddhist Theosophy Society.

Ha contribuito a introdurre la cultura giapponese nel Regno Unito ed è stato onorato dall’inserimento nell’ “Ordine dei Tesori Sacri del Giappone” nel 1984.

 

A 32 anni aveva avuto un primo infarto e il medico gli aveva chiesto di interrompere la pratica del judo, consiglio che - evidentemente - non ritenne di seguire.

 

Trevor Leggettha ha iniziato il judo per imparare ad opporsi al bullismo di cui era vittima.

Ha vissuto per diversi anni in Giappone. È stato il primo presidente della EJU, all'epoca era il judoka europeo più alto in grado. Ha insegnato per decenni al Budokwai di Londra.


NOTIZIE IN BREVE

 

Il 4 aprile ha avuto luogo la cerimonia commemorativa di Eric Hänni (1938/2024), vicecampione olimpico a Tokyo 1964 scomparso lo scorso dicembre.

Parenti, amici, judoka hanno voluto ricordarlo ancora una volta.

Chi scrive lo ricorda arbitro alla finale di Coppa Svizzera 1984 che il DYK Chiasso vinse combattendo la finale al Palapenz contro i campioni svizzeri del JK Lausanne.

 

 

Sabato 5 aprile a Bellinzona il doppio campione del mondo Joshiro Maruyama ha tenuto delle lezioni, ben frequentate, nel corso delle quali ha avuto modo di spiegare il suo tokui-waza.

Uchi-mata è la tecnica spettacolare che lo ha reso noto in tutto il mondo.

 

 

Nel fine settimana del 5-6 aprile si è combattuta la Dubrovnik Senior European Cup.

Presente una discreta compagine di judoka svizzeri. Nils Stump è tornato alla vittoria nei -73 kg, in finale ha superato lo sloveno Martin Hojak.

 

 

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